29/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



L’esercito indiano smobilita le caserme nelle scuole e negli ospedali occupati dal 1989
Dopo diciotto anni di occupazione militare, tutte le scuole e gli ospedali del Kashmir usati come caserme dall’esercito indiano verranno restituiti alla popolazione. Il ministro della Difesa A.K. Antony ha ordinato al mezzo milione di soldati di stanza in Kashmir di smobilitare entro il 30 novembre da tutti gli edifici pubblici occupati.
 
Soldato indiano in KashmirUna delle regioni più militarizzate al mondo. La storica decisione, che permetterà la riapertura di centinaia di istituti scolastici e strutture ospedaliere finora usate come dormitori e uffici militari, è stata presa dal governo federale indiano per placare lo scontento delle autorità locali kashmire che da mesi chiedono a Nuova Delhi il ritiro delle truppe schierate nelle aree urbane della regione: una delle zone più militarizzate del pianeta. Una richiesta motivata dai ripetuti annunci governativi di un netto calo della violenza separatista in seguito alla ripresa dei negoziati con il Pakistan – che sostiene i ribelli. Nuova Delhi ha sempre risposto in maniera negativa a questa istanza, ribadendo – anche nei giorni scorsi – il suo netto ‘no’ a qualsiasi ipotesi di riduzione delle truppe schierate in Kashmir, almeno per ora.
 
Proteste contro l'esercitoUn esercito violento, odiato dalla popolazione civile. Il malcontento nei confronti delle truppe indiane è molto forte tra la popolazione kashmira. Non solo perché percepite come un esercito d’occupazione venuto a reprimere le rivendicazioni indipendentiste locali, ma soprattutto per i gravi abusi e soprusi di cui i militari e i paramilitari indiani si sono regolarmente macchiati in questi anni nella più assoluta impunità: rapimenti, torture, esecuzioni extragiudiziali, stupri e uccisioni indiscriminate di civili. Ogni protesta popolare contro le violenze dei militari è stata regolarmente soppressa nel sangue dalle stesse forze di sicurezza indiane. Questa gravissima situazione, ripetutamente denunciata dalle organizzazioni per i diritti umani come Human Rights Watch e Amnesty Inetrnational, non ha registrato miglioramenti nonostante la diminuzione d’intensità del conflitto, costato finora la vita di 90 mila persone. 

Enrico Piovesana

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