scritto per noi da
Giorgia Baldi
Taysser
Nsrallah, leader indiscusso di Fatah in Cisgiordania, sta preparando
le primarie nel distretto di Nablus. È membro permanente del
Consiglio Nazionale dell’Olp, vive e opera prevalentemente a
Balata, il campo profughi più grande e problematico della
Cisgiordania. A causa del suo impegno politico ha conosciuto le
prigioni israeliane e, durante la prima Intifada, l’esilio.
Dopo
la presa di potere di Hamas a Gaza, quali sono le relazioni fra Fatah
e Hamas?
Le
nostre relazioni non sono mai state buone, ma dopo la guerra civile,
gli arresti, gli omicidi dell’ultimo periodo le relazioni sono
notevolmente peggiorate. Non ci sono giustificazioni per ciò
che è accaduto a Gaza e le giustificazioni di Hamas non hanno
alcun fondamento. Non ci sono giustificazioni sul sangue versato dai
loro fratelli. Secondo Hamas, noi abbiamo stipulato dei piani
segreti con Israele e gli Stati Uniti per far cadere il nuovo
governo. Voglio essere onesto, a me non piace Hamas, ma questa idea è
veramente assurda: penso invece che Hamas volesse il potere assoluto
nella striscia. Era chiaro fin dagli Accordi della Mecca che Hamas
aveva questa intenzione da tempo.
Perché
Hamas avrebbe interesse ad avere il controllo totale sull’area,
considerando che era già uscito vincitore dalle elezioni?
Hamas
non crede nella cooperazione politica: è un’istanza
islamica. Poi non è pratica nel dialogo politico, nel senso
che è una nuova forza nella scena politica. A mio parere Hamas
vuole sentirsi libera da tutte le restrizioni imposte durante gli
accordi della Mecca. Le condizioni nella striscia sono anche state
favorevoli per Hamas: la gente sta letteralmente morendo di fame,
sono continuamente sotto serrato attacco israeliano, le industrie non
riescono ad esportare i loro prodotti a causa delle continue
chiusure, tutto questo e molto altro ha creato un terreno fertile per
l’inizio di una guerra fratricida.
Dopo
quello che è successo, Lei pensa ci sia la possibilità
di un ritorno al governo unitario in Palestina?
Non
penso sia possibile auspicare un governo unitario nel prossimo
futuro. Hamas non vuole un dialogo con noi e per noi è
difficile fare un passo indietro. Ma certo, bisogna lavorare affinché
tornino le stesse condizioni che vi erano prima della presa di potere
di Hamas nella striscia.
Allora
qual è la soluzione per non isolare Gaza, anche in vista degli
accordi di pace in atto?
La
situazione è molto complessa. All’inizio sembrava che Hamas
disprezzasse solo certi esponenti di Fatah. Ora tutto è
cambiato: hanno avuto diversi scontri anche con esponenti di altri
partiti dell’Olp. Hanno problemi con il Fronte Popolare, con i
giornalisti, che hanno manifestato la scorsa settimana per la libertà
d’informazione nella striscia, e molti altri problemi. Hanno
attaccato Almas Dalawi, uno dei leader del Fronte Popolare a Gaza.
Hamas è in conflitto con tutti. Se si va avanti così ci
sarà una rivoluzione da parte della popolazione della
striscia. Penso insomma che gli abitanti della striscia si
ribelleranno e che, al momento opportuno, verranno indette nuove
elezioni, dove non penso Hamas vincerà.
Pensa
che le prossime elezioni si svolgeranno questo autunno?
Non
penso. L’attuale situazione mi fa pensare che non siamo pronti a
nuove elezioni. Fatah non è pronta: per indire le elezioni
serve un accordo fra tutte le parti, poi non possiamo indire elezioni
in Cisgiordania e non a Gaza.
Fatah
è pronta a riaprire il dialogo con Hamas o state aspettando
un segno dal partito di Dio?
So
che ora, sottobanco, sono ricominciati scambi e contatti, ma non sono
sicuro che possa funzionare. Aspettiamo un segno da Hamas perché
è Hamas che ha sbagliato ed ora deve rimediare.
Sono
circolate voci per cui gli Stati Uniti avrebbero rifornito le armi
all’Autorità Palestinese, personificata da Abu Mazen ,
leader di Fatah, per tamponare il potere di Hamas nella striscia, è
vero?
Non
è vero. Ci sono moltissimi uomini di Fatah ricercati o nelle
carceri israeliane e gli Stati Uniti sanno benissimo che nel caso in
cui ci rifornissero di armi le useremo contro Israele.
Fin’ora
dove stanno portando gli accordi con Israele?
Nell’ultimo
meeting Olmert non ha concesso niente ad Abu Mazen che però
punta ad una soluzione definitiva. Punta alla creazione definitiva di
uno stato palestinese nei confini del ’67, con Gerusalemme come
capitale, nel rispetto della risoluzione 194, il ritorno dei
profughi, la liberazione dei prigionieri politici… Ovviamente
Olmert ha rifiutato tutte queste istanze. Ora in Israele c’è
un governo molto debole, per questo, a mio parere, è difficile
arrivare ad una soluzione definitiva.
Per
il momento abbiamo concordato la liberazione di 255 prigionieri,
anche se questo mese il numero degli arresti israeliani è
maggiore del numero dei palestinesi liberati.
Di
che fazione politica erano i prigionieri liberati?
Di
Fatah e di altri partiti politici, ma non di Hamas.
Le
vostre istanze non sono simili a quelle di Hamas?
No,
c’è una grande differenza: Hamas ha proposto un cessate il
fuoco per 15 anni con Israele e parla di un ritorno solo temporaneo
ai confini del ’67.
Non
c’è il rischio che questa situazione si prolunghi un po’
troppo, dando di fatto il tempo ad Israele di creare un regime di apartheid in Cisgiordania e lasciando la striscia di Gaza sola e
isolata?
Siamo
molto preoccupati. Dobbiamo riprenderci dal trauma subito e dobbiamo
ricominciare al più presto a far sentire la nostra voce, non a
livello partitico, ma dal basso. Da parte nostra, stiamo cercando di
riformare il partito dando più spazio alla gente.
Qui
a Balata ci sono ong affiliate ad Hamas? Che tipo di rapporto avete
con loro?
Prima
della presa di potere di Hamas a Gaza si, ora il campo è sotto
il controllo di Fatah, ma abbiamo sempre collaborato insieme. A
Balata la società civile ha rapporti molto stretti che vanno
al di là della situazione politica, Balata è uno dei
campi profughi più difficili della Cisgiordania.
La
cosa più pericolosa della presa di potere di Hamas nella
striscia è che l’immagine che i palestinesi danno è
di un popolo che non sa governarsi, amministrarsi. Questa è la
situazione, in s’hallah, andrà meglio.