La tensione tra Turchia e Iraq è il simbolo del fallimento della politica estera Usa
I venti di guerra che soffiano sul
Kurdistan iracheno, con l'esercito turco che bombarda i villaggi
curdi oltre confine, rappresentano solo l'ultimo atto di un conflitto
strisciante che si aggiunge alle mille intricate vicende della zona
più calda del pianeta.
Un conflitto che non è limitato
alla Turchia e all'Iraq, inteso come entità emersa dal
rovesciamento del regime di Saddam da parte delle truppe della
Coalizione nel 2003, ma che come accade sempre in Medio Oriente
s'intreccia con gli interessi di altri attori, non solo regionali.
Venti di guerra. L'ex Partito dei Lavoratori Curdi
(Pkk), che in realtà adesso si chiama
Murat Karaylan, ha
offerto ieri al governo di Ankara una sospensione delle ostilità,
in cambio della cessazione delle operazioni oltre confine e della
sospensione dei piani di attacco su vasta scala ai rifugi dei
guerriglieri curdi.
Il premier turco Erdogan è però
sotto pressione, spinto all'azione dai nazionalisti e dai militari
turchi, due categorie molto influenti in Turchia. Nessun governo
vorrebbe macchiarsi d'ignavia, soprattutto sull'onda emotiva causata
in patria dai funerali dei 17 militari turchi uccisi nell'attacco dei
giorni scorsi e dal rapimento di altri otto soldati di Ankara, ancora
nelle mani dei miliziani curdi. Il governo turco è insomma
spinto dall'opinione pubblica interna a smantellare le basi del Pkk,
ma se non vuole dire addio per sempre alle sue ambizioni europeiste
deve anche districarsi con la diplomazia di Bruxelles, notoriamente
(Gran Bretagna a parte) restia alle escalation militari.
Difficile quindi prevedere le reazioni
del governo turco, dove il nervosismo è tangibile. Ieri il
premier Erdogan ha accusato gli Stati Uniti di non fare abbastanza in
Iraq per fermare le scorribande dei guerriglieri curdi, sottolineando
involontariamente l'impotenza dell'attuale esecutivo iracheno, a tal
punto un fantoccio che lo stesso Erdogan si rivolge direttamente a
Washington per lamentarsi di qualcosa che accade in Iraq. In un
secondo momento, bacchettato dagli Usa, il premier turco ha parlato
di ''operazioni congiunte con Usa e Iraq per porre fine alla
guerriglia curda''.
Il premier iracheno Nouri al-Maliki,
furioso per le dichiarazioni di Erdogan e per la minaccia di attacco
armato turco oltre confine, ha reagito avvisando Ankara che “non
esiste alcun accordo per operazioni congiunte”, ma come spesso
accade la rabbia nasconde la frustrazione.
Come oggi spiega benissimo un
editoriale di Ghassan al-Imam su al-Asharq al-Awsat, “L’odierna
minaccia turca di avventurarsi nel nord dell'Iraq ha rivelato
la debolezza e l'inconsistenza del governo federale iracheno,
incapace di influenzare gli eventi. Quante truppe possiede il premier Nouri al-Maliki
per intimorire la
Turchia e contenere la sua avanzata? La nuda verità è
che questo governo iracheno non ha spedito nemmeno un soldato al
confine con la Turchia. La ragione è molto semplice:
all'esercito iracheno non è consentito concentrarsi nella zona
del governo autonomo curdo, un'area che praticamente
gode di un'indipendenza totale dall'Iraq”. Il re è nudo a
Baghdad, ed è anche frustrato. Non a caso il presidente
iracheno Jalal Talabani, e quello della regione curda Massoud
Barzani, si stanno impegnando per tenere a freno le milizie del Pkk,
ma intanto mobilitano al confine con la Turchia i peshmerga,
la milizia curda confluita nell'esercito regionale.
L'affanno di Washington. Questa crisi evidenzia le
contraddizioni della politica turca e l'impotenza del governo
iracheno, ma chiama anche con forza sul banco degli imputati gli
Stati Uniti d'America. George W. Bush e Condoleezza Rice, in questi
giorni, si sono affannati a far abbassare i toni dello scontro,
blandendo da un lato le rivendicazioni turche e dall'altro
rassicurando le autorità del Kurdistan iracheno.
In quell'area infatti, si trovano
adesso a fronteggiarsi minacciosi due tra i più solidi alleati
Usa. E questo è un bel problema, visto che in Iraq l'unica
regione più o meno stabilizzata è quella curda.
Washington paga adesso il pedaggio di
una politica internazionale che si è fatta sempre più
spregiudicata. Come impedire alla Turchia di far valere le sue
ragioni in quella che Ankara si è affrettata a definire la sua
'guerra al terrorismo'? E se anche le motivazioni che hanno spinto la
Turchia a una brusca accellerazione sulla questione risiedono più
nei pozzi petroliferi della contesa Kirkuk che in motivi di
sicurezza, come possono gli Usa far valere un diritto internazionale
che hanno contribuito a distruggere? Inoltre uno dei fattori caldi
della questione Kurdistan è che questo popolo senza terra non
è ben radicato solo in Turchia e Iraq, ma anche in Siria e
Iran. Gli Usa, che puntano a mettere i bastoni tra le ruote sia al
governo di Damasco che a quello di Teheran, hanno fomentato
l'irredentismo curdo in quei paesi, sostenuto finanziariamente dai
curdi iracheni, ormai ricchi per i proventi della vendita del
petrolio e liberi di agire sullo scenario internazionale.
Un bel rebus insomma, al quale non è
indifferente neanche il governo israeliano, amico sia della Turchia
che dei curdi, e preoccupato dei nuovi venti di guerra che scuotono
la regione.
In questo clima, e con questi intrecci,
è difficile prevedere cosa accadrà, ma la sensazione è
che l'unilateralismo Usa in politica estera ha fatto proseliti, ma
non nel senso che veniva propagandato quando si parlava di esportare
la democrazia.