scritto per noi da
Giorgia Baldi
Il
movimento per la Jihad islamica in Palestina è nella lista
nera delle organizzazioni terroristiche dell’Occidente: Stati
Uniti, Unione Europea, Regno Unito, Giappone, Canada, Australia e
Israele. Per questo motivo la parola jihad fa tremare molti
occidentali e non. Si percepisce la jihad come violenza e
oppressione. Il termine arabo per "guerra santa" è
al-harb al-Qudsiyah ( e non jihad) e più che essere stato
coniato dai musulmani è stato in realtà inventato dai
cristiani durante le crociate per giustificare il loro massacro di
interi villaggi. Fondato nella striscia di Gaza negli anni Settanta
da Fathi Shaqagi, ucciso poi in Grecia dal Mossad israeliano, come
ramo della Jihad islamica egiziana, la Jihad è finanziata
principalmente dalla Siria e dall’Iran, essendo nata infatti sulla
scia della rivoluzione iraniana del 1979 che ha cambiato
completamente gli assetti mediorientali secondo l’ideologia
khomeinista dell’esportazione della rivoluzione nel resto del mondo
arabo. Hanno rivendicato diversi attacchi militari, tra cui l’ultimo
di una settimana fa, quando diversi soldati sono rimasti feriti al
confine fra la striscia di Gaza e Israele, ma anche attacchi
kamikaze. La Jihad islamica ha voluto coniugare la religione e il
patriottismo, fondendo tre elementi della resistenza: quello
religioso, quello palestinese e la militanza stessa ma, a differenza
di Hamas, ha scelto di rimanere un movimento lontano dalle
istituzionalizzazioni politiche. Abu Mujahed è il leader della
Jihad Islamica in Cisgiordania, uomo di spicco del movimento: vive in
clandestinità in attesa, a suo dire, di un confronto militare
con l’esercito Israeliano.
A
differenza di Hamas, che è nato come movimento di resistenza
che nei fatti si è poi “istituzionalizzato”, la Jihad
islamica è rimasto un movimento di resistenza e ha scelto di
non prendere parte al processo politico in atto in Palestina, perché?
La
Jihad islamica è nata con lo scopo di liberare la Palestina,
tutta la Palestina, quella storica, dal fiume al mare. Abbiamo preso
questa decisione perché il nostro movimento si basa sulla
religione islamica e sul Corano, il nostro libro sacro, che ci chiede
di lottare contro chi violenta la Terra Santa. Innanzi tutto noi non
crediamo in un processo di pace con Israele, perché non
pensiamo che Israele conosca il linguaggio della pace: conoscono solo
il linguaggio della guerra e dell’occupazione, che è ciò
che hanno portato avanti negli ultimi 40 anni. Non siamo coinvolti
nel processo politico interno innanzi tutto perché non
riconosciamo gli accordi di Oslo stipulati dall’Olp, e chi fa parte
del governo accetta, o dovrebbe accettare, questi accordi. Noi siamo
stati il primo movimento di resistenza che non ha accettato questi
accordi, per questo motivo non ci siamo candidati alle elezioni.
Sappiamo però che non rappresentiamo tutti i palestinesi, per
questo motivo abbiamo rispettato diverse tregue per dare una
possibilità ai partiti politici, una possibilità
concreta al processo di pace in atto, ma Israele ci ha dimostrato di
non essere pronto ad accordi di pace. Per questo pensiamo che la
resistenza sia un dovere di tutti i palestinesi.
L’attuale situazione
interna palestinese è estremamente caotica e pericolosa: è
la prima volta che in Palestina scoppia una feroce guerra fratricida
con un risultato alquanto deludente: un governo a Gaza, controllato
da Hamas, e un governo provvisorio in Cisgiordania, perennemente sul
filo del rasoio per quanto riguarda la sicurezza interna. Qual è
la vostra posizione rispetto a questa nuova situazione politica?
Il sangue palestinese è
una linea rossa: noi rifiutiamo qualsiasi tipo di conflitto interno
fra palestinesi, è proibito nella nostra religione uccidere i
propri fratelli. Crediamo che il conflitto fra Hamas e Fatah sia
semplicemente un gioco politico e rifiutiamo qualsiasi tipo di
conflitto per il potere. Per questo abbiamo chiesto a entrambe le
parti un’immediata riapertura del dialogo, perché questa
situazione devasterà i palestinesi e non farà altro che
il gioco degli israeliani.
Sia la Jihad islamica che
Hamas sono due movimenti religiosi. Entrambi, poi, sono nati come
movimento di resistenza contro l’occupazione israeliana. Potrebbe
chiarire la vostra posizione ideologica rispetto a quella di Hamas?
La Jihad islamica utilizza
la religione islamica in due modi: primo per liberare la Palestina,
dal fiume al mare, la Palestina storica, ma lavoriamo anche per la
creazione di una società islamica, una volta arrivati alla
liberazione totale della nostra terra, sotto l’egida del nostro
libro sacro, il Corano. Sia noi che Hamas abbiamo una base religiosa
forte ma, a livello politico, siamo due movimenti diversi. Come ho
già detto, il fatto che Hamas si sia presentata alle elezioni
fa capire che accetta gli accordi di Oslo, mentre noi siamo
assolutamente contrari. Comunque, abbiamo ottimi rapporti con tutti i
partiti politici: il nostro legame con i partiti dipende dalla scelta
dei vari movimenti di accettare la resistenza armata e, fino a ora,
tutti i partiti politici godono di una parte di sostenitori che
portano avanti la resistenza armata.
Ma anche Hamas sembra che
abbia rifiutato gli accordi di Oslo, o no?
Penso che dovresti porre
questa domanda ad un leader di Hamas: se veramente rifiutano gli
accordi di Oslo allora perché si sono candidati alle elezioni?
Da quando è nato
il movimento, avete organizzato diversi attacchi terroristici in
Israele, per questo motivo siete fra le organizzazioni nella lista
nera degli Stati Uniti, nonché i più ricercati
dall’intelligence israeliana. Cosa ne pensa del fatto che
l’Occidente vi definisce come uno dei movimenti terroristi più
pericolosi ?
Innanzi tutto non siamo
terroristi: tutti coloro che resistono per la liberazione della
propria terra non sono terroristi. I veri terroristi sono coloro che
uccidono, che rubano e violentano terre che non sono loro lasciando
la nostra popolazione senza un goccio d’acqua. Noi lottiamo per la
libertà, non siamo terroristi, non ci piace la morte. Siamo
assolutamente contrari ad attaccare fuori dalla Palestina.
Attacchiamo chi occupa la nostra terra, nella nostra terra. Siamo
contrari anche ad attaccare altre religioni: noi resistiamo contro
gli israeliani, contro la loro occupazione illegale, ma non contro
gli ebrei. Rispettiamo qualsiasi tipo di religione, ma vogliamo
essere liberi come gli altri stati al mondo, avere dei diritti,
liberare la nostra terra. Abbiamo il diritto di farlo. Abbiamo
rispettato molti “cessate il fuoco” fra Palestina e Israele, come
frutto di accordi dell’Olp nella speranza di una pace duratura, ma
dopo ogni “cessate il fuoco” sono sempre stati gli israeliani ad
attaccarci per primi, a rompere i patti, per cui sono loro che
continuano ad alimentare questa situazione. Ad esempio, dopo l’ultimo
accordo per una tregua, gli Israeliani hanno ucciso 257 persone, chi
si prenderà la responsabilità per queste vite?
Qual è la
differenza fra la vostra lotta armata ed altri gruppi armati come le
Brigate dei Martiri di Al-Aqsa o le Brigate Al-Qassam?
Non ci sono differenze tra
la nostra lotta armata e quella degli altri gruppi di resistenza. In
genere noi lavoriamo insieme a livello militare. L’unica differenza
sostanziale è la continuità: noi non smetteremo mai di
resistere contro Israele finché Israele esisterà. E il
nostro tipo di resistenza non è poi tanto diverso dagli altri.
È vero che per la maggior parte combattiamo nei Territori
Occupati, ma tutti i movimenti armati di resistenza, di qualsiasi
fazione politica, hanno organizzato anche attacchi suicidi in
Israele.
Che tipi di relazione
avete con gli altri paesi arabi?
Abbiamo ottimi rapporti con
l’Iran e con la Siria soprattutto, ma abbiamo buoni rapporti con
tutti i paesi arabi, con tutti i musulmani ma anche con tutti coloro
che lottano per i diritti del popolo palestinese e per la risoluzione
del conflitto israelo-palestinese.
È risaputo che
l’intelligence israeliana è la più potente del mondo.
Lei pensa di poter liberare militarmente la Palestina pur
riconoscendo la vostra “inferiorità militare”?
Non vogliamo pensare in
questi termini; pensiamo siano termini negativi. Abbiamo il diritto e
il dovere di resistere contro l’occupazione, resistiamo e facciamo
del nostro meglio. Poi Dio ci aiuterà. Crediamo che prima o
poi vinceremo, perché è nostro diritto. Probabilmente
non nell’immediato, ci vorrà tempo, ma noi siamo musulmani e
crediamo che Dio ci verrà in soccorso in Terra Santa.
Lei crede nella
democrazia come metodologia politica?
Dipende di che tipo di
democrazia si parla. Se è una democrazia che rispetta i
diritti della gente allora crediamo in questa forma, ma qui abbiamo
sperimentato la democrazia di Fatah e di Hamas e a noi non piace. Non
siamo contro la democrazia, ma non vogliamo una democrazia imposta
dall’Occidente né tanto meno una democrazia che nasconda
velleità colonialiste da parte dell’Occidente o di Israele.
Siamo contrari alla democrazia che gli Stati Uniti e l’Occidente
vogliono (e lo stanno facendo) portare nelle nostre terre, perché
distrugge la nostra morale e le nostre tradizioni. Non vogliamo che
qualcuno si permetta di imporci un genere specifico di democrazia.
L’esistenza della Jihad
islamica avrebbe un senso politico una volta avvenuta la liberazione
della Palestina? Sareste come i Fratelli musulmani in Egitto?
Non vogliamo correre, perché
pensiamo che la creazione di uno stato palestinese sia ancora
lontana, ma penso che una volta avuto uno stato palestinese non ci
imporremmo, ma lavoreremmo per uno stato vicino alla religione
islamica, alla Shari’a, all’interno dei vari organi palestinesi.
Voglio precisare che quando parlo di uno stato palestinese non parlo
di uno stato nei confini del 1967, ma di tutta la Palestina storica.
Cosa pensa
dell’Occidente?
Come in ogni luogo al mondo
ci sono buone persone e cattive persone. Tendo a dividere, a fare una
cernita, tra la popolazione occidentale ed i loro regimi, i loro
politici. Se penso ai governi, ovviamente prendono le parti di
Israele, ma se penso agli occidentali, alla gente, li apprezziamo, se
rispettano la nostra religione e le nostre tradizioni. C’è
una buona percentuale di occidentali che difende i nostri diritti e
ci rispetta. Noi lottiamo per la liberazione della nostra terra.
Siamo perciò contrari agli attacchi kamikaze in Occidente.
Rispettiamo coloro che lottano per i diritti umani, che non occupano
o rubano terre. Siamo stati i primi ad organizzare una manifestazione
per la liberazione di Alain Johnson, il giornalista britannico rapito
nella striscia di Gaza, difendiamo tutti coloro che lavorano con i
palestinesi, che promuovono informazione su ciò che veramente
accade in questa terra.
Rispetto al ruolo della
donna: secondo il Corano, la donna lotta a fianco degli uomini nella
Jihad, ci sono donne nel vostro movimento?
Crediamo che le donne
debbano partecipare insieme agli uomini nello sviluppo sociale, ma
anche nella lotta. Abbiamo molte donne nel nostro movimento. Ad
esempio, e solo per dire qualche nome, Hanad Sharad, che si è
fatta esplodere ad Haifa, Himad Marasmi, che si è fatta
esplodere in Israele, ed infine Roud Mashou, che si è fatta
esplodere nella striscia di Gaza tra i soldati israeliani. Tutt’ora
ci sono moltissime donne all’interno del nostro movimento, ma per
motivi di sicurezza non ne possiamo rivelare i nomi. Ovviamente noi
crediamo nella Shari’a per cui crediamo che le donne debbano
partecipare in ogni parte della vita famigliare, sociale, politica e
lavorativa, senza alcun tipo di discriminazione, ed anche nella
resistenza: come dice il nostro profeta Maometto “la Jihad è
un dovere di tutti: uomini e donne”. Ma nell’Islam è
proibito per le donne comandare gli uomini, per cui i nostri leader
sono uomini. Abbiamo anche tante donne della Jihad islamica nelle
carceri, anche donne con bambini. La situazione delle donne in
carcere, donne di ogni fazione politica, è tremenda, peggio
che per gli uomini. Chiediamo alla comunità internazionale di
fare qualcosa per risolvere questo problema. Molte donne partoriscono
in carcere, vengono malmenate dagli israeliani. Bisogna lavorare per
risolvere il problema delle donne.
Cosa pensa accadrà
nel prossimo futuro in Palestina?
Preghiamo Dio che finisca
questa guerra fratricida in Palestina e chiediamo a tutti i partiti
politici di unirsi per resistere contro l’occupazione israeliana.