scritto per noi da
Lucia Maggi
“Il
sentimento che accomuna palestinesi e israeliani è la
tristezza, perché tutti abbiamo perso qualcuno in questa
guerra infinita; ciò che unisce i popoli dovrebbe essere
motivo di gioia e fierezza, invece noi, paradossalmente, condividiamo
i lutti per la morte delle persone care”.
Lo
dice con molta amarezza padre Marwan Di’dis, palestinese nato a
Gerusalemme 33 anni fa, sacerdote francescano e attualmente direttore
del Terra Sancta College di Betlemme, istituzione educativa
che accoglie cristiani e musulmani senza distinzione di ceto sociale.
Ospite in questi giorni del borgo medievale di Rondine, sede di uno
Studentato Internazionale frequentato da giovani provenienti da paesi
in conflitto, padre Marwan racconta la ‘sua’ Palestina
quotidiana, che coincide solo in parte con quella degli attentati,
delle uccisioni e dei campi profughi descritta ogni giorno dai
notiziari nazionali e internazionali. È invece una Palestina
di ordinaria povertà, famiglie che non arrivano a fine mese,
paura e insicurezza, di difficile dialogo tra le religioni ma anche
di speranze di pace di un popolo ormai ‘stanco di guerra’.
Come
si vive a Betlemme?
Assomiglia
molto a una città del Medioevo: è circondata dal
famigerato muro fatto costruire qualche anno fa dagli israeliani ed è
come stare dentro una grande prigione. Del resto la mia terra è
una serie di isole in un mare israeliano. Per passare da una città
all’altra occorre l’autorizzazione di Israele e la Palestina
dipende in tutto e per tutto dai ‘vicini’, soprattutto dal punto
di vista economico.
A
proposito di economia, la povertà è in aumento?
Quella
che qui in Italia potrebbe essere definita classe media tocca spesso
la soglia di povertà. Solo per fare un esempio un capofamiglia
dipendente di banca guadagna agli inizi della carriera appena
l’equivalente di 450 euro al mese; nel settore pubblico va anche
peggio, se si pensa che un poliziotto se la deve cavare con 150 euro
al mese. A complicare le cose c’è un sistema pensionistico e
sanitario davvero malmesso, perciò i dipendenti del settore
privato (banche, imprese, negozi) sanno che guadagneranno qualcosa in
più di quelli del settore pubblico, ma alla fine del percorso
lavorativo non avranno diritto alla pensione, solo alla liquidazione.
In pratica un palestinese deve scegliere se sopravvivere appena un
po’ meglio degli altri ma senza vecchiaia assicurata oppure vivere
in costante povertà da dipendente pubblico, con una pensione
minima alla fine dei suoi giorni.
È
sempre stato così, anche in passato?
Non
sempre: in particolare, prima della seconda Intifada, Betlemme, con i
suoi circa 38.000 abitanti, era considerata ‘la città dei
ricchi’ perché al centro di un forte afflusso turistico che
alimentava un’industria di alberghi, ristoranti, negozi di souvenir
e altri servizi per i visitatori, soprattutto pellegrini. Adesso il
turismo è molto diminuito (sono rimasti essenzialmente gli
italiani e qualche americano) e la disoccupazione non accenna a
calare. Solo per fare un esempio, nella mia parrocchia, composta da
circa 5.000 persone, ben il 48 percento dei fedeli è disoccupato e non
sa come mantenere la famiglia, di solito piuttosto numerosa.
È
vero che questa situazione porta alla ‘fuga all’estero’ di
molti palestinesi, soprattutto tra più giovani e dotati?
Purtroppo
quelli che se lo possono permettere vanno a studiare in varie nazioni
europee o negli Usa e circa il 70 percento decide di non tornare più
indietro. Le nostre città si stanno svuotando e quelli che se
ne vanno sono spesso i più capaci; inoltre a emigrare sono
quasi esclusivamente i giovani uomini, mentre le ragazze restano a
casa e rischiano di non trovare marito. È un problema
particolarmente sentito nella nostra società dove una donna
non è nessuno se non è legata a un uomo, prima il padre
poi il marito o i fratelli.
A
proposito di rapporti familiari e vita di tutti i giorni, come è
possibile creare una quotidianità ‘normale’ in un
territorio che sperimenta il conflitto dal 1948 ed è
costantemente teatro di violenze e abusi?
Non
è un’impresa facile. In Palestina i cellulari sono molto
diffusi, persino più che in Italia; mi sono chiesto perché,
poi mi sono reso conto che la prima frase, quando si chiama qualcuno,
non è ‘Come stai?’ ma ‘Dove sei?’. Ci si vuole
accertare che l’altro, il figlio, il marito, il parente o l’amico,
sia in un posto sicuro e non gli sia successo niente di grave. È
come vivere in uno stato perenne di ansia, con la morte sempre nei
pensieri. Del resto siamo accomunati con gli israeliani da questo:
ogni famiglia ha perso qualcuno nel conflitto. Io stesso ho perduto
un fratello. Negli stessi giorni la tv ha dato la notizia di giovani
israeliani che avevano perso la vita in simili circostanze e mia
madre ha commentato: nessuna mamma si merita la morte di un figlio.
La morte è uguale per tutti.
In
questo contesto come si riesce a fornire un’istruzione adeguata e
di qualità ai giovani palestinesi, nonostante siano in molti a
non potersela più permettere?
È
proprio questo uno degli scopi primari del ‘Terra Sancta College’,
che ospita circa 1.200 allievi in un percorso continuativo dai 3 ai
18 anni. Inoltre l’insegnamento scolastico è basato sul
rispetto delle diversità culturali e religiose: la scuola
ospita sia cristiani sia musulmani, anche se i primi sono in
maggioranza (il 74 percento) per vari motivi, tra cui il fatto che nelle
scuole pubbliche non è previsto l’insegnamento della
religione cristiana. I due gruppi usufruiscono di corsi specifici
sulle rispettive religioni ma ai francescani sta soprattutto a cuore
trasmettere valori comuni come la fraternità, la tolleranza e
l’accettazione reciproca, senza fare distinzione tra seguaci di
credi diversi. Purtroppo, a causa della povertà crescente, non
tutte le famiglie riescono a pagare la retta annuale (420 dollari,
comunque quasi la metà delle altre scuole locali). Per questo
il ‘Terra Sancta College’, che sopravvive grazie ai finanziamenti
della Custodia di Terra Santa e all’aiuto dei benefattori, ha
attivato un programma di adozioni a distanza che riesce a coprire le
rette di circa 500 studenti.