24/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



A un mese dalla conferenza internazionale, in Palestina si continua a morire
Tredici missili Qassam lanciati dalla Striscia di Gaza verso la città israeliana di Sderot, un militante di Hamas e due della Jihad islamica uccisi durante incursioni dell'esercito israeliano a Gaza e a Jenin. Il quotidiano bollettino di guerra dalla Terra Santa, sempre più stretta per israeliani e palestinesi. Un rito di sangue giornaliero che si consuma nell'indifferenza dei media, rapiti dal prossimo conflitto in Medio Oriente e dal terrorismo, nell'ottusa incapacità di comprendere che tutto, ma proprio tutto, ha le sue radici nel conflitto israelo – palestinese.

I civili nella morsa. Un rapporto di Amnesty International, pubblicato ieri, critica sia Hamas che Fatah per aver coinvolto i civili negli scontri del giugno scorso, che hanno portato alla 'secessione di Gaza', in mano ad Hamas, mentre la Cisgiordania è nelle mani di Fatah, colme di armi israeliane e palestinesi. Ma si può scindere qualcosa che non esiste? I civili palestinesi, prima di essere vittime delle violenze tra le fazioni, sono prigionieri della loro disperazione: domenica scorsa l’ospedale di Shifa, nella Striscia di Gaza, denunciava l’impossibilità di compiere operazioni chirurgiche per mancanza di anestetico. E intanto in Israele si pensa a nuove sanzioni contro Hamasistan, la Striscia, dove acqua e corrente elettrica sono una sorpresa e non una certezza.
Mentre si spara, si divide quello che non c'è, e si muore di fame e violenza, le grandi potenze si preparano alla conferenza di Annapolis, negli Stati Uniti, il prossimo 26 novembre. Gli Stati Uniti, mai così indifferenti alle sofferenze palestinesi come da quando c'è al governo l'amministrazione Bush, hanno forse capito che la chiave di volta di un Medio Oriente che volevano ridisegnare e che invece esplode è Gerusalemme.
Grandi progetti, grandi proclami, ma la scatola rischia di essere vuota.
Annapolis, nel 1786, fu teatro di uno degli incontri preliminari più importanti per la nascita degli Stati Uniti d'America, ma la città del Maryland rischia di non bissare il successo.

Convitati di pietra. Troppe saranno le sedie vuote, a cominciare dall'assenza di Hamas. E qui sta uno dei punti chiave della vicenda: l'Occidente continua a volersi scegliere gli interlocutori, non comprendendo che si ottiene l'effetto contrario. In un clima come questo, avvelenato dalle torture di Abu Ghraib e dai bombardamenti di civili, dall'occupazione dell'Iraq e dell'Afghanistan, gli interlocutori graditi vengono inesorabilmente sviliti agli occhi degli arabi. Non saranno mai i Karzai, gli al-Maliki e gli Abbas a prendere in mano le redini di chi si sente violentato. Non si può prescindere dal dialogo con Hamas, Hezbollah e l'Iran se si vuole venire a capo di qualcosa. 'Mai con i terroristi!', tuoneranno gli esperti dei think thank Usa, ma non ci sarebbe pace in Irlanda senza l'Ira e non esisterebbe Israele senza l'Irgun e la Banda Stern.
Quello che rende impotente la conferenza di Annapolis, prima ancora che incominci, è la totale perdita di credibilità dell'Occidente agli occhi di milioni di arabi e d'islamici, che per decenni hanno visto i santi principi della democrazia evaporare come neve al sole di fronte alla realpolitick delle cancellerie delle grandi potenze. Masse di uomini, donne e bambini schiacciate tra occupazione militare, violenza e violazione dei diritti umani, con che fiducia possono guardare a quella che, ai loro occhi, non potrà che apparire come l'ennesima sfilata di occupanti e dittatori?
Nel mese che manca alla conferenza, PeaceReporter cercherà di offrire uno spaccato della situazione in Israele e Palestina, per raccontare un'umanità in catene, tra terrorismo, fanatismo religioso e occupazione militare. Dando voce a tutti, ma proprio a tutti. Perché solo ascoltando tutte le voci, anche le più scomode, si può scomodare il termine 'democrazia'.

Christian Elia

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