scritto per noi da
Giorgia Baldi
Naser
Al Shaer, uomo di punta di Hamas nelle relazioni diplomatiche con
l’Occidente, era ministro dell’Educazione durante il governo di
Hamas. Durante il suo mandato è stato arrestato dagli
israeliani due volte, la seconda pochi giorni prima della presa di
potere di Hamas a Gaza dove, si dice, sia stato imprigionato nella
cella che la scorsa estate il “popolo eletto” avevano riservato a
Nasrallah.
.
Dott.
al-Shaer, cosa pensa della presa di potere di Hamas a Gaza e della
conseguente divisione della Palestina in due stati?
Penso
che la situazione ci sia sfuggita di mano. Molti sostenitori di Hamas
hanno cominciato a pensare che ci fosse un piano contro il movimento, escogitato
per far cadere il governo di Hamas eletto
democraticamente. Non sono sicuro che davvero esista un piano
internazionale per far cadere il governo ma è vero che Fatah
ha cercato di ripulire il parlamento pianificando il nuovo ruolo di
Abu Mazen. Il governo ha perso il controllo della sicurezza ed è
cominciato
un periodo nero nella storia della Palestina: la feroce guerra
fratricida. Il governo ha così pensato di risolvere il
problema della sicurezza dal basso, dalla base, senza pensare che il
problema è stato il risultato del boicottaggio imposto ai
palestinesi: noi non siamo impazziti. Il problema doveva essere
allora risolto a livello internazionale e non creando tensioni fra i
palestinesi stessi, fra forze che hanno difeso e resistito contro
l’occupazione e le nuove forze di sicurezza. Comunque, ora ci
troviamo in questa situazione e dobbiamo pensare a come uscirne.
Lei
pensa veramente che Fatah, Israele e gli Stati Uniti abbiano
escogitato un piano contro il governo di Hamas?
Hamas
ne aveva una grande paura, per questo ha preso il potere a Gaza. Non
so se queste voci sui complotti siano vere, ma
sicuramente questa è stata la ragione principale per ciò
che è successo a Gaza. Non penso che questa leggenda sia
totalmente vera, ma penso ci siano persone che vogliono usare questa
leggenda per creare il caos. La lotta in atto è negativa prima
di tutto per Hamas, non solo per Fatah o per i palestinesi, inoltre
dà una cattiva immagine di Hamas davanti a tutto il mondo,
anche davanti al mondo arabo. Chi sta fuori dalla Palestina avrà
sicuramente cominciato a pensare che Hamas è uguale ad Al
Qaida o che siamo semplicemente degli assassini.
Quando
le forze di Hamas hanno preso il potere nella striscia lei si trovava
in prigione: qual è stata la reazione dei prigionieri di
fronte all’avvenimento?
È
stato un momento terribile per tutti. Non tanto perché Hamas
ha diviso i palestinesi, ma più per come si sono svolte le
cose, soprattutto perché è accaduto dopo la formazione
del governo unitario che ha dato una grande speranza ai palestinesi.
La speranza di mettere fine agli assassini, alla guerra fratricida
tra palestinesi, alle lotte intestine. Tutto questo ha cambiato anche
le relazioni fra i prigionieri stessi. Tutti erano arrabbiati, quelli
di Hamas, quelli di Fatah e quelli appartenenti ad altri partiti
minori. Ma, in generale, i prigionieri hanno pensato che possiamo
risolvere i nostri problemi interni senza l’”aiuto”
israeliano.
Lei
non pensa che la divisione della Palestina in due parti possa dare
nuova linfa ai piani di Israele trapelati nei media arabi, ossia
creare un bantustan governato da un regime di apartheid in
Cisgiordania e lasciare la striscia di Gaza al suo triste destino?
Agli
israeliani non piace Hamas ma piace molto la situazione che si è
creata in Palestina, sono molto felici che i palestinesi si siano
divisi. Prima gli israeliani parlavano di due stati (quello
israeliano e quello palestinese) ora parlano di 3 stati e definiscono
Gaza un’“entità nemica”. Siamo arrivati ad un punto
veramente difficile rispetto alle relazioni con Israele.
Lei
pensa che possa esserci una speranza di ricreare un governo unitario
nel prossimo futuro?
Non
nei prossimi cinque, sei mesi. Sono cosciente che per arrivare ad un
governo unitario dobbiamo attraversare diversi stadi e molte
difficoltà. Ora c’è un grande gap tra Fatah e Hamas
ma anche fra l’autorità capeggiata da Abu Mazen e Fatah. Poi
c’è anche il problema dell’interferenza degli Stati Uniti
nelle questioni interne palestinesi: finché l’occidente
rifiuterà di avviare colloqui con Hamas, etichettandola come
organizzazione terrorista, la politica interna si sentirà
intrappolata fra l’esigenza di nuovi accordi interni e quella di
portare avanti accordi di pace con Israele a livello internazionale.
Per questo non penso che in questo momento l’autorità
palestinese sia pronta a riavviare un dialogo con Hamas, perché
pensano di poter ottenere qualcosa dall’America e da Israele.
Inoltre, come sai, i nostri soldi sono nelle mani di Israele e se
l’autorità palestinese fa un passo falso rischia che
ricominci il boicottaggio nei confronti della Palestina, che gli
israeliani blocchino l’accesso ai nostri soldi, ai nostri
finanziamenti. Quindi un po’ per le pressioni internazionali, un
po’ per una questione finanziaria, che ha provocato diversi
problemi di sicurezza all’interno della Palestina, Fatah non è
pronta a riavviare un dialogo per risolvere il problema con Hamas in
Palestina. Ho tutti gli elementi per pensarla in questo modo.
E
qual è la soluzione?
Penso
che l’unica soluzione sia fare un passo indietro, non c’è
altra soluzione, ma non penso che sia una cosa semplice. Innanzi
tutto bisognerà ristabilire qualche connessione sottobanco, e
cominciare a mettere delle condizioni. Se l’Autorità
palestinese è in balia delle pressioni internazionali
sentendosi autorizzata a fare ciò che ha fatto perché
gli uomini di Hamas hanno distrutto i palazzi di governo a Gaza,
nemmeno Hamas sta facendo un passo avanti per il dialogo. Questa voce
del “piano Dayton” ha plagiato la coscienza di molti qua. Hamas a
Gaza sta facendo cose terribili. Imprigiona, uccide, reprime. Ma
questo sta cominciando a succedere ovunque. Ieri a Nablus c’è
stata una lunga sparatoria, la gente ormai non crede più a
niente e a nessuno; è questo il punto a cui siamo arrivati.
Bisogna fare un passo indietro; l’Arabia Saudita, l’Egitto, e
altri paesi arabi stanno spingendo per una soluzione concordata per
un governo unitario in Palestina, dovremo quindi prendere al volo
questa opportunità. Non penso che l’Egitto voglia ai propri
confini un mini stato che i media definiscono “stato talebano” e,
tanto meno, vuole una Palestina divisa in due parti, con Gaza
isolata dal mondo, il cui unico confine è l’Egitto, coi suoi
mille problemi. Se non si torna ad un governo unico non avremo mai
uno stato, la libertà, il rispetto dei nostri diritti. Ma gli
Stati Uniti fanno molta pressione sull’Egitto e sull’Arabia
Saudita perché sostengano il governo di Abu Mazen. La
situazione deve cambiare; i palestinesi non vogliono due stati e due
governi.
Alla
vostra vittoria alle elezioni la comunità Europea ha aderito
al boicottaggio imposto da Usa e Israele creando così una
situazione di caos che sembra essere cessata dopo gli Accordi della
Mecca per il governo unitario, che differenze ha notato all’interno
del parlamento rispetto alla politica interna?
Non
è cambiato molto, noi non viviamo in occidente, ma in Medio
Oriente. A noi nessuno ha mai dato niente, non hanno fatto altro che
continuare a ingabbiarci nei nostri bantustan senza, tra l’altro,
darci la possibilità di lavorare. La Comunità Europea
tiene il piede in due scarpe, cerca di muoversi in modo indipendente
ma non si muove mai lontano dagli Stati Uniti e Israele. Se l’America
dice di boicottare allora l’Europa boicotta, se dice di andare
avanti così allora anche la UE va avanti così. E non
stiamo parlando della Palestina, dei diritti dei palestinesi, stiamo
parlando di Israele. La propaganda Israeliana funziona molto bene.
Fanno intendere alla comunità internazionale che sono
circondati da terroristi, quando la verità è che i
deboli siamo noi, non loro, da ogni punto di vista, sia militarmente
che economicamente: sono loro che occupano noi, non l’opposto.
Il
governo israeliano Le ha proibito di partecipare agli accordi della
mecca, bloccandolo al confine con la Giordania, perché?
Io
sono un uomo che crede nella pace, quando gli ho chiesto perché,
loro mi hanno risposto che avevano bisogno di avere uomini di Hamas
radicali e non uomini di pace. Ho aspettato per due giorni il confine
al ponte di Allemby nella speranza che mi facessero passare, ma
niente.
Il
grande gup rispetto alla vittoria di Hamas alle elezioni è
stato il mancato riconoscimento dello stato d’Israele che di fatto
escluderebbe la creazione di due stati come base degli accordi di
pace fra Israele e la Palestina. .
Lottare
è giusto, ma non possiamo combattere contro tutto il mondo,
per cui credo che dovremmo accettare la soluzione dei due stati. Ma
se Hamas accettasse questi confini l’idea generale che la gente ha
del movimento cambierebbe totalmente. Il compito di portare avanti
gli accordi di pace è dell’Olp che rappresenta tutti i
palestinesi: Hamas ha vinto le elezioni, ma il compito di intercedere
con Israele è dell’Olp, perché sono loro ad averne il
diritto. Questo non è mai accaduto: sono dieci anni che siamo
in attesa di un accordo. Non stiamo parlando di pace, e nemmeno di
dare l’autorità agli arabi di andare e negoziare con
Israele. Stiamo dando l’opportunità ad Abu Mazen di andare e
negoziare con gli israeliani. Lo ha fatto per quattro anni e di nuovo
non si è arrivati a niente. La vera novità, in
Palestina, è stata la vittoria di Hamas, e non capisco perché
gli Stati Uniti abbiano rifiutato fin dall’inizio un dialogo anche
con questa nuova forza politica. Peccato, perché gli Stati
Uniti avrebbero avuto un’ottima opportunità per una pace
giusta e duratura in Medio Oriente. Cosa sta accadendo ora in
Palestina? Siamo stati sottoposti a forti pressioni e questo ha
permesso alla gente di diventare più estrema. Israele, insieme
agli Stati Uniti e all’Unione Europea, hanno fatto in modo di
mettere i palestinesi in un angolo, ma nessuno ha fatto pressioni su
Israele per un ritorno ai confini del ‘67, nessuno ha fatto loro
pressione sullo smantellamento delle colonie in Cisgiordania, dandoci
almeno qualche diritto, o un futuro. Mi chiedo cosa pensi la comunità
internazionale. Non possiamo risolvere la situazione mettendo tutti i
palestinesi in un angolo, bisogna parlare dell’occupazione, trovare
una soluzione all’occupazione. È ovvio che c’è
stata una sollevazione popolare e che è successo ciò
che è successo. Perché? Perché
i palestinesi sono diventati più estremisti, non a causa di
Hamas, ma a causa della situazione provocata dalla Comunità
Internazionale. Tutto il mondo ne pagherà il prezzo, e anche
noi ne pagheremo il prezzo.