Vent’anni dopo la storica sentenza Bano, la condanna ufficiale del ‘triplo talaq’
Era il 1978. Shah Bano aveva sessantadue anni e cinque figlie. Viveva a Indore,
nel Madya Pradesh, India centrale.
Un giorno, dopo quarant’anni di matrimonio, suo marito, un ricco avvocato musulmano,
ha deciso di divorziare da lei, ripudiandola alla maniera islamica del cosiddetto
‘triplo talaq’, per la quale basta che l’uomo dica per tre volte a sua moglie la parola talaq,
divorzio, perché questo diventi effettivo anche davanti alla legge, senza che
alla donna venga garantito alcun diritto di replica e soprattutto alcuna garanzia
di mantenimento economico.
Così, dalla mattina alla sera, Shah si è ritrovata sola, con i suoi cinque figli,
senza un soldo, senza una casa, condannata alla miseria e alla morte sociale come
accade a milioni di donne musulmane indiane. Ma Shah si è ribellata facendo ricorso
alla Corte Suprema indiana e ottenendo, dopo sette anni, il riconoscimento al
diritto di mantenimento da parte del marito.
Il suo caso fece molto scalpore.
I vertici della comunità islamica insorsero contro di lei. Ma per le donne musulmane
indiane divenne un’eroina. La sua vittoria venne vissuta come un precedente che
avrebbe finalmente scardinato l’anacronistica usanza del ‘triplo talaq’, da tempo abolita in molti paesi musulmani, dal Pakistan alla Tunisia, dall’Indonesia
alla Turchia, ma sopravvissuta in India per motivi di opportunità politica: i
governi di Nuova Delhi non hanno mai voluto pestare i piedi ai leader conservatori
della comunità islamica indiana per non perdere il loro indispensabile appoggio
elettorale. E proprio per questo la sentenza Bano sparì come una goccia nel mare,
rimanendo un'eccezione che confermava la regola.
Una regola che una settimana fa è stata invece messa in discussione proprio da
quella massima autorità legale musulmana indiana, la All India Muslim Personal Law Board (Aimplb), che per decenni l’aveva ostinatamente difesa.
I dottori islamici deputati all’interpretazione della sharìa, la legge coranica, hanno preso una decisione storica, annunciando una campagna
per scoraggiare la pratica del ‘triplo talaq’ e per promuovere al suo posto il modello del nikahnama, un contratto matrimoniale che prevede il ricorso a un darul quza, un giudice religioso, per la soluzione delle dispute matrimoniali.
“Non possiamo abolire il 'triplo talaq', ma possiamo agire con forza per scoraggiarne l’uso e per incoraggiare invece
la pratica della separazione non istantanea e unilaterale, bensì un procedimento
mediato da un giudice che garantisca i diritti di entrambi i coniugi”, ha spiegato
il dottor Zeenat Shaukat Ali, membro dell’Aimplb. “Dobbiamo far capire alla gente
che l’usanza del 'triplo talaq' non è prevista dalla legge coranica, che lo prevede solo come misura estrema
di emergenza, e comunque obbligando il marito ad avere la giusta considerazione
per le esigenze della ex moglie. Bisogna capire che quell’usanza è stata distorta
dalla rigida cultura patriarcale della società indiana, e che ormai è giunto il
momento di rivalutare i diritti delle donne”.
Questa svolta rappresenta una vera rivoluzione per decine di milioni di donne
indiane e per l’intera comunità islamica dell’India (oltre centocinquanta milioni
di persone), soprattutto se si tiene conto che i dotti islamici dell’Aimplb, assieme
alla decisione sul divorzio, hanno stabilito anche l’abolizione delle leggi che
fino ad oggi vietavano alle donne di ereditare la proprietà agraria familiare:
un provvedimento importantissimo in una società agricola povera come quella delle
regioni indiane settentrionali abitate dai musulmani.
Shah Bano è morta dodici anni fa: oggi sarebbero in molti in India a doverle
chiedere scusa.
Enrico Piovesana