23/11/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Gassan Shakaa, membro del Comitato Esecutivo dell'Olp
scritto per noi da
Giorgia Baldi
 
Gassan Shakaa è membro del Comitato Esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) e si occupa delle Relazioni Internazionali della stessa. Ha partecipato attivamente alla stesura della risoluzione di Madrid e degli accordi di Oslo, a fianco di Arafat. Sindaco di Nablus per dieci anni, gli abitanti del distretto lo stimano profondamente perché ha reso la città, con tutte le sue problematiche, vivibile e organizzata.
 
Gassan ShakaaLei è famoso per le relazioni internazionali che ha intessuto negli ultimi anni. Cosa pensa del ruolo dell’Europa e degli Stati Uniti nel processo di pace?

L’Europa e gli Stati Uniti parlano due linguaggi totalmente diversi. Gli Stati Uniti pensano di essere i leader del mondo, ma nello stesso tempo non riescono a risolvere i problemi mediorientali. Poi hanno molti problemi in Iraq, una guerra che, da quanto annunciato, sarebbe dovuta durare sei mesi mentre dobbiamo ancora uscirne. Con la scusa di combattere il terrorismo stanno facendo dei grandi errori incoraggiando, tra l’altro, il terrorismo in Medio Oriente. Penso invece che l'Unione europea abbia un ruolo, e che dovrebbe avere un ruolo più forte e deciso. Il punto è che la decisione del ruolo che l'Unione europea prenderà dovrà essere deciso esclusivamente dall’Unione e non influenzato dalle grandi potenze mondiali. Per noi palestinesi e per gli arabi, non si può arrivare a un processo di pace senza la comunità europea che si incarichi del giusto ruolo nel conflitto israelo-palestinese.
 
Lei è stato il sindaco di Nablus per 10 anni. Com’è cambiata la situazione della città, considerando che all’interno vi sono 3 campi profughi, tra cui Balata, il campo profughi più grande di tutta la Cisgiordania?

Penso che l’area di Nablus sia un’area molto difficile, sia dal punto di vista della sicurezza interna che dal punto di vista economico. Ovviamente i problemi più grossi li porta l’occupazione: alla fine possiamo affermare che da 7 anni a questa parte siamo perennemente sotto attacco e sotto coprifuoco. Ogni singolo giorno. Ovviamente questo influenza la nostra situazione economica.
La situazione dei campi profughi è terribile, non so come descrivere la povertà e la miseria in cui vivono. Penso che la comunità internazionale dovrebbe trovare un modo per assistere gli abitanti dei campi profughi, e non sto parlando solo di un assistenza umana, bisogna trovar un’altra metodologia di lavoro, ma non è facile, anche la situazione sociale non è facile. Per questo penso che bisogna partire dai giovani e cominciare a instaurare con loro forme di dignità e convivenza.
Perché le persone che vivono nei campi profughi non hanno alcun tipo di servizio?
Non ha senso: sono solo persone cacciate dagli israeliani che ora vivono nell’area di Nablus o di Ramallah, non significa niente. Noi abbiamo il diritto di vivere una vita dignitosa. Dobbiamo trovare una soluzione tutti insieme su come aiutare questa gente, come inserirli nel mondo del lavoro, come affrontare i processi di riabilitazione.

Che differenza ha notato fra il governo di Arafat e quello di Abu Mazen?

Abu Ammar (Arafat) era il nostro leader. Puoi chiederlo ad ogni singola persona. Riusciva a tenerci tutti uniti, anche le diverse fazioni. Abu Mazen è un presidente che crede nella negoziazione politica , nel processo politico con Israele ma, allo stesso tempo, cerca di trovare accordi interni con Hamas, tentando così di ristabilire buoni rapporti. Spero che stavolta riesca a ristabilire una buona situazione politico-economica per i palestinesi e che riesca a portare avanti gli accordi di pace.
 
Quindi pensa che possa esserci di nuovo un dialogo fra Hamas e Fatah ed avere di nuovo un governo unitario?

Lo spero, non so. È Hamas che vuole avere il potere assoluto…

Ma cosa se ne fa Hamas di un potere circoscritto nella striscia di Gaza?

Forse pensano di poter raggiungere il potere anche in Cisgiordania. A Gaza ci hanno sbattuto fuori, ma in Cisgiordania non possono, ma possono fare altro: assassini, bombe, collasso dell’autorità…tentano di creare il caos anche qua. Vogliono dimostrare la loro forza non solo a se stessi, ma anche ai loro colleghi in Egitto, Siria, Giordania…e tutto questo sotto l’egida islamica.

Ha partecipato alla maggior parte degli incontri internazionali per il processo di pace. Pensa che Israele sia realmente pronto ad avviare il processo di pace?
 
Penso che vogliano la pace, ma dipende di che tipo di pace stiamo parlando: ora stanno cercando di stabilire un processo di pace che in primis riconosca lo stato d’Israele agli occhi di tutto il mondo arabo. Rispetto poi alla Palestina, a loro interessa stipulare un processo di pace con la Cisgiordania, che è la zona che gli interessa, di Gaza non gl’importa nulla, tanto più ora che Hamas ha preso il potere nella striscia. Noi, in Cisgiordania, siamo seri abbastanza per riconoscere lo stato d’Israele e cominciare ad avviare un serio processo di pace, ma che tipo di stato vogliono concederci?
Vogliono darci uno stato senza Gerusalemme, con le colonie israeliane al nostro interno, senza libertà di movimento e questo di sicuro non migliorerà la nostra situazione economica.
 
Che tipo di relazione ha il nuovo governo provvisorio in Cisgiordania con gli altri governi arabi?
 
Penso che abbiamo delle relazioni ottime col mondo arabo e con la Comunità Europea. Penso stiano tutti lavorando in modo positivo non solo rispetto agli accordi di pace ma anche per migliorare la situazione economica palestinese.
 
Cosa pensa del futuro della Palestina?

Di sicuro non potremo arrivare ad avere uno stato palestinese velocemente: bisognerà lavorare ancora molto per ottenere qualcosa nel prossimo futuro, fra 5 o 10 anni.
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