stampa
invia
I fatti. “L'accordo sulla base di Manta con gli Stati Uniti è decennale, dunque scadrà
nel 2009 – racconta - Tutto andava a gonfie vele per Washingotn fino all'arrivo
di Correa alla presidenza dell'Ecuador, che ha coinciso con una forte pressione
del movimento contro la guerra, di quello contro le basi militari e della campagna
per la smilitarizzazione delle Americhe. Questi hanno cercato di convincere il
presidente a non ratificare un nuovo accordo con gli Usa e lui li ha ascoltati.
Così, per la prima volta nella storia latinoamericana, un presidente ha detto no a
una collaborazione militare con gli Stati Uniti. E i militari nordamericani non
potranno fare altro che andarsene da Manta, uscendo definitivamente dal territorio
ecuadoriano”.
Uscita e riposizionamento. Ma Ana Esther Cecena tiene a precisare che la presa di posizione inedita di
Correa
non perde, comunque, di importanza. “Il no dell'Ecuador segna una sconfitta storica
degli Stati Uniti, che di fatto vengono cacciati fuori – spiega -. E questo è
importantissimo. La reazione che sta avendo Washington non sminuisce la politica
di Correa, bensì conferma quante risorse abbiano gli Usa, dimostra come ancora
possano contare su paesi alleati che lo lasciano entrare, fare e disfare. Il Perù,
per esempio, in cambio di aiuti umanitari, ha permesso agli Stati Uniti non solo
di iniziare a costruire la base, ma anche di stanziarsi nel nord del paese dove
avvengono, da due anni, esercitazioni di ogni genere. Si tratta di vere e proprie
ricognizioni militari sul territorio, molto meticolose. E non solo: parlano con
la gente, si inseriscono nella società e magari, capita pure che costruiscono
anche qualche scuola o centro medico, dove tutti vengono curati con gli analgesici.
Intanto, occupano un'area fondamentale nello scacchiere geopolitico: non dimentichiamo
l'importanza strategica del nord del Perù e le sue risorse naturali. Stando là
si ha accesso all'area amazzonica e quindi a tutte le sue risorse. È un modo per
occupare il territorio”.
Paesi amici. Attualmente in America Latina le basi più importanti, oltre a Manta sono otto:
5 in Colombia, ossia due al nord-est, al confine con il Venezuela, due a sud,
al confine con l'Ecuador, e una nei pressi di Panama, nel Choco, area indigena
e di afrodiscendenti, dove si registra un numero impressionante di sfollati; una
in Honduras, una in Salvador, e quella di Guantanamo. Ma Ester elenca anche Haiti,
“che in qualche modo è un paese occupato, che si può paragonare a una sorta di
base militare di controllo regionale”. Mentre, nella tanto agognata Triple Frontera,
Brasile-Paraguay-Argentina, ancora non hanno potuto costruire una vera e propria
base, grazie alle reticenze argentine. “Ma in compenso – sottolinea Cecena - hanno
costruito l'ufficio della Cia e della Dea e hanno stretto un accordo bilaterale
con il Paraguay che dà alle truppe nordamericane la totale immunità. C'è anche
un accordo per ripristinare una vera e propria base militare in Paraguay, ma è
stato sospeso per le proteste del movimento pacifista, arrivate proprio in periodo
elettorale. Ugualmente, la presenza Usa nel paese latinoamericano si fa sentire
con l'occupazione di un areoporto immenso che permette l'atterraggio degli aerei
Galaxy, quelli che trasportano squadroni, carrarmati e via dicendo. E comunque
– conclude - in tutti i luoghi più importanti per le risorse energetiche e ambientali
ci sono truppe Usa. Nell'acquifero Guarani, per esempio, ci sono le basi operative
della Dea. E così è per ogni zona calda del continente”.
Stella Spinelli