Cosa dovrà fare la coppia presidenziale per risolvere i nodi ancora irrisolti del sistema-paese Argentina
Scritto per noi da
Alfredo Somoza
La
battuta con la quale Nestor Kirchner inaugurò la sua gestione
nel 2003, “ho più disoccupati che voti” fotografa la
drammaticità del momento nel quale toccò al governatore
arrivato dalla Patagonia sedersi sulla scomoda poltrona di presidente
alla Casa Rosada. Il paese era ancora sotto choc dopo il crollo del
peso del Natale 2001 e Kirchner andava al governo con un misero 22 percento
di voti, dopo il rifiuto di Menem a partecipare al ballottaggio, e in
mezzo a una situazione ancora incandescente, con piqueteros che
bloccavano ogni strada, cartoneros che rastrellavano fino all’ultima
briciola dai rifiuti, un terzo della popolazione attiva senza
occupazione, il 40 percento dei cittadini crollati nella povertà,
nessuna fiducia internazionale. Poi arrivarono gli anni della
ripresa, spinta da politiche intelligenti che riuscirono a spegnere
l’incendio finanziario e soprattutto a vincere la grande battaglia
per il debito estero e i bond emessi dallo Stato nei confronti dei
creditori e del Fmi: anni nei quali l’Argentina ha spinto con forza
i processi di associazione latinoamericana, ha contribuito alla
nascita di un asse Sud-Sud all’interno del Wto, senza dimenticare
forse il punto più alto della gestione Kirchner, la
riparazione storica nei confronti dei desaparecidos e la riapertura
dei processi contro i militari genocidi.
Il caso argentino rimane
però un esempio di “amministrazione politica della povertà”.
Il rispuntare dell’economia argentina degli ultimi 4 anni ha sì
generato nuovi posti di lavoro, ma non è stato in grado di
invertire il declino sociale che ininterrottamente si era verificato
nei precedenti tre decenni. Il pacchetto di aiuti ai più
poveri sostenuto dal governo Kirchner non mette in discussione le
cause della povertà e rimanda a tempi migliori,
macroeconomicamente parlando, una soluzione sostanziale. La grande sfida latinoamericana
è questa,
coniugare democrazia e mercato con una nuova stagione di diritti e
soprattutto di opportunità per la popolazione finora
esclusa. Nel caso argentino, l’altra grande sfida non affrontata da
Kirchner è quella del come fare politiche pubbliche in un
paese nel quale lo Stato è ridotto al lumicino, senza mettere
in discussione le privatizzazioni degli anni ’90.
Kirchner
è stato sicuramente il migliore amministratore che potesse
avere l’Argentina del 2003, ma Cristina Fernandez non potrà
ignorare, se vuole arrivare fino alla fine del suo mandato
annunciato, i nodi ancora irrisolti: ruolo dello Stato, politica
agricola e politica industriale, esclusione sociale. Lui, Nestor
Kirchner, avrà le mani libere per dare vita a “il”
miraggio della politica argentina: un partito progressista finalmente
sganciato dalle due culture politiche del ‘900, radicalismo e
peronismo. Impresa non facile e dalla quale dipenderà, insieme
al lavoro che potrà fare sua moglie da presidente, un suo
eventuale ritorno all’arena politica di Buenos Aires nel 2011.