Tredici missili Qassam lanciati dalla
Striscia di Gaza verso la città israeliana di Sderot, un
militante di Hamas e due della Jihad islamica uccisi durante
incursioni dell'esercito israeliano a Gaza e a Jenin. Il quotidiano
bollettino di guerra dalla Terra Santa, sempre più stretta per
israeliani e palestinesi. Un rito di sangue giornaliero che si
consuma nell'indifferenza dei media, rapiti dal prossimo conflitto in
Medio Oriente e dal terrorismo, nell'ottusa incapacità di
comprendere che tutto, ma proprio tutto, ha le sue radici nel
conflitto israelo – palestinese.
I civili nella morsa. Un
rapporto di
Amnesty International, pubblicato ieri, critica
sia Hamas che Fatah per aver coinvolto i civili negli scontri del
giugno scorso, che hanno portato alla 'secessione di Gaza', in mano
ad Hamas, mentre la Cisgiordania è nelle mani di Fatah, colme
di armi israeliane e palestinesi. Ma si può scindere qualcosa
che non esiste? I civili palestinesi, prima di essere vittime delle
violenze tra le fazioni, sono prigionieri della loro disperazione:
domenica scorsa l’ospedale di Shifa, nella Striscia di Gaza,
denunciava l’impossibilità di compiere operazioni
chirurgiche per mancanza di anestetico. E intanto in Israele si pensa
a nuove sanzioni contro Hamasistan, la Striscia, dove acqua e
corrente elettrica sono una sorpresa e non una certezza.
Mentre si spara, si divide quello che
non c'è, e si muore di fame e violenza, le grandi potenze si
preparano alla conferenza di Annapolis, negli Stati Uniti, il
prossimo 26 novembre. Gli Stati Uniti, mai così indifferenti
alle sofferenze palestinesi come da quando c'è al governo
l'amministrazione Bush, hanno forse capito che la chiave di volta di
un Medio Oriente che volevano ridisegnare e che invece esplode è
Gerusalemme.
Grandi progetti, grandi proclami, ma la scatola
rischia di essere vuota.
Annapolis, nel 1786, fu teatro di uno
degli incontri preliminari più importanti per la nascita degli
Stati Uniti d'America, ma la città del Maryland rischia di non
bissare il successo.
Convitati di pietra. Troppe
saranno le sedie vuote, a cominciare dall'assenza di Hamas. E qui sta
uno dei punti chiave della vicenda: l'Occidente continua a volersi
scegliere gli interlocutori, non comprendendo che si ottiene
l'effetto contrario. In un clima come questo, avvelenato dalle
torture di Abu Ghraib e dai bombardamenti di civili, dall'occupazione
dell'Iraq e dell'Afghanistan, gli interlocutori graditi vengono
inesorabilmente sviliti agli occhi degli arabi. Non saranno mai i
Karzai, gli al-Maliki e gli Abbas a prendere in mano le redini di chi
si sente violentato. Non si può prescindere dal dialogo con
Hamas, Hezbollah e l'Iran se si vuole venire a capo di qualcosa. 'Mai
con i terroristi!', tuoneranno gli esperti dei think thank Usa, ma
non ci sarebbe pace in Irlanda senza l'Ira e non esisterebbe Israele
senza l'Irgun e la Banda Stern.
Quello che rende impotente la
conferenza di Annapolis, prima ancora che incominci, è la
totale perdita di credibilità dell'Occidente agli occhi di
milioni di arabi e d'islamici, che per decenni hanno visto i santi
principi della democrazia evaporare come neve al sole di fronte alla
realpolitick delle cancellerie delle grandi potenze. Masse di uomini,
donne e bambini schiacciate tra occupazione militare, violenza e
violazione dei diritti umani, con che fiducia possono guardare a
quella che, ai loro occhi, non potrà che apparire come
l'ennesima sfilata di occupanti e dittatori?
Nel mese che manca alla conferenza,
PeaceReporter cercherà di offrire uno spaccato della
situazione in Israele e Palestina, per raccontare un'umanità
in catene, tra terrorismo, fanatismo religioso e occupazione
militare. Dando voce a tutti, ma proprio a tutti. Perché solo
ascoltando tutte le voci, anche le più scomode, si può
scomodare il termine 'democrazia'.