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La realtà del Paese: fame “Almeno 5 milioni di persone soffrono la fame e troppi abitanti contraggono malattie
e vivono in povertà” denunciava la scorsa settimana a Roma il Programma alimentare
delle nazioni Unite (Pam o Wfp). Il direttore per l'asia Tony Banbury, esortava
i militari a “intraprendere "riforme immediate e importanti a beneficio delle
persone disperatamente povere e bisognose” del Paese, dove il Pam sfama 500mila
persone. “In uno Stato così pieno di risorse come la Birmania nessuno dovrebbe
soffrire la fame, e invece sono milioni” ha detto Banbury, di ritorno da 14 giorni
nel Paese. Le persone bisognose di assistenza umanitaria secondo l'Onu sarebbero
milioni, ma i militari non permettono l'accesso a intere aree del paese: un desolante
quadro dello sfacelo della politica pianificata da socialismo reale dei militari,
che hanno portato al disastro “una economia che era tra le 3 più forti e promettenti
d'Asia nel 1948, anno dell'indipendenza”.
La realtà: deportazioni E secondo il rapporto annuale dell'associazione (sede a Bangkok) 'Thailand Burma
border Consortium' (Consorzio della frontiera Birmano thailandese), ci sarebbero
almeno 503mila sfollati interni al momento nel paese sotto dittatura, almeno nei
siti censiti. Il Tbbc ha effettuato ricerche soprattutto negli stati dove la Giunta
combatte gli indipendentisti delle etnie ribelli, come gli Shan i Karen, i Mon
i Chin e i Karenni, per trovare che 99mila sfollati erano recenti. Gente che scappava
alle persecuzioni anti monaco scatenate dalla repressione violenta del 25 settembre.
Altri 109mila si erano rifugiati secondo indicazioni fornite dai militari secondo
piani preordinati. Questi ultimi rientrano in un piano preordinato della giunta
per spopolare le regioni ribelli. E infine altri 295mila sono sfollati in aree
controllate da gruppi armati che hanno patteggiato un cessate-il-fuoco con la
Giunta, con la quale combattevano fino a poco prima.
La realtà: rifugiati Molti di questi sfollati, secondo anche il rapporto periodico della ong Human
Rights Watch, sezione Asia, sono dovuti scappare a seguito di pressioni dei militari
che volevano sgomberare aree oggetto di speculazioni economiche, come sfruttamento
di miniere d'oro, o costruzione di dighe o intere centrali elettriche. E' il caso
del Fiume Salwin nella zona dei nativi Karen, lungo il confine con la Thailandia,
dove i militari stanno svuotando i villaggi per inondare le vallate e costruire
alcune dighe commissionate dall'autorità thailandese per l'Elettricità. I campi
che costeggiano il confine Thai dove da oltre 20 anni venivano accolti i rifugiati
birmani sono circa 10, casa per una sfortunata generazione di 150mila birmani.
Come se non bastasse, il governo di Bangkok gioca a scaricabarile con il destino
di questi sfollati: in gennaio ha chiesto all'alto Commissariato onu per i rifugiati
d'interrompere ogni procedura per l'assegnazione dello status di rifugiato. Il
risultato è che gli ultimi arrivati non possono vedersi riconosciuti rifugiati
per mesi o anni, rimanendo esposti “ai soprusi dei poliziotti thailandesi” sostiene
Human Rights Watch, che li minacciano di rimpatrio in Myanmar.Come i circa 500
rifugiati delle tribù Shan che hanno dovuto abbandonare i loro villaggi lungo
il fiume Mekong, ma non possono entrare in uno dei 4 campi profughi allestiti
per gli Shan nella provincia thai di Chiang Rai, perché agli Shan non viene più
garantito automaticamente nessun rifugio.Gianluca Ursini
Parole chiave: HUman Rights Watch, Programma alimentare mondiale, Aung Kii, Aung San Suu Kii, Thailand Burma border consortium, Ursini