scritto per noi da
Luca Manunza
Sono
circa le 21:50 (ora turca), quando rimetto piede a casa dopo essere
stato in giro per la città a conoscere e sentire le anime di
Costantinopoli, dopo gli avvenimenti delle ultime ventiquattro ore.
Oggi è un giorno importante per la Turchia, un giorno di
'democrazia' come molti lo definiscono, il giorno del referendum per
passare all'elezione diretta del Presidente della Repubblica, ma è
anche il giorno dell'attacco diretto dell'esercito turco al
Kurdistan iracheno.
Stato
d'allerta. Attacco previsto, nonostante le soffuse smentite
interne, e le incisive dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti
George W. Bush.
Nonostante
tutto, già questa mattina, causa referendum, la città è
apparsa abbastanza tranquilla, con bar e locali di ritrovo per lo più
chiusi causa referendum, e le strade colme di turisti.
Incontro
per pranzo, dopo aver letto le ultime news, Kenan, amico di Istanbul
abbastanza immerso nella politica e nei movimenti locali come
attivista di sinistra.
Parlo
con lui di ciò che era accaduto ai confini con l'Iraq. Mi
stupisce la sua espressione sgomenta, non sapeva nulla e ancora
nessuna agenzia locale aveva aggiornato la popolazione su quanto era
accaduto. Si fanno circa le 12:30 locali per avere le prime immagini
e le prime notizie.
A
casa nasce subito il dibattito incentrato tra questione curda e
motivazioni inerenti all'attacco odierno. Kenan sottolinea
l'interesse della Turchia verso determinati territori, rimarcando
come le politiche energetiche legate al petrolio e soprattutto
all'acqua la facciano da padroni in questo conflitto che costringe
il popolo curdo a una resistenza perenne dentro e fuori le fila del
partito meglio conosciuto come Pkk
(oggi Murat Karaylan).
Kenan
aggiunge che la posizione dei territori del sud-est della Turchia è
strategica per tutti, non solo per il governo di Ankara.
Animi
infervorati. La discussione prosegue a lungo, ma la curiosità
più grande, per me che sono lontano chilometri dai luoghi
degli scontri, è conoscere le reazioni in città.
Esco
intorno alle 18:00: la prima cosa che salta all'occhio sono i pullman
della polizia che percorrono Isticlal Caddesi, carichi
di polizia in tenuta anti sommossa.
La
presenza della polizia in questo lungo Boulevard, che
divide in due il quartiere di Taksim Beyoglu,
è costante, ma la loro presenza non risulta mai massiccia, se
non in situazioni particolari legate a manifestazioni o cortei
spontanei.
La città continua a vivere
tra turisti e persone di tutte le età, che passeggiano
tranquilli su questa strada e con una serenità a mio avviso
inusuale. Continuo a passeggiare per la via.
Arrivati nelle prossimità
del liceo francese, ecco il primo corteo. Sono circa un centinaio di
persone, bardate di bandiere con la mezza luna rossa, che cantano
cori contro gli Stati Uniti e inni nazionalisti.
La situazione è
inquietante, perché molti presenti sono restii a dare
informazioni su quale partito sia stato a organizzare il corteo. La polizia è
accanto alla
dimostrazione, e prende un ragazzo che si butta al centro
dell'assembramento, portandolo di peso verso le camionette.
Dopo
circa venti minuti tutto si scioglie, e le bandiere si sparpagliano
in Isticlal, tra
migliaia di persone ignare a quanto pare di tutto.
La
storia vuole che il gruppo partito da Isticlal
si incontri con un altro gruppo nella piazza centrale di Taksim,
sotto la statua di Ataturk. Da un centinaio che erano, le persone
aumentano a dismisura, le bancarelle che normalmente vendono
pannocchie o castagne cambiano prodotti, si passa alle bandiere.
Cortei spontanei. Le
persone sono molte, impegnate in dibattiti accesi su vari fronti
della piazza. La polizia appare molta meno, nonostante le persone
aumentino sempre di più. Continuano gli slogan, ora dopo gli
Usa il bersaglio è il Pkk e Ocalan, chiamato solo ed
esclusivamente con il suo nome Apo. Qualcuno inneggia alla guerra
contro il popolo curdo. Per evitare che il clima diventi
eccessivamente caldo, soprattutto i più vecchi, tentano di
calmare gli animi.
I
dibattiti “a cielo aperto” continuano con uomini che piangono
abbracciando la bandiera, e un'enormità di persone che
innalzano al celo il braccio destro, unendo pollice, medio e anulare,
il segno riconoscibile dell'Ulkucuculer,
da noi conosciuti come Lupi Grigi, inseriti in questo contesto,
all'interno delle frange del Partito d'Azione Nazionale l'Mhp. Scopro
all'interno del corteo una forte presenza del movimento del Tgb,
giovane movimento formato per lo più da universitari che
prende le mosse da un'idea di federalismo turco tout court.
Stato di polizia. Mi muovo
un po' in giro e quello che viene chiesto a gran voce pare legato da
un lato a quello che concerne una maggiore indipendenza delle
decisioni in politica estera rispetto all'influenza europea, e
dall'altro a una posizione più radicale per quanto riguarda la
questione curda, posizione che a breve si riscontrerà molto
vicina alle posizioni dell'esercito di Ankara a quanto pare.
Queste ultime informazioni mi
spiegano la clemenza della polizia durante queste manifestazioni,
intenta a fare foto con i passanti, e capisco perché,
nonostante tutto, nessun'altra posizione politica sia scesa in piazza
oggi. Le difficoltà create soprattutto dalla polizia locale
dinnanzi a un corteo “diverso” sarebbero state eccessivamente
repressive. Lo Stato di polizia manifesta il proprio potere sui
fronti opposti, arrivando spesso allo scontro con i manifestanti di
fazioni legate alla sinistra locale.
La
manifestazione riprende la strada inversa: ormai sono più di
cinquecento le persone che unite percorrono lo “stradone” dello
shopping. A nessuno
pare che interessi la manifestazione, i negozi continuano i loro
affari e le persone continuano a far la fila tra boutique e
ristoranti.
La vita continua a Istanbul.
Intanto tra i giornalisti si dice
che dai seggi si iniziano ad avere le prime notizie sui dati, si
parla di un 60 percento di si.
Tra
l'Europa e la guerra. E importante ricordare come, nonostante
l'apparente indifferenza tra le vie dello
shopping
e del
business, ci
siano molti ragazzi che parlano e dibattono sulla causa curda e sui
problemi dell'entrata in Europa di Costantinopoli ancor prima di
pronunciare la parola Turchia.
Istanbul
infatti è un luogo che -mutuando le parole di Michel Foucault-
definirei eterotopico, non
solo riguardo le sue dimensioni ma riguardo soprattutto le sue
“funzioni”, di luogo, ma ancor prima spazio, a cavallo tra quello
che noi chiamiamo “occidente” e “oriente”, Istanbul, anche a
fronte della sua posizione dovrebbe riaccendere il focolaio di un
dibattito incentrato
su queste due accezioni topografiche.
Istanbul
mi appare oggi come una grande città dispositivo,
divisa e partizionata su se stessa, dove ci sono cose indicibili e
altre esplicabili, una città che tenta di ricostruirsi una
soggettività guardando all'Europa. Incontro per caso la
manager italiana di
una nota gelateria di Istanbul. Parliamo un po', lei è da
diciotto anni in Turchia, ed è innamorata di questo Paese mi
dice. E' lei a chiedermi a che punto sia l'ingresso in Europa della
Turchia, io le spiego che forse questo era il momento meno opportuno
di interessarsi a questo. Cambia subito argomento e mi spiega in
maniera cruenta come sia felice di abitare in questa splendida città
, soprattutto perché lei a Milano non ci vuol più
stare, troppi marocchini e tunisini dice. Almeno qui non sento
parlare arabo in ogni angolo.
Comunque...attendo le ultime
notizie con ansia, penso arrivino durante la nottata, sono molto
preoccupato e a quanto pare il governo ha una sua linea ben precisa,
spero di sbagliarmi.
La questione curda che seguo da un
po di tempo sta diventando sempre più scomoda per il governo,
domani avrò nuovi incontri, con nuove impressioni, ma spero
più che altro di poter assistere ad una nuova fase di apertura
e non di chiusura del dialogo tra le parti in gioco.