La metamorfosi dei ribelli darfurini, da portavoce degli oppressi a ostacolo per la pace
La pietra tombale
sui colloqui di pace per il Darfur, cominciati questo weekend a
Sirte, in Libia, l'hanno messa i gruppi ribelli riunitisi a Juba
nell'ultima settimana. Ideato dai mediatori per permettere alle
formazioni armate del Darfur di trovare una posizione negoziale
comune, l'incontro di Juba è andato fin troppo bene. Tanto che
sei delle sette fazioni del Sudan Liberation Movement,
compresa quella guidata dal leader storico Abdel Wahid al Nur, hanno
comunicato che non si recheranno in Libia, così come il
principale gruppo armato della regione, il Justice and Equality
Movement. Oltre ad aver
affossato il summit, i ribelli si sono così esposti al fuoco
di fila della diplomazia internazionale, facendo il gioco delle
autorità sudanesi. E costringendo l'Onu a prolungare le trattative di almeno tre
settimane, per tentare di salvare il salvabile.

Sono ormai lontani
i tempi in cui l'Occidente, che a parole è stato sempre molto
solerte nel condannare la politica del regime sudanese, vedeva nei
ribelli i portavoce delle popolazioni darfurine oppresse dal giogo di
Khartoum. Dal maggio 2006, quando il governo sudanese firmò in
Nigeria un accordo di pace con una delle fazioni del
Slm,
tutto è cambiato: il
Slm si è spaccato in almeno
sette gruppi, il
Jem in cinque, senza contare la nascita di
almeno altre quattro formazioni armate.
I
motivi di questa scissione di massa sono molteplici: divergenze sulla
linea da tenere nei confronti di Khartoum, divisioni etniche tra le
comunità darfurine, o semplice opportunismo di alcuni
comandanti che, secondo quanto dichiarato recentemente a
PeaceReporter da un leader politico del Slm, hanno
raccolto qualche decina di uomini e poche armi per entrare a forza
nel processo di pace e goderne i benefici in termini di visibilità
politica e facilitazioni economiche. Un portavoce ribelle è
arrivato a dichiarare a PeaceReporter che le spaccature
sarebbero un processo naturale e ben accetto, perché portatore
di nuove idee. Peccato che, a livello pratico, abbiano avuto un solo
risultato: far perdere punti nella battaglia forse più
importante, quella per la conquista dell'opinione pubblica.

I ribelli non sono
riusciti neanche a trovare una posizione unitaria per giustificare la
mancata presenza a Sirte: la maggior parte ha chiesto di rimanere a
Juba più tempo (almeno tre settimane) per trovare una
posizione comune e ha criticato la scelta della Libia come mediatore;
altri hanno incolpato l'Unione Africana e le Nazioni Unite, che non
avrebbero tenuto conto della reale forza sul campo delle formazioni
ribelli, dando a tutte uguale rappresentanza; altri ancora (non a
torto) non ritengono di poter trattare con il governo sudanese,
mutilato dalla mancata presenza del
Sudan People's Liberation
Movement, che rappresenta il sud del Paese e ha
sospeso la
partecipazione all'esecutivo due settimane fa. Le prospettive sono
talmente grigie che i mediatori hanno fissato come obiettivo
realistico quello di tenere in vita nelle prossime tre settimane i colloqui di
Sirte, nella
speranza nel prosieguo alcuni gruppi decidano di parteciparvi. Lunedì, esponenti
del governo sudanese e delle Nazioni Unite si sono recati in Darfur per incontrare
gli esponenti ribelli non presenti a Sirte. Mentre le sei fazioni presentatesi
in Libia non sembrano avere neanche
una precisa agenda politica.
Nonostante l'apertura degli ultimi giorni, i diplomatici stanno esaurendo la
pazienza,
e minacciano sanzioni verso i “disertori” di Sirte. Provvedimenti
che non risolverebbero il problema, ma che lasciano intendere come il
vento sia cambiato e la posizione negoziale di Khartoum si sia
rafforzata. Da stato “pariah”, ora il governo sudanese si può
permettere di annunciare una tregua unilaterale durante i colloqui,
per mostrare al mondo la sua volontà di pace. Poco importa se,
dall'altra parte del tavolo, c'è per ora uno sparuto gruppo di
rappresentanti ribelli senza alcun vero peso in un conflitto che, in
quattro anni, ha provocato almeno 200.000 morti. Una volta tanto, i
mediatori occidentali non potranno incolpare il regime di Khartoum,
rassegnandosi a distribuire in maniera più equa le
responsabilità della guerra.