scritto per noi da
Raffaele Coniglio*
Il tempo necessario per uscire
rinvigoriti dal mese di purezza e rigore spirituale del Ramadan e la
città più controversa del Kosovo, così come
tutta questa regione della Serbia, entrerà nel vivo della
campagna elettorale. Le elezioni previste il 17 novembre rinnoveranno
sia l’assemblea parlamentare del Kosovo che i comuni. La campagna
elettorale, aperta ufficialmente nella seconda metà di
ottobre, è già nel vivo.
Tante le novità.
Innanzitutto, la possibilità da parte degli elettori di
scegliere i propri candidati. In secondo luogo, nuovi candidati
insieme a vecchie conoscenze. Pacolli, che appena pochi mesi fa ha
trasformato la sua lobby in difesa della causa kosovara -molto
influente all’estero- in un partito politico, ha riempito il Kosovo
con cartelloni, a noi piuttosto familiari, in cui questo grande
imprenditore mette in mostra sia le faraoniche opere architettoniche
realizzate all’estero che l’elevato numero di kosovari impiegati.
Piene sono anche le strade di posters con il volto energico di
Haradinaj, potente veterano di guerra, che dalle file dell’Uck (la
milizia albanese in Kosovo) gestiva la zona di Dukagjini. Anche oggi
lo fa, seppure da una posizione differente, apparendo tuttavia
altrettanto forte e potente che in passato.
Infatti, nonostante
la sua assenza fisica dal Kosovo in quanto sotto processo all’Aja
per crimini di guerra, è riuscito con il consenso di Unmik (la
missione delle Nazioni Unite in Kosovo) a essere inserito nella lista
dei candidati. L’unica cosa che il suo partito, l’ Aak, non è
riuscito ad ottenere, è stato lo slittamento delle elezioni a
data futura, in modo da poter garantire (forse) anche la presenza
fisica dell’ex primo ministro kosovaro.
Dalla parte serba, invece, il
problema non si pone: le elezioni sono boicottate. Il “Niet”
giunto da Belgrado è chiaro. Eppure anche qui qualche
opportunista politico ha pensato bene di scendere in campo per la
carica di sindaco di municipalità serbe, forte della mancanza
di avversari.
Scadenza delicata. Si tratta di elezioni molto
importanti, che cadono in un periodo molto delicato. Sono elezioni
che dovevano tenersi l’anno precedente ma che, per via della
discussione sullo status presso il Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite, la diplomazia Unmik è riuscita a posticipare,
pensando di risolvere la spinosa questione dello status di lì
a poco. A distanza di un anno, il macigno dello status incombe ancora
nell’agenda politica delle diplomazie occidentali, e non solo. Ma
la democrazia deve pur avere il suo corso e le elezioni non possono
più essere posticipate. Con quali contenuti i candidati
pensino di riempire i loro programmi elettorali è veramente
difficile saperlo. La classe politica locale ha speso ormai tutto per
l’indipendenza: “Abbiate pazienza, presto saremo uno stato”,
tutti dicevano.
Per il momento vecchie logiche e
spesso pessime abitudini pre-elettorali, anche queste a noi certo
familiari, hanno spinto l’attuale classe politica ad accantonare
–ancora una volta- i molteplici problemi, come l’elettricità
(che manca fino a 5-6 volte al giorno per almeno un’ora) per
dedicarsi a quello che ha un impatto immediato tra l’elettorato:
il rifacimento delle principali arterie cittadine e la costruzione di
opere d’arte dal gusto dubbio, ma etnicamente definite. Il tutto è
contornato da operatori che svolgono “lavori socialmente utili”,
certo facilmente vendibili agli elettori in un paese con tassi di
disoccupazione che vanno dal 47 al 70 percento.
Un futuro incerto. Appena i dati elettorali saranno
pronti per essere dati in pasto a giornalisti e tecnici per le loro
articolate analisi, sarà già tempo di pensare ad altro,
e in particolare all’ultima e più importante scadenza del
2007: la decisione sullo status. Sono già ripartiti i
negoziati tra Belgrado e Pristina sulla ridiscussione del Piano
Ahtisaari. Si tratta, ancora una volta, di sterili incontri che non
si intersecano in nessun punto dell’agenda programmatica. Visioni
diametralmente opposte e divergenti sull’assetto futuro del Kosovo.
E' chiaro a tutti che la spinosa questione non è più
faccenda interna, sempre che prima lo sia stata, ma deve essere
inquadrata ed inserita in un contesto geopolitico più
complesso. Personalmente, credo che la scadenza del 10 dicembre,
fissata dalla Comunità Internazionale, non venga rispettata
neanche questa volta. Bisognerà aspettare, credo, il 2008, e
in particolare i risultati delle elezioni in Russia. Solo allora il
contesto kosovaro potrà forse superare la stasi degli ultimi
anni. Per ora, ciò che emerge è una situazione di
insofferenza generale verso lo status quo che crea solo acqua
stagnante, soprattutto quando non sembrano esserci sbocchi possibili.
Le due inconciliabili visioni in gioco del contesto kosovaro sono
presenti entrambe, in tutte le loro forme e tonalità, a
Mitrovica, un concentrato di delusione, amarezza, rabbia repressa e
mondi non comunicanti. Il Kosovo oggi è tutto questo.
Attesa e tensione. Due
mondi, due lingue, due culture, due monete, due religioni diverse che
in questi otto anni non hanno dialogato tra di loro. Neanche un pò.
La Comunità Internazionale deve fare autocritica su tutto
questo, sui tanti errori fatti in passato e su quelli che continua a
fare. Una cosa è certa, e mi è balzata agli occhi: ho
rivisto una città che già ricordavo dal 2006
apparentemente tranquilla e calma, ma che oggi è ancora più
radicale: in questa fase di stallo le due fazioni estreme sono in
fermento. Sempre il fiume Ibar ne è protagonista. Dalla parte
sud del fiume, infatti, balza agli occhi la gigantografia di Ramush
Haradinaj, che recita, ovviamente in albanese, “Insieme per il
Kosovo”.Dall’altra parte, dalla parte nord, ad appena 30 metri di
distanza da quest’ immagine, campeggia un monumento ai caduti serbi
nei bombardamenti Nato del 1999, da poco inaugurato, in cui figura
una lunga lista in cirillico di nomi e cognomi. A destra del ponte,
sempre nella parte nord, si sta ultimando il grande palazzo di
Telekom Serbia, la cui scritta è già ben
visibile anche dall’altra parte del ponte. All’interno, infine,
in una posizione più riparata ma sempre ben visibile a
qualunque passante, anche straniero, risalta all’occhio il
manifesto con su scritto “In the name of God and Justice do not
make our holy land a present to the albanians”. In basso, sempre
sullo stesso, accanto a vari ritratti di Putin, una scritta in serbo:
“Russia aiutaci”. Forse, sono solo pure coincidenze; coincidenze
però che fanno riflettere.