26/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La metamorfosi dei ribelli darfurini, da portavoce degli oppressi a ostacolo per la pace
La pietra tombale sui colloqui di pace per il Darfur, cominciati questo weekend a Sirte, in Libia, l'hanno messa i gruppi ribelli riunitisi a Juba nell'ultima settimana. Ideato dai mediatori per permettere alle formazioni armate del Darfur di trovare una posizione negoziale comune, l'incontro di Juba è andato fin troppo bene. Tanto che sei delle sette fazioni del Sudan Liberation Movement, compresa quella guidata dal leader storico Abdel Wahid al Nur, hanno comunicato che non si recheranno in Libia, così come il principale gruppo armato della regione, il Justice and Equality Movement. Oltre ad aver affossato il summit, i ribelli si sono così esposti al fuoco di fila della diplomazia internazionale, facendo il gioco delle autorità sudanesi. E costringendo l'Onu a prolungare le trattative di almeno tre settimane, per tentare di salvare il salvabile.

Un ribelle darfurinoSono ormai lontani i tempi in cui l'Occidente, che a parole è stato sempre molto solerte nel condannare la politica del regime sudanese, vedeva nei ribelli i portavoce delle popolazioni darfurine oppresse dal giogo di Khartoum. Dal maggio 2006, quando il governo sudanese firmò in Nigeria un accordo di pace con una delle fazioni del Slm, tutto è cambiato: il Slm si è spaccato in almeno sette gruppi, il Jem in cinque, senza contare la nascita di almeno altre quattro formazioni armate.
I motivi di questa scissione di massa sono molteplici: divergenze sulla linea da tenere nei confronti di Khartoum, divisioni etniche tra le comunità darfurine, o semplice opportunismo di alcuni comandanti che, secondo quanto dichiarato recentemente a PeaceReporter da un leader politico del Slm, hanno raccolto qualche decina di uomini e poche armi per entrare a forza nel processo di pace e goderne i benefici in termini di visibilità politica e facilitazioni economiche. Un portavoce ribelle è arrivato a dichiarare a PeaceReporter che le spaccature sarebbero un processo naturale e ben accetto, perché portatore di nuove idee. Peccato che, a livello pratico, abbiano avuto un solo risultato: far perdere punti nella battaglia forse più importante, quella per la conquista dell'opinione pubblica.

Un campo profughi del DarfurI ribelli non sono riusciti neanche a trovare una posizione unitaria per giustificare la mancata presenza a Sirte: la maggior parte ha chiesto di rimanere a Juba più tempo (almeno tre settimane) per trovare una posizione comune e ha criticato la scelta della Libia come mediatore; altri hanno incolpato l'Unione Africana e le Nazioni Unite, che non avrebbero tenuto conto della reale forza sul campo delle formazioni ribelli, dando a tutte uguale rappresentanza; altri ancora (non a torto) non ritengono di poter trattare con il governo sudanese, mutilato dalla mancata presenza del Sudan People's Liberation Movement, che rappresenta il sud del Paese e ha sospeso la partecipazione all'esecutivo due settimane fa. Le prospettive sono talmente grigie che i mediatori hanno fissato come obiettivo realistico quello di tenere in vita nelle prossime tre settimane i colloqui di Sirte, nella speranza nel prosieguo alcuni gruppi decidano di parteciparvi. Lunedì, esponenti del governo sudanese e delle Nazioni Unite si sono recati in Darfur per incontrare gli esponenti ribelli non presenti a Sirte. Mentre le sei fazioni presentatesi in Libia non sembrano avere neanche una precisa agenda politica.
 
Nonostante l'apertura degli ultimi giorni, i diplomatici stanno esaurendo la pazienza, e minacciano sanzioni verso i “disertori” di Sirte. Provvedimenti che non risolverebbero il problema, ma che lasciano intendere come il vento sia cambiato e la posizione negoziale di Khartoum si sia rafforzata. Da stato “pariah”, ora il governo sudanese si può permettere di annunciare una tregua unilaterale durante i colloqui, per mostrare al mondo la sua volontà di pace. Poco importa se, dall'altra parte del tavolo, c'è per ora uno sparuto gruppo di rappresentanti ribelli senza alcun vero peso in un conflitto che, in quattro anni, ha provocato almeno 200.000 morti. Una volta tanto, i mediatori occidentali non potranno incolpare il regime di Khartoum, rassegnandosi a distribuire in maniera più equa le responsabilità della guerra. 

Matteo Fagotto

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