scritto per noi da
Giorgia Baldi
Gassan Shakaa è
membro del Comitato Esecutivo dell’Organizzazione per la
Liberazione della Palestina (Olp) e si occupa delle Relazioni
Internazionali della stessa. Ha partecipato attivamente alla stesura
della risoluzione di Madrid e degli accordi di Oslo, a fianco di
Arafat. Sindaco di Nablus per dieci anni, gli abitanti del distretto
lo stimano profondamente perché ha reso la città, con
tutte le sue problematiche, vivibile e organizzata.
Lei è famoso per
le relazioni internazionali che ha intessuto negli ultimi anni. Cosa
pensa del ruolo dell’Europa e degli Stati Uniti nel processo di
pace?
L’Europa e gli Stati Uniti
parlano due linguaggi totalmente diversi. Gli Stati Uniti pensano di
essere i leader del mondo, ma nello stesso tempo non riescono a
risolvere i problemi mediorientali. Poi hanno molti problemi in Iraq,
una guerra che, da quanto annunciato, sarebbe dovuta durare sei mesi
mentre dobbiamo ancora uscirne. Con la scusa di combattere il
terrorismo stanno facendo dei grandi errori incoraggiando, tra
l’altro, il terrorismo in Medio Oriente. Penso invece che l'Unione
europea abbia un ruolo, e che dovrebbe avere un ruolo più
forte e deciso. Il punto è che la decisione del ruolo che
l'Unione europea prenderà dovrà essere deciso
esclusivamente dall’Unione e non influenzato dalle grandi potenze
mondiali. Per noi palestinesi e per gli arabi, non si può
arrivare a un processo di pace senza la comunità europea che
si incarichi del giusto ruolo nel conflitto israelo-palestinese.
Lei è stato il
sindaco di Nablus per 10 anni. Com’è cambiata la situazione
della città, considerando che all’interno vi sono 3 campi
profughi, tra cui Balata, il campo profughi più grande di
tutta la Cisgiordania?
Penso che l’area di Nablus
sia un’area molto difficile, sia dal punto di vista della sicurezza
interna che dal punto di vista economico. Ovviamente i problemi più
grossi li porta l’occupazione: alla fine possiamo affermare che da
7 anni a questa parte siamo perennemente sotto attacco e sotto
coprifuoco. Ogni singolo giorno. Ovviamente questo influenza la
nostra situazione economica.
La situazione dei campi
profughi è terribile, non so come descrivere la povertà
e la miseria in cui vivono. Penso che la comunità
internazionale dovrebbe trovare un modo per assistere gli abitanti
dei campi profughi, e non sto parlando solo di un assistenza umana,
bisogna trovar un’altra metodologia di lavoro, ma non è
facile, anche la situazione sociale non è facile. Per questo
penso che bisogna partire dai giovani e cominciare a instaurare con
loro forme di dignità e convivenza.
Perché
le persone che vivono nei campi profughi non hanno alcun tipo di
servizio?
Non ha senso: sono solo
persone cacciate dagli israeliani che ora vivono nell’area di
Nablus o di Ramallah, non significa niente. Noi abbiamo il diritto di
vivere una vita dignitosa. Dobbiamo trovare una soluzione tutti
insieme su come aiutare questa gente, come inserirli nel mondo del
lavoro, come affrontare i processi di riabilitazione.
Che differenza ha notato
fra il governo di Arafat e quello di Abu Mazen?
Abu Ammar (Arafat) era il
nostro leader. Puoi chiederlo ad ogni singola persona. Riusciva a
tenerci tutti uniti, anche le diverse fazioni. Abu Mazen è un
presidente che crede nella negoziazione politica , nel processo
politico con Israele ma, allo stesso tempo, cerca di trovare accordi
interni con Hamas, tentando così di ristabilire buoni
rapporti. Spero che stavolta riesca a ristabilire una buona
situazione politico-economica per i palestinesi e che riesca a
portare avanti gli accordi di pace.
Quindi pensa che possa
esserci di nuovo un dialogo fra Hamas e Fatah ed avere di nuovo un
governo unitario?
Lo spero, non so. È
Hamas che vuole avere il potere assoluto…
Ma cosa se ne fa Hamas di
un potere circoscritto nella striscia di Gaza?
Forse pensano di poter
raggiungere il potere anche in Cisgiordania. A Gaza ci hanno
sbattuto fuori, ma in Cisgiordania non possono, ma possono fare
altro: assassini, bombe, collasso dell’autorità…tentano di
creare il caos anche qua. Vogliono dimostrare la loro forza non solo
a se stessi, ma anche ai loro colleghi in Egitto, Siria, Giordania…e
tutto questo sotto l’egida islamica.
Ha partecipato alla
maggior parte degli incontri internazionali per il processo di pace.
Pensa che Israele sia realmente pronto ad avviare il processo di
pace?
Penso che vogliano la pace,
ma dipende di che tipo di pace stiamo parlando: ora stanno cercando
di stabilire un processo di pace che in primis riconosca lo stato
d’Israele agli occhi di tutto il mondo arabo. Rispetto poi alla
Palestina, a loro interessa stipulare un processo di pace con la
Cisgiordania, che è la zona che gli interessa, di Gaza non
gl’importa nulla, tanto più ora che Hamas ha preso il potere
nella striscia. Noi, in Cisgiordania, siamo seri abbastanza per
riconoscere lo stato d’Israele e cominciare ad avviare un serio
processo di pace, ma che tipo di stato vogliono concederci?
Vogliono darci uno stato
senza Gerusalemme, con le colonie israeliane al nostro interno, senza
libertà di movimento e questo di sicuro non migliorerà
la nostra situazione economica.
Che tipo di relazione ha
il nuovo governo provvisorio in Cisgiordania con gli altri governi
arabi?
Penso che abbiamo delle
relazioni ottime col mondo arabo e con la Comunità Europea.
Penso stiano tutti lavorando in modo positivo non solo rispetto agli
accordi di pace ma anche per migliorare la situazione economica
palestinese.
Cosa pensa del futuro
della Palestina?
Di sicuro non potremo
arrivare ad avere uno stato palestinese velocemente: bisognerà
lavorare ancora molto per ottenere qualcosa nel prossimo futuro, fra
5 o 10 anni.