Quasi 100 profughi sono tornati a Mitrovica, ma a meno di un mese dalle elezioni il futuro del Kosovo è ancora incerto.
Scritto per noi da
Paolo Valori
Continua il rientro dei profughi nell'ancora divisa città di Mitrovica, in Kosovo.
L'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha aiutato la scorsa settimana
92 membri delle minoranze rom, ashkali ed egizie a rientrare nel quartiere di
Mahalla, nella parte sud della città. I 92 rom di Mitrovica, al posto delle loro
case, abbandonate nel 1999 a seguito delle minacce degli indipendentisti kosovari,
troveranno due nuovi blocchi di appartamenti costruiti a Mahalla.
Fuga da Mitrovica. Molti rom, nel '99, dovettero assistere impotenti alla distruzione della propria
casa, mentre quelli che attraversarono il ponte sul fiume Ibar, che divide in
due Mitrovica, per difenderla vennero uccisi a sangue freddo. Solo pochi fortunati
raggiunsero Belgrado e da lì andarono in Europa, dove ottennero lo status di profughi
di guerra. Molti si diressero in Serbia Montenegro, nelle zone di Leposavic e
Novi Pazar, finendo presto nei campi profughi. Alcune centinaia si stabilirono
nella periferia nord di Mitrovica, nell'area mineraria di Trepca. Il programma
di rientro dei profughi nei territori kosovari è lento e tortuoso, il clima d'intolleranza
e separazione precludono ai rom diritti elementari, come istruzione e assistenza
sanitaria, tutto ciò a meno di un mese dalle elezioni parlamentari nella regione
serba e in quella albanese.
Verso le elezioni. Le elezioni previste il 17 novembre, che rinnoveranno sia l'assemblea parlamentare
del Kosovo che i comuni, presentano tante novità. Innanzitutto, la possibilità
da parte degli elettori di scegliere i propri candidati. In secondo luogo, nuovi
candidati insieme a vecchie conoscenze. Behxhet Pacolli, che ha trasformato la
sua lobby in difesa della causa kosovara in un partito politico, è fra i nuovi
candidati. Tra le vecchie conoscenze c'è, invece, Ramus Haradinaj, potente veterano
di guerra che dalle file dell'Esercito di liberazione del Kosovo (Uck) gestiva
la zona di Dukagjini. Anche oggi lo fa, seppure da una posizione differente, apparendo,
tuttavia, altrettanto forte e potente come in passato. Infatti, nonostante la
sua assenza fisica dal Kosovo, in quanto sotto processo all'Aja accusato di crimini
di guerra, è riuscito, con il consenso della Missione delle Nazioni Unite in Kosovo
(Unmik), a essere inserito nella lista dei candidati. Dalla parte serba, invece,
il problema non si pone: le elezioni sono boicottate. Il divieto giunto da Belgrado
è chiaro, eppure qualche opportunista politico ha pensato bene di scendere in
campo per la carica di sindaco di municipalità serbe, forte della mancanza di
avversari. Si tratta di elezioni molto importanti, che cadono in un periodo molto
delicato.
Situazione ancora incerta. Le elezioni in Kosovo dovevano tenersi l'anno scorso ma a causa delle discussioni
sullo status presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la diplomazia
dell'Unmik è riuscita a posticiparle, pensando di risolvere la spinosa questione
dello status di là a poco. A distanza di un anno, il macigno dello status incombe
ancora nell'agenda politica delle diplomazie occidentali, con due posizioni apparentemente
inconciliabili: da una parte la Serbia, che non ha alcuna intenzione di cedere
la provincia, dall’altra i kosovari, che insistono sulla possibilità di dichiarare
l’indipendenza in maniera unilaterale. In questa situazione ricca di incertezza
i profughi che la scorsa settimana sono rientrati a Mitrovica si trovano davanti
un concentrato di delusione, rabbia repressa e mondi (quello albanese e quello
serbo) non comunicanti. Mitrovica oggi appare come l'insieme di due mondi, due
lingue, due culture, due monete, due religioni diverse che in questi otto anni
non hanno dialogato tra loro. E il ponte principale che, attraversando il fiume
Ibar, divide la parte settentrionale serba da quella meridionale albanese ne è lo specchio più lampante.