31/12/2004
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Dal diario di viaggio della carovana pacifista Torino-Beslan
Un gruppo di giovani pacifisti appartenenti a due associazioni torinesi, Acmos e Terra del Fuoco, hanno dato vita a una carovana diretta a Beslan, in Ossezia del Nord. La carovana,
che è stata battezzata 'Oltre la fortezza', è partita da Torino lo scorso 13 dicembre e, dopo aver attraversato Romania,
Moldavia e Ucraina, è giunta a Beslan il 27 dicembre. Proseguirà poi per l’Inguscezia,
dove si trovano i campi profughi ceceni, prima di iniziare il viaggio di ritorno
attraverso la Georgia e la Turchia.
Pubblichiamo alcuni estratti dei resoconti inviati da un villaggio moldavo, da
Kiev e da Beslan da coloro che stanno partecipando a questa esperienza. (Qui a parte riportiamo due brevi scritti che sintetizzano lo spirito che ha animato questa
iniziativa).
Sestaci, Moldova, 17 dicembre. La Carovana ‘Oltre La Fortezza’ ha vissuto la sua prima settimana di viaggio.
Una settimana intensa fatta di strada, di freddo, di buio, di banchi fitti di
nebbia, di ne
ve, di stanchezza, di mete lontane da raggiungere, di frontiere faticose da passare.
Una settimana fatta di ascolto e di esperienze condivise. (…) Oggi siamo a Sestaci,
un piccolo villaggio di duemila abitanti, a un centinaio di chilometri dalla capitale
Chisinau. Le strade sono tortuose e sterrate e per arrivarci ci si mette più di
due ore. Ci aspettano nella scuola del paese. (…) Quando arriviamo, ci accoglie
un quartiere in cui le case sono fatiscenti, le strade dissestate e gelide, piene
di cani e gatti randagi. Ma poi imbocchiamo il vialetto che conduce all’edificio,
e ci sentiamo invasi di calore. La temperatura è sotto lo zero, ma il sole filtra
dagli alberi spogli che ci sono nel cortile. Alziamo lo sguardo e vediamo gli
occhi dei bambini che ci aspettano lì alla finestra, curiosi e simpatici. Entriamo.
(…) Ogni aula è arredata come fosse una casa. Con tende ricamate a mano alle finestre,
con lampadari colorati ai soffitti e con tante piante. Ce ne sono di grandi e
piccole, sui davanzali, sulle cattedre, sui mobili. Le
maestre con gli allievi e le famiglie se ne prendono cura. Queste scuole sono
presidi di civiltà, sono armi contro la disperazione, la dispersione, la vittoria
dei privilegiati. Qui si trova quella cura, quel rispetto, quella sobrietà che
hanno le persone che sanno cosa vuol dire la povertà.
Siamo rimasti meravigliati e commossi dalla capacità di essere ‘comunità’ che
abbiamo percepito nel villaggio. Il paese intero ci ha accolti, le professoresse
hanno cucinato per noi e invitandoci a pranzare, in un’aula diventata refettorio,
hanno cantato per noi. Questa capacità di essere ‘comunità’ che è resistere allo
smarrimento, tenendosi per mano, aggrappandosi alle piccole cose fatte bene e
fatte insieme, l’abbiamo ancora respirata nella casa del nonno di Marianna, la
nostra guida locale, che passa la sua vecchiaia da invalido leggendo un’enciclopedia
russa, che poi racconta ai bambini del paese.
Kiev, Ucraina, 20 dicembre. Da oggi noi siamo con il popolo ucraino che si batte per il rispetto della legalità
democratica. Le nostre jeep assieme alle loro tende, a presidiare i palazzi del
potere. I giovani di Kiev si alternano notte e giorno nei tre accampamenti permanenti:
quello davanti al Parlamento, quello davanti alla residenza del Presidente Kuchma
e quello in Piazza della Libertà. Questi giovani ci hanno chiesto di stare insieme
a loro. Riconoscendoci uniti dalle stesse speranze, abbiamo con gioia accettato.
Sappiamo che non esiste esperienza politica immune da critiche, ma siamo anche
convinti che sia un delitto e una vanità spaccare sempre il capello in quattro
e con ciò esimersi dal gettare il proprio peso sulla bilancia della storia. Noi
qui, oggi, scegliamo
questo movimento, mangiamo con loro e dormiamo sotto le loro tende. (…)
Conosciamo Irina, una ragazza del movimento politico ucraino Porà. Ci dice che
stanno conducendo una lotta di resistenza, una lotta volta a proteggere la democrazia
dal pericolo che qualcuno si appropri del potere, violando la legalità. (…) Ci
dice che per moltissimi di coloro che presidiano la piazza dell’Indipendenza nel
centro di Kiev, la cosa importante non è tanto la vittoria di Yushenko, ma la
vittoria della democrazia. (…)
Abbiamo poi occasione di parlare con Yevgenija Petrivska, dell’associazione giovanile
Spectr, e con Alessia, una delle tante persone che hanno animato il movimento
popolare a Kiev in questi mesi. Alessia ci racconta che nel bar dove lei lavora
quasi tutte le sere, negli ultimi due mesi, ci sono stati incontri tra militanti
delle parti avverse, e non si è mai andati al di là della semplice discussione.
Ci spiegano che molti di loro non sono tanto sostenitori di Yushenko, quanto oppositori
di Yanukovich. Alcune politiche di Yushenko hanno incontrato e incontrano infatti
viva opposizione anche all’interno del movimento che lo sostiene. “A Yushenko
abbiamo già fatto sapere che deve fare attenzione”, dice Yevgenija. “Siamo pronti
a fare contro di lui quello che abbiamo già fatto contro l’altro, se ci sarà bisogno”.
Beslan, Ossezia del Nord, 27 dicembre. L’incontro con le ragazze ossete di Beslan che hanno partecipato al laboratorio
teatrale insieme a ragazzi ingusci e russi ci ha profondamente toccato. E’ stata
una straordinaria testimonianza di come si possa superare il pregiudizio e l’odio
etnico conoscendosi, fidandosi gli uni degli altri e lavorando insieme per costruire
qualcosa.
Per questo motivo abbiamo scritto una lettera a Zalina, una di queste ragazze.
Eccola.
“Cara Zalina, anche per noi è difficile capire. Ieri siamo andati tutti al cimitero
dove riposano i bambini di Beslan. Ognuno di noi aveva un mazzo di garofani rossi
in mano. Abbiamo camminato tra le tombe, abbiamo sostato davanti alle immagini
di quei volti così simili ai nostri, abbiamo ascoltato accanto a noi il pianto
dei parenti lì in quel momento. L’abbiamo sentito dentro di noi. Abbiamo deposto
uno ad uno i nostri fiori, siamo stati lì, raccolti, svuotati dall’assurdo di
tanta violenza. Impressionati per sempre da quelle date ingiustamente vicine:
nato 1993, morto 2004. Perché?! Ce ne siamo andati, che facevamo fatica a guardarci
negli occhi, preoccupati pudicamente l’uno del dolore dell’altro. Siamo arrivati
nella scuola numero 6 (dove sono stati trasferiti i superstiti della scuola numero
1, ndr). Qui i ragazzini ci attendevano per il torneo di calcio. Con gli italiani o
ti fai una spaghettata o ti fai una partita a pallone.
C’erano tutti ad aspettarci. Abbiamo organizzato due squadre, loro quattro. Il
torneo si è svolto in palestra. (…). Ci siamo capiti, ci siamo trovati. A rincorrere
il pallone non c’erano ‘italiani’, ‘osseti’, ‘vittime’, ‘scampati’... C’erano
ragazzi. C’era la voglia di divertirsi, e basta. Che effetto pensare che la palestra
dove risuonava il tifo era così simile e vicina a quell’altra palestra, quella
del massacro. Le professoresse ci hanno
raccontato che per diverse settimane successive all’attacco i più piccoli si
rifiutavano di entrare in palestra. Ora la voglia di vivere da ragazzi sta riprendendo
il sopravvento, ma dai discorsi spuntano la paura, la diffidenza, l’incertezza
per il futuro. Perchè?!
E poi arrivi tu, Zalina, le tue parole le capiamo solo nella traduzione, ma
la tua voce è dolce, profonda, sembra che echeggi di tutta la sofferenza del Caucaso.
Hai sedici anni, sei osseta, ma hai incontrato i ragazzi ingusci attraverso un
laboratorio teatrale. Ci racconti che è stata dura all’inizio, ma che un po’ per
volta avete capito di essere tanto simili. Ci affidi un messaggio per i ragazzi
che stanno dall’altra parte, in Inguscezia, che tu ora vedi con difficoltà e che
noi incontriamo domani: “Fermiamoci prima che sia troppo tardi. Non è giusto che
noi giovani paghiamo gli errori dei grandi...”. No, non è giusto! Ti ascoltiamo
parlare di speranza, i tuoi occhi si illuminano, ci dici che credi in un futuro
diverso, nel quale i conflitti si placheranno perché le persone impareranno a
perdonarsi. Sembra che sia tutto possibile. Ma il tuo volto è così simile a quelli
che ci guardavano dalle tombe ieri. Davvero Zalina non è giusto che il veleno
dell’odio trasformi un po’ per volta i sorrisi che uniscono, in ringhi che spaventano.
Perché?!
Cara Zalina, anche per noi è proprio difficile capire il perché.
Quello che capiamo è che le persone semplici si capiscono con le cose semplici.
Capiamo che riusciamo ad incontrarvi così profondamente proprio perché siamo un
gruppo di giovani che ha scelto di condividere cose semplici. I fiori, la partita
a pallone, il cibo, il tempo. Capiamo che è così che alla pace può essere data
una speranza. Ma ci vuole pazienza, ci vuole perdono, ci vuole il rispetto delle
differenze. E questo mondo va troppo in fretta. E’ come il cingolo di un carro
armato, che schiaccia tutto sotto di sé. Ma i carri armati, Zalina, si possono
fermare, anche solo per alcuni minuti, come avvenne sul ponte di piazza Tiennanmen.
Possiamo essere come quel ragazzo che da solo si piazzò davanti alla colonna di
cingolati. Dobbiamo farlo, per i bambini ingusci e ceceni, per i bambini di Beslan,
che adesso hanno paura a stare in macchina con il loro papà, perché credono che
all’improvviso possa diventare un terrorista. Solo la pace ha dei perché. L’orrore
dei grandi che ringhiano, no. Ecco la risposta. Ciao Zalina”.
a cura di
Enrico Piovesana