24/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Abu Mujahed, leader della Jihad Islamica in Cisgiordania
scritto per noi da
Giorgia Baldi
 
 
Il movimento per la Jihad islamica in Palestina è nella lista nera delle organizzazioni terroristiche dell’Occidente: Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito, Giappone, Canada, Australia e Israele. Per questo motivo la parola jihad fa tremare molti occidentali e non. Si percepisce la jihad come violenza e oppressione. Il termine arabo per "guerra santa" è al-harb al-Qudsiyah ( e non jihad) e più che essere stato coniato dai musulmani è stato in realtà inventato dai cristiani durante le crociate per giustificare il loro massacro di interi villaggi. Fondato nella striscia di Gaza negli anni Settanta da Fathi Shaqagi, ucciso poi in Grecia dal Mossad israeliano, come ramo della Jihad islamica egiziana, la Jihad è finanziata principalmente dalla Siria e dall’Iran, essendo nata infatti sulla scia della rivoluzione iraniana del 1979 che ha cambiato completamente gli assetti mediorientali secondo l’ideologia khomeinista dell’esportazione della rivoluzione nel resto del mondo arabo. Hanno rivendicato diversi attacchi militari, tra cui l’ultimo di una settimana fa, quando diversi soldati sono rimasti feriti al confine fra la striscia di Gaza e Israele, ma anche attacchi kamikaze. La Jihad islamica ha voluto coniugare la religione e il patriottismo, fondendo tre elementi della resistenza: quello religioso, quello palestinese e la militanza stessa ma, a differenza di Hamas, ha scelto di rimanere un movimento lontano dalle istituzionalizzazioni politiche. Abu Mujahed è il leader della Jihad Islamica in Cisgiordania, uomo di spicco del movimento: vive in clandestinità in attesa, a suo dire, di un confronto militare con l’esercito Israeliano.
 
A differenza di Hamas, che è nato come movimento di resistenza che nei fatti si è poi “istituzionalizzato”, la Jihad islamica è rimasto un movimento di resistenza e ha scelto di non prendere parte al processo politico in atto in Palestina, perché?
 
La Jihad islamica è nata con lo scopo di liberare la Palestina, tutta la Palestina, quella storica, dal fiume al mare. Abbiamo preso questa decisione perché il nostro movimento si basa sulla religione islamica e sul Corano, il nostro libro sacro, che ci chiede di lottare contro chi violenta la Terra Santa. Innanzi tutto noi non crediamo in un processo di pace con Israele, perché non pensiamo che Israele conosca il linguaggio della pace: conoscono solo il linguaggio della guerra e dell’occupazione, che è ciò che hanno portato avanti negli ultimi 40 anni. Non siamo coinvolti nel processo politico interno innanzi tutto perché non riconosciamo gli accordi di Oslo stipulati dall’Olp, e chi fa parte del governo accetta, o dovrebbe accettare, questi accordi. Noi siamo stati il primo movimento di resistenza che non ha accettato questi accordi, per questo motivo non ci siamo candidati alle elezioni. Sappiamo però che non rappresentiamo tutti i palestinesi, per questo motivo abbiamo rispettato diverse tregue per dare una possibilità ai partiti politici, una possibilità concreta al processo di pace in atto, ma Israele ci ha dimostrato di non essere pronto ad accordi di pace. Per questo pensiamo che la resistenza sia un dovere di tutti i palestinesi.
 
L’attuale situazione interna palestinese è estremamente caotica e pericolosa: è la prima volta che in Palestina scoppia una feroce guerra fratricida con un risultato alquanto deludente: un governo a Gaza, controllato da Hamas, e un governo provvisorio in Cisgiordania, perennemente sul filo del rasoio per quanto riguarda la sicurezza interna. Qual è la vostra posizione rispetto a questa nuova situazione politica?

Il sangue palestinese è una linea rossa: noi rifiutiamo qualsiasi tipo di conflitto interno fra palestinesi, è proibito nella nostra religione uccidere i propri fratelli. Crediamo che il conflitto fra Hamas e Fatah sia semplicemente un gioco politico e rifiutiamo qualsiasi tipo di conflitto per il potere. Per questo abbiamo chiesto a entrambe le parti un’immediata riapertura del dialogo, perché questa situazione devasterà i palestinesi e non farà altro che il gioco degli israeliani.

Sia la Jihad islamica che Hamas sono due movimenti religiosi. Entrambi, poi, sono nati come movimento di resistenza contro l’occupazione israeliana. Potrebbe chiarire la vostra posizione ideologica rispetto a quella di Hamas?

La Jihad islamica utilizza la religione islamica in due modi: primo per liberare la Palestina, dal fiume al mare, la Palestina storica, ma lavoriamo anche per la creazione di una società islamica, una volta arrivati alla liberazione totale della nostra terra, sotto l’egida del nostro libro sacro, il Corano. Sia noi che Hamas abbiamo una base religiosa forte ma, a livello politico, siamo due movimenti diversi. Come ho già detto, il fatto che Hamas si sia presentata alle elezioni fa capire che accetta gli accordi di Oslo, mentre noi siamo assolutamente contrari. Comunque, abbiamo ottimi rapporti con tutti i partiti politici: il nostro legame con i partiti dipende dalla scelta dei vari movimenti di accettare la resistenza armata e, fino a ora, tutti i partiti politici godono di una parte di sostenitori che portano avanti la resistenza armata.

Ma anche Hamas sembra che abbia rifiutato gli accordi di Oslo, o no?

Penso che dovresti porre questa domanda ad un leader di Hamas: se veramente rifiutano gli accordi di Oslo allora perché si sono candidati alle elezioni?

Da quando è nato il movimento, avete organizzato diversi attacchi terroristici in Israele, per questo motivo siete fra le organizzazioni nella lista nera degli Stati Uniti, nonché i più ricercati dall’intelligence israeliana. Cosa ne pensa del fatto che l’Occidente vi definisce come uno dei movimenti terroristi più pericolosi ?

Innanzi tutto non siamo terroristi: tutti coloro che resistono per la liberazione della propria terra non sono terroristi. I veri terroristi sono coloro che uccidono, che rubano e violentano terre che non sono loro lasciando la nostra popolazione senza un goccio d’acqua. Noi lottiamo per la libertà, non siamo terroristi, non ci piace la morte. Siamo assolutamente contrari ad attaccare fuori dalla Palestina. Attacchiamo chi occupa la nostra terra, nella nostra terra. Siamo contrari anche ad attaccare altre religioni: noi resistiamo contro gli israeliani, contro la loro occupazione illegale, ma non contro gli ebrei. Rispettiamo qualsiasi tipo di religione, ma vogliamo essere liberi come gli altri stati al mondo, avere dei diritti, liberare la nostra terra. Abbiamo il diritto di farlo. Abbiamo rispettato molti “cessate il fuoco” fra Palestina e Israele, come frutto di accordi dell’Olp nella speranza di una pace duratura, ma dopo ogni “cessate il fuoco” sono sempre stati gli israeliani ad attaccarci per primi, a rompere i patti, per cui sono loro che continuano ad alimentare questa situazione. Ad esempio, dopo l’ultimo accordo per una tregua, gli Israeliani hanno ucciso 257 persone, chi si prenderà la responsabilità per queste vite?

Qual è la differenza fra la vostra lotta armata ed altri gruppi armati come le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa o le Brigate Al-Qassam?

Non ci sono differenze tra la nostra lotta armata e quella degli altri gruppi di resistenza. In genere noi lavoriamo insieme a livello militare. L’unica differenza sostanziale è la continuità: noi non smetteremo mai di resistere contro Israele finché Israele esisterà. E il nostro tipo di resistenza non è poi tanto diverso dagli altri. È vero che per la maggior parte combattiamo nei Territori Occupati, ma tutti i movimenti armati di resistenza, di qualsiasi fazione politica, hanno organizzato anche attacchi suicidi in Israele.

Che tipi di relazione avete con gli altri paesi arabi?

Abbiamo ottimi rapporti con l’Iran e con la Siria soprattutto, ma abbiamo buoni rapporti con tutti i paesi arabi, con tutti i musulmani ma anche con tutti coloro che lottano per i diritti del popolo palestinese e per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese.

È risaputo che l’intelligence israeliana è la più potente del mondo. Lei pensa di poter liberare militarmente la Palestina pur riconoscendo la vostra “inferiorità militare”?

Non vogliamo pensare in questi termini; pensiamo siano termini negativi. Abbiamo il diritto e il dovere di resistere contro l’occupazione, resistiamo e facciamo del nostro meglio. Poi Dio ci aiuterà. Crediamo che prima o poi vinceremo, perché è nostro diritto. Probabilmente non nell’immediato, ci vorrà tempo, ma noi siamo musulmani e crediamo che Dio ci verrà in soccorso in Terra Santa.

Lei crede nella democrazia come metodologia politica?

Dipende di che tipo di democrazia si parla. Se è una democrazia che rispetta i diritti della gente allora crediamo in questa forma, ma qui abbiamo sperimentato la democrazia di Fatah e di Hamas e a noi non piace. Non siamo contro la democrazia, ma non vogliamo una democrazia imposta dall’Occidente né tanto meno una democrazia che nasconda velleità colonialiste da parte dell’Occidente o di Israele. Siamo contrari alla democrazia che gli Stati Uniti e l’Occidente vogliono (e lo stanno facendo) portare nelle nostre terre, perché distrugge la nostra morale e le nostre tradizioni. Non vogliamo che qualcuno si permetta di imporci un genere specifico di democrazia.

L’esistenza della Jihad islamica avrebbe un senso politico una volta avvenuta la liberazione della Palestina? Sareste come i Fratelli musulmani in Egitto?

Non vogliamo correre, perché pensiamo che la creazione di uno stato palestinese sia ancora lontana, ma penso che una volta avuto uno stato palestinese non ci imporremmo, ma lavoreremmo per uno stato vicino alla religione islamica, alla Shari’a, all’interno dei vari organi palestinesi. Voglio precisare che quando parlo di uno stato palestinese non parlo di uno stato nei confini del 1967, ma di tutta la Palestina storica.

Cosa pensa dell’Occidente?

Come in ogni luogo al mondo ci sono buone persone e cattive persone. Tendo a dividere, a fare una cernita, tra la popolazione occidentale ed i loro regimi, i loro politici. Se penso ai governi, ovviamente prendono le parti di Israele, ma se penso agli occidentali, alla gente, li apprezziamo, se rispettano la nostra religione e le nostre tradizioni. C’è una buona percentuale di occidentali che difende i nostri diritti e ci rispetta. Noi lottiamo per la liberazione della nostra terra. Siamo perciò contrari agli attacchi kamikaze in Occidente. Rispettiamo coloro che lottano per i diritti umani, che non occupano o rubano terre. Siamo stati i primi ad organizzare una manifestazione per la liberazione di Alain Johnson, il giornalista britannico rapito nella striscia di Gaza, difendiamo tutti coloro che lavorano con i palestinesi, che promuovono informazione su ciò che veramente accade in questa terra.

Rispetto al ruolo della donna: secondo il Corano, la donna lotta a fianco degli uomini nella Jihad, ci sono donne nel vostro movimento?

Crediamo che le donne debbano partecipare insieme agli uomini nello sviluppo sociale, ma anche nella lotta. Abbiamo molte donne nel nostro movimento. Ad esempio, e solo per dire qualche nome, Hanad Sharad, che si è fatta esplodere ad Haifa, Himad Marasmi, che si è fatta esplodere in Israele, ed infine Roud Mashou, che si è fatta esplodere nella striscia di Gaza tra i soldati israeliani. Tutt’ora ci sono moltissime donne all’interno del nostro movimento, ma per motivi di sicurezza non ne possiamo rivelare i nomi. Ovviamente noi crediamo nella Shari’a per cui crediamo che le donne debbano partecipare in ogni parte della vita famigliare, sociale, politica e lavorativa, senza alcun tipo di discriminazione, ed anche nella resistenza: come dice il nostro profeta Maometto “la Jihad è un dovere di tutti: uomini e donne”. Ma nell’Islam è proibito per le donne comandare gli uomini, per cui i nostri leader sono uomini. Abbiamo anche tante donne della Jihad islamica nelle carceri, anche donne con bambini. La situazione delle donne in carcere, donne di ogni fazione politica, è tremenda, peggio che per gli uomini. Chiediamo alla comunità internazionale di fare qualcosa per risolvere questo problema. Molte donne partoriscono in carcere, vengono malmenate dagli israeliani. Bisogna lavorare per risolvere il problema delle donne.

Cosa pensa accadrà nel prossimo futuro in Palestina?

Preghiamo Dio che finisca questa guerra fratricida in Palestina e chiediamo a tutti i partiti politici di unirsi per resistere contro l’occupazione israeliana. 
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