22/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La tensione tra Turchia e Iraq è il simbolo del fallimento della politica estera Usa
I venti di guerra che soffiano sul Kurdistan iracheno, con l'esercito turco che bombarda i villaggi curdi oltre confine, rappresentano solo l'ultimo atto di un conflitto strisciante che si aggiunge alle mille intricate vicende della zona più calda del pianeta.
Un conflitto che non è limitato alla Turchia e all'Iraq, inteso come entità emersa dal rovesciamento del regime di Saddam da parte delle truppe della Coalizione nel 2003, ma che come accade sempre in Medio Oriente s'intreccia con gli interessi di altri attori, non solo regionali.

Venti di guerra. L'ex Partito dei Lavoratori Curdi (Pkk), che in realtà adesso si chiama Murat Karaylan, ha offerto ieri al governo di Ankara una sospensione delle ostilità, in cambio della cessazione delle operazioni oltre confine e della sospensione dei piani di attacco su vasta scala ai rifugi dei guerriglieri curdi.
Il premier turco Erdogan è però sotto pressione, spinto all'azione dai nazionalisti e dai militari turchi, due categorie molto influenti in Turchia. Nessun governo vorrebbe macchiarsi d'ignavia, soprattutto sull'onda emotiva causata in patria dai funerali dei 17 militari turchi uccisi nell'attacco dei giorni scorsi e dal rapimento di altri otto soldati di Ankara, ancora nelle mani dei miliziani curdi. Il governo turco è insomma spinto dall'opinione pubblica interna a smantellare le basi del Pkk, ma se non vuole dire addio per sempre alle sue ambizioni europeiste deve anche districarsi con la diplomazia di Bruxelles, notoriamente (Gran Bretagna a parte) restia alle escalation militari.
Difficile quindi prevedere le reazioni del governo turco, dove il nervosismo è tangibile. Ieri il premier Erdogan ha accusato gli Stati Uniti di non fare abbastanza in Iraq per fermare le scorribande dei guerriglieri curdi, sottolineando involontariamente l'impotenza dell'attuale esecutivo iracheno, a tal punto un fantoccio che lo stesso Erdogan si rivolge direttamente a Washington per lamentarsi di qualcosa che accade in Iraq. In un secondo momento, bacchettato dagli Usa, il premier turco ha parlato di ''operazioni congiunte con Usa e Iraq per porre fine alla guerriglia curda''.
Il premier iracheno Nouri al-Maliki, furioso per le dichiarazioni di Erdogan e per la minaccia di attacco armato turco oltre confine, ha reagito avvisando Ankara che “non esiste alcun accordo per operazioni congiunte”, ma come spesso accade la rabbia nasconde la frustrazione.
Come oggi spiega benissimo un editoriale di Ghassan al-Imam su al-Asharq al-Awsat, “L’odierna minaccia turca di avventurarsi nel nord dell'Iraq ha rivelato la debolezza e l'inconsistenza del governo federale iracheno, incapace di influenzare gli eventi. Quante truppe possiede il premier Nouri al-Maliki per intimorire la Turchia e contenere la sua avanzata? La nuda verità è che questo governo iracheno non ha spedito nemmeno un soldato al confine con la Turchia. La ragione è molto semplice: all'esercito iracheno non è consentito concentrarsi nella zona del governo autonomo curdo, un'area che praticamente gode di un'indipendenza totale dall'Iraq”. Il re è nudo a Baghdad, ed è anche frustrato. Non a caso il presidente iracheno Jalal Talabani, e quello della regione curda Massoud Barzani, si stanno impegnando per tenere a freno le milizie del Pkk, ma intanto mobilitano al confine con la Turchia i peshmerga, la milizia curda confluita nell'esercito regionale.

L'affanno di Washington. Questa crisi evidenzia le contraddizioni della politica turca e l'impotenza del governo iracheno, ma chiama anche con forza sul banco degli imputati gli Stati Uniti d'America. George W. Bush e Condoleezza Rice, in questi giorni, si sono affannati a far abbassare i toni dello scontro, blandendo da un lato le rivendicazioni turche e dall'altro rassicurando le autorità del Kurdistan iracheno.
In quell'area infatti, si trovano adesso a fronteggiarsi minacciosi due tra i più solidi alleati Usa. E questo è un bel problema, visto che in Iraq l'unica regione più o meno stabilizzata è quella curda.
Washington paga adesso il pedaggio di una politica internazionale che si è fatta sempre più spregiudicata. Come impedire alla Turchia di far valere le sue ragioni in quella che Ankara si è affrettata a definire la sua 'guerra al terrorismo'? E se anche le motivazioni che hanno spinto la Turchia a una brusca accellerazione sulla questione risiedono più nei pozzi petroliferi della contesa Kirkuk che in motivi di sicurezza, come possono gli Usa far valere un diritto internazionale che hanno contribuito a distruggere? Inoltre uno dei fattori caldi della questione Kurdistan è che questo popolo senza terra non è ben radicato solo in Turchia e Iraq, ma anche in Siria e Iran. Gli Usa, che puntano a mettere i bastoni tra le ruote sia al governo di Damasco che a quello di Teheran, hanno fomentato l'irredentismo curdo in quei paesi, sostenuto finanziariamente dai curdi iracheni, ormai ricchi per i proventi della vendita del petrolio e liberi di agire sullo scenario internazionale.
Un bel rebus insomma, al quale non è indifferente neanche il governo israeliano, amico sia della Turchia che dei curdi, e preoccupato dei nuovi venti di guerra che scuotono la regione.
In questo clima, e con questi intrecci, è difficile prevedere cosa accadrà, ma la sensazione è che l'unilateralismo Usa in politica estera ha fatto proseliti, ma non nel senso che veniva propagandato quando si parlava di esportare la democrazia.

Christian Elia

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