22/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Il racconto da Istanbul della giornata di ieri, tra shopping e venti di guerra
scritto per noi da
Luca Manunza
 
Sono circa le 21:50 (ora turca), quando rimetto piede a casa dopo essere stato in giro per la città a conoscere e sentire le anime di Costantinopoli, dopo gli avvenimenti delle ultime ventiquattro ore. Oggi è un giorno importante per la Turchia, un giorno di 'democrazia' come molti lo definiscono, il giorno del referendum per passare all'elezione diretta del Presidente della Repubblica, ma è anche il giorno dell'attacco diretto dell'esercito turco al Kurdistan iracheno.

Stato d'allerta. Attacco previsto, nonostante le soffuse smentite interne, e le incisive dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti George W. Bush.
Nonostante tutto, già questa mattina, causa referendum, la città è apparsa abbastanza tranquilla, con bar e locali di ritrovo per lo più chiusi causa referendum, e le strade colme di turisti.
Incontro per pranzo, dopo aver letto le ultime news, Kenan, amico di Istanbul abbastanza immerso nella politica e nei movimenti locali come attivista di sinistra.
Parlo con lui di ciò che era accaduto ai confini con l'Iraq. Mi stupisce la sua espressione sgomenta, non sapeva nulla e ancora nessuna agenzia locale aveva aggiornato la popolazione su quanto era accaduto. Si fanno circa le 12:30 locali per avere le prime immagini e le prime notizie.
A casa nasce subito il dibattito incentrato tra questione curda e motivazioni inerenti all'attacco odierno. Kenan sottolinea l'interesse della Turchia verso determinati territori, rimarcando come le politiche energetiche legate al petrolio e soprattutto all'acqua la facciano da padroni in questo conflitto che costringe il popolo curdo a una resistenza perenne dentro e fuori le fila del partito meglio conosciuto come Pkk (oggi Murat Karaylan).
Kenan aggiunge che la posizione dei territori del sud-est della Turchia è strategica per tutti, non solo per il governo di Ankara.

Animi infervorati. La discussione prosegue a lungo, ma la curiosità più grande, per me che sono lontano chilometri dai luoghi degli scontri, è conoscere le reazioni in città.
Esco intorno alle 18:00: la prima cosa che salta all'occhio sono i pullman della polizia che percorrono Isticlal Caddesi, carichi di polizia in tenuta anti sommossa.
La presenza della polizia in questo lungo Boulevard, che divide in due il quartiere di Taksim Beyoglu, è costante, ma la loro presenza non risulta mai massiccia, se non in situazioni particolari legate a manifestazioni o cortei spontanei.
La città continua a vivere tra turisti e persone di tutte le età, che passeggiano tranquilli su questa strada e con una serenità a mio avviso inusuale. Continuo a passeggiare per la via.
Arrivati nelle prossimità del liceo francese, ecco il primo corteo. Sono circa un centinaio di persone, bardate di bandiere con la mezza luna rossa, che cantano cori contro gli Stati Uniti e inni nazionalisti.
La situazione è inquietante, perché molti presenti sono restii a dare informazioni su quale partito sia stato a organizzare il corteo. La polizia è accanto alla dimostrazione, e prende un ragazzo che si butta al centro dell'assembramento, portandolo di peso verso le camionette.
Dopo circa venti minuti tutto si scioglie, e le bandiere si sparpagliano in Isticlal, tra migliaia di persone ignare a quanto pare di tutto.
La storia vuole che il gruppo partito da Isticlal si incontri con un altro gruppo nella piazza centrale di Taksim, sotto la statua di Ataturk. Da un centinaio che erano, le persone aumentano a dismisura, le bancarelle che normalmente vendono pannocchie o castagne cambiano prodotti, si passa alle bandiere.

Cortei spontanei. Le persone sono molte, impegnate in dibattiti accesi su vari fronti della piazza. La polizia appare molta meno, nonostante le persone aumentino sempre di più. Continuano gli slogan, ora dopo gli Usa il bersaglio è il Pkk e Ocalan, chiamato solo ed esclusivamente con il suo nome Apo. Qualcuno inneggia alla guerra contro il popolo curdo. Per evitare che il clima diventi eccessivamente caldo, soprattutto i più vecchi, tentano di calmare gli animi.
I dibattiti “a cielo aperto” continuano con uomini che piangono abbracciando la bandiera, e un'enormità di persone che innalzano al celo il braccio destro, unendo pollice, medio e anulare, il segno riconoscibile dell'Ulkucuculer, da noi conosciuti come Lupi Grigi, inseriti in questo contesto, all'interno delle frange del Partito d'Azione Nazionale l'Mhp. Scopro all'interno del corteo una forte presenza del movimento del Tgb, giovane movimento formato per lo più da universitari che prende le mosse da un'idea di federalismo turco tout court.

Stato di polizia. Mi muovo un po' in giro e quello che viene chiesto a gran voce pare legato da un lato a quello che concerne una maggiore indipendenza delle decisioni in politica estera rispetto all'influenza europea, e dall'altro a una posizione più radicale per quanto riguarda la questione curda, posizione che a breve si riscontrerà molto vicina alle posizioni dell'esercito di Ankara a quanto pare.
Queste ultime informazioni mi spiegano la clemenza della polizia durante queste manifestazioni, intenta a fare foto con i passanti, e capisco perché, nonostante tutto, nessun'altra posizione politica sia scesa in piazza oggi. Le difficoltà create soprattutto dalla polizia locale dinnanzi a un corteo “diverso” sarebbero state eccessivamente repressive. Lo Stato di polizia manifesta il proprio potere sui fronti opposti, arrivando spesso allo scontro con i manifestanti di fazioni legate alla sinistra locale.
La manifestazione riprende la strada inversa: ormai sono più di cinquecento le persone che unite percorrono lo “stradone” dello shopping. A nessuno pare che interessi la manifestazione, i negozi continuano i loro affari e le persone continuano a far la fila tra boutique e ristoranti.
La vita continua a Istanbul.
Intanto tra i giornalisti si dice che dai seggi si iniziano ad avere le prime notizie sui dati, si parla di un 60 percento di si.

Tra l'Europa e la guerra. E importante ricordare come, nonostante l'apparente indifferenza tra le vie dello shopping e del business, ci siano molti ragazzi che parlano e dibattono sulla causa curda e sui problemi dell'entrata in Europa di Costantinopoli ancor prima di pronunciare la parola Turchia.
Istanbul infatti è un luogo che -mutuando le parole di Michel Foucault- definirei eterotopico, non solo riguardo le sue dimensioni ma riguardo soprattutto le sue “funzioni”, di luogo, ma ancor prima spazio, a cavallo tra quello che noi chiamiamo “occidente” e “oriente”, Istanbul, anche a fronte della sua posizione dovrebbe riaccendere il focolaio di un dibattito incentrato su queste due accezioni topografiche.
Istanbul mi appare oggi come una grande città dispositivo, divisa e partizionata su se stessa, dove ci sono cose indicibili e altre esplicabili, una città che tenta di ricostruirsi una soggettività guardando all'Europa. Incontro per caso la manager italiana di una nota gelateria di Istanbul. Parliamo un po', lei è da diciotto anni in Turchia, ed è innamorata di questo Paese mi dice. E' lei a chiedermi a che punto sia l'ingresso in Europa della Turchia, io le spiego che forse questo era il momento meno opportuno di interessarsi a questo. Cambia subito argomento e mi spiega in maniera cruenta come sia felice di abitare in questa splendida città , soprattutto perché lei a Milano non ci vuol più stare, troppi marocchini e tunisini dice. Almeno qui non sento parlare arabo in ogni angolo.
Comunque...attendo le ultime notizie con ansia, penso arrivino durante la nottata, sono molto preoccupato e a quanto pare il governo ha una sua linea ben precisa, spero di sbagliarmi.
La questione curda che seguo da un po di tempo sta diventando sempre più scomoda per il governo, domani avrò nuovi incontri, con nuove impressioni, ma spero più che altro di poter assistere ad una nuova fase di apertura e non di chiusura del dialogo tra le parti in gioco.
Parole chiave: turchia, curdi, pkk, ocalan
Categoria: Guerra, Politica, Popoli
Luogo: Turchia
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