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Nulla di nuovo. Non è cambiato nulla in Kirghizistan. Il presidente Kurmanbek
Bakiev, salito al potere nel 2005 osteggiando il boss sovietico
Askar Akaiev e promettendo maggiori libertà e democrazia in
stile occidentale, ha imposto una svolta autoritaria, con un
referendum che ampliato i poteri costituzionali a sua disposizione.
Questo solo una settimana dopo che il Presidente aveva fondato e
presieduto un partito ritagliato a sua immagine, un po' come i
movimenti russi filoPutiniani. E non contento, sulla base del
referendum che aumentava i suoi poteri, ha disciolto il parlamento e
convocato nuove elezioni, per potersi garantire in aula una
maggioranza più agevole. Le nuove consultazioni popolari
dovrebbero tenersi in dicembre, e Bakyev spera di aumentare la sua
popolarità, dopo aver vinto a valanga le presidenziali del
2005.
Un
Paese banderuola Gli elettori kirgizi hanno votato a favore di
una serie di mutamenti costituzionali che permetteranno al presidente
di scegliersi a proprio piacimento la compagine governativa. Dal
2005, quando quella che allora sembrava una nuova rivoluzione
arancione (cosiddetta 'rivoluzione del velluto', che ha però avuto risvolti cruenti) stava
cacciando l'ex segretario del partito comunista
Akaiev, Bishkek non ha più conosciuto pace. Bakaiev non riesce
a imporre i suoi dettami a un parlamento pieno di ex comunisti fedeli
al loro segretario del Soviet. “Con la dipartita dell'attuale
assemblea giriamo una nuova pagina nella nostra storia nazionale;
finora eravamo immersi in un limbo, dovuta alla crisi tra i due
poteri, legislativo ed esecutivo – ha detto il Presidente nel
discorso ufficiale per la radio di stato – stanti cosi le cose, non
avevo scelta, dovevo sciogliere il parlamento. E l'ho fatto”. Circa
l'80 percento dei 2,7 milioni di aventi diritto si è recato
alle urne. Il risultato, oltre il 50 percento pro Presidente.
Tutto
regolare? Ma una macchia poco democratica si deposita
sull'idilliaco panorama kirghizo dipinto da Bakaiev: l'Organizzazione
per la Sicurezza e la Cooperazione in europa (Osce) si è detta
preoccupata lunedì 23 per svari brogli riscontrati nel corso
del plebiscitario referendum della domenica. “Diverse irregolarità
ci sono state riportate da svariate Ong di monitoraggio, kirghize ma
indipendenti” ha detto il presidente della rappresentanza Ocse a
Bishkek, l'austriaco Markus Mueller; secondo Mueller alcune
organizzazioni pro democrazia hanno denunciato l'uso di schede
precompilate da parte dei presidenti di seggio, di nomina
governativa. Ma secondo la Commissione elettorale centrale “tutto
si è svolto secondo le regole”. Secondo il presidente del
parlamento dichiarato decaduto lunedì 23, “con le nuove
regole, il Kirghizistan si avvia a diventare un severo stato
totalitario”.
Brogli ed equilibri militari. Bakiev aveva accusato i parlamentari di bloccare ogni
suo “tentativo di riforme politiche”, ed alla fine ha ceduto alle
richieste dei suoi supporter più sfegatati che da tempo gli
richiedevano questa estrema misura. Il Kirghizistan era finora ancora
visto -per la sua relativa libertà di stampa, di critica
politica e il trattamento rispettoso dell'opposizione - come una oasi
democratica nel deserto di democrazia dell'area ex sovietico del
Turkestan occidentale, dove autocrati ex-sovietici dettano legge ai
Turcomanni e ai Kazachi come ai Tagichi e agli Uzbechi. Ma il nuovo
sistema elettorale proporzionale votato nel referendum non dovrebbe
far altro che accrescere la quota di deputati del nuovo 'partito del
Presidente', lo Ak Zhol, facendo tramontare l'alba democratica
che si era affacciata su Bishkek. Un Paese strategicamente troppo
importante, dove i Russi mantengono una delle poche proprie basi nei
territori ex sovietici a Kant (inaugurata tre anni orsono), e dove gli Usa hanno mantenuto a Manas
l'unica base
aerea che siano riusciti a consolidare nello spazio sottratto
all'influenza di Mosca.Gianluca Ursini