scritto per noi da
Raffaele Coniglio*
Di buon ora, senza aver messo la
sveglia, mi sono ritrovato volutamente tra l’enorme folla che
usciva dalla palestra comunale, dove si era radunata per la preghiera
del Venerdì. E’ il giorno del Bajram, giorno di chiusura del
mese di digiuno caro ai musulmani.
Oltre il fiume. La sera prima, in un caffè
a Mitrovica-nord, ero venuto a sapere da un conoscente serbo che
proprio per questo evento circa 50 uomini della Tzar Lazar Guard,
un’organizzazione paramilitare le cui attività sono state
proibite in Kosovo, sarebbero giunti a Mitrovica nord per monitorare
e “proteggere”i suoi cittadini da possibili scontri. La curiosità
era talmente tanta che alle 8 del mattino ho deciso di fare un
sopralluogo. Ne è nata una giornata tutta particolare e carica
di emozioni.
Come
di consueto, ogni anno, in questa scadenza religiosa gli albanesi
kosovari oltrepassano l’Ibar per pregare sulla tomba dei loro cari
defunti. Alla locale stazione di polizia mi dicono che, alle 9 in
punto, dall’isolato accanto sarebbero partiti i pullman scortati
che avrebbero raggiunto il cimitero situato a circa un chilometro dal
ponte. Su invito dell’agente di polizia, piuttosto che raggiungere
il posto con l’autobus, ho deciso di incamminarmi solitario. Inizio
il mio tragitto con una sosta al caffè Dolce Vita,
dove mi assalgono tante fantasie. Uomini solitari seduti al bar mi
fanno tornare in mente le parole dette da Sokol la sera prima.
Accanto a me, infatti, ci sono figure alquanto particolari che,
sorseggiando il caffè e fumando rabbiosamente, hanno lo
sguardo fisso sul ponte, come se dovessero tenere sotto controllo
ogni passante. Anche io desto le loro attenzioni quando ordino in
inglese il mio caffè. Chi mai può essere questo
straniero? Cosa starà mai facendo qui a quest’ora? Li vedo
interrogarsi con gli occhi. Non mi sono fermato più di tanto.
L’aria carica di fumo cominciava a farsi pesante. D’altra parte
in quel bar situato subito dopo il ponte, le poche volte che mi sono
fermato a consumare qualcosa, ho visto sempre persone tristi e
pensierose. Forse per via del contesto politico attuale? O per via
della granata che nel 2006 proprio lì aveva ferito un
poliziotto Unmik (missione Onu in Kosovo)?
Clima pesante. Mi trovo quindi catalputato per
strada intento a gesticolare nel tentativo di scambiare pensieri con
gli anziani che lungo i bordi della strada vendono frutta e verdura
dall’aspetto genuino e nostrano. Mi hanno sempre incuriosito quegli
enormi pomodori tutti irregolari che ispirano bontà. Ho
sempre, però, evitato di comprarli pensando all’inquinamento
da piombo che caratterizza l’area di Mitrovica. Comunque questo è
un altro discorso! Un discorso ben più ''pesante'' di quello
che ho dovuto affrontare io prima di scattare qualche foto a luoghi e
persone del posto. Anche in questo il loro approccio e la loro indole
verso gli stranieri si discostano completamente da quello degli
albanesi kosovari, che appaiono molto più propensi al
confronto e al dialogo. I serbi kosovari, da parte loro, sembrano
invece cullarsi nello splendore del passato, sulla base del quale
interpretano il futuro dimenticandosi a volte di vivere il presente.
Tra stupore e curiosità
generali, arrivo sul posto, dove trovo le prime persone intente a
pulire con zelo le tombe dei propri defunti dalle erbacce. Un anno di
abbandono certo è un pò troppo, ma bisogna anche
considerare il semplice fatto che i musulmani sembrano avere un
approccio diverso dal nostro verso questo luogo santo. Più che
in questa vita materiale e terrena loro credono in quella futura.
La polizia Unmik è già
sul posto quando i due autobus stracolmi di gente giungono al
cimitero. Ho provato una grande emozione, mi è venuto un nodo
alla gola quando ho visto tutti quegli albanesi a una distanza così
ravvicinata dai serbi che passavano da lì. Mai visto qualcosa
di simile prima d’ora. Eppure tutto si è svolto in maniera
serena, l’unica agitazione e preoccupazione era dentro la mia
testa, che vedeva per la prima volta scene cariche di tanta
emotività.
Festa, nonostante tutto. Giusto il tempo di scattare delle
foto, che mi ritrovo bloccato dalla polizia. Soltanto una mia vecchia
carta d'identià ormai scaduta ha evitato che mi mettessi nei
guai.
Ho passato buona parte della
giornata a nord e tutto mi è parso normale. Sembrava un giorno
come tanti anche per il grigiore tipico di questo autunno kosovaro.
Persino l’architettura in questa parte di Mitrovica - ferrosa e
sovietica, tipica degli anni settanta – mi appare in sintonia con
il tempo e con l’umore che oggi sembra dominare tra i suoi
abitanti.
Nella parte sud, invece, oggi la
gente è in festa: musica, giostre e petardi, caffè
macchiati, passeggiate e tanto oziare. Prima di rientrare a casa,
approfittando ancora della luce, decido di mostrare a Federica,
appena giunta a Mitrovica, il quartiere Roma-Mahala. Ben prima di
giungere sul posto, situato nelle vicinanze dello stadio di
Mitrovica-sud, iniziamo a sentire un gran baccano: l’eco di musiche
tradizionali. Nel quartiere, prima della guerra, vivevano circa
ottomila persone R.A.E. (di etnia rom, ashskali ed egiziana). Durante
la guerra tutte le abitazioni del Mahala sono state distrutte e i
proprietari sono stati costretti a fuggire, chi in Serbia, chi in
giro per l’Europa. Forte e molto attiva dall’estero è però
la diaspora dei rom, critica sopratutto nei confronti delle Nazioni
Unite per come stanno gestendo la loro causa. Comunque sia, a marzo
di quest’anno è stato inaugurato ufficialmente il
Roma-Mahala: una serie di case e blocchi multifamiliari sono già
state ultimate. Da allora altre costruzioni si sono aggiunte, con
accanto persino dei negozietti e piccole attività commerciali.
Attualmente vivono nel quartiere più di 250 persone, molte
delle quali bambini. Gente festosa che balla e beve, sorride e parla,
ci accoglie. Tutta la comunità, a maggioranza musulmana, è
intenta a festeggiare il Bajram. Così, all’improvviso,
vedendo tutti quei colori sgargianti e quelle gestualità piene
di libertà, che solo loro riescono ad esprimere - nonostante i
cronici problemi sociali - anche io mi lascio travolgere. La
gentilezza e l’allegria di quelle persone riscaldano anche la mia
macchina fotografica.