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Demografia. La questione
demografica è tra i nodi principali da sciogliere, sia
nell'ambito delle trattative per l'istituzione di uno Stato
Palestinese che in qualunque discorso legato alla convivenza di ebrei
e arabi nella Palestina Storica e all'interno dello stesso Israele,
dove il 15 percento della popolazione è araba. Si ritiene
comunemente che il tasso di riproduzione degli arabi, doppio rispetto
agli ebrei, possa nel tempo far venire meno la maggioranza ebraica in
Israele e nella palestina storica, che comprende anche i territori
occupati. La popolazione di Israele è di oltre cinque milioni
e mezzo di abitanti, mentre quella palestinese, secondo il primo e
ultimo censimento, realizzato nel 1997 nei territori occupati e a
Gerusaleme Est, era di poco inferiore ai tre milioni. Secondo
l'Ufficio Centrale di Statistica dell'Autorità palestinese, i
risultati del sondaggio confermeranno una netta crescita della
popolazione, che loro stimano intorno a tre milioni e novecento mila.
Unità ritrovata. “Queste
nuove statistiche saranno utili per il negoziato con Israele” hanno
dichiararato alcuni ufficiali di Fatah in Cisgiordania. “Non ci
opporremo al censimento -dice Taher Nunu, uno dei portavoce di Hamas
nella Striscia di Gaza – sarà utile per pianificare e per
prendere decisioni a beneficio di tutti”. Il progetto del
censimento ha avuto il sostegno di entrambe le fazioni, che non
collaborano tra loro dalla guerra civile dello scorso giugno. Qui non
si tratta di partiti politici, ha spiegato il responsabile del
censimento nella Striscia di Gaza: “Alla testa del progetto c'è
sia Hamas che Fatah. É un piano nazionale e un progetto per la
sovranità”. Gli ufficiali del censimento confermano di avere
avuto il sostegno delle stazioni radio di Gaza e della televisione in
Cisgiordania, controllate rispettivamente da Hamas e Fatah, per la
promozione dell'iniziativa. Ma girare casa per casa nel clima di
tensione che da alcuni mesi si respira tra i palestinesi non è
semplice. Alcuni ufficiali raccontano di essere stati accolti con
sospetto da molte persone, e hanno dovuto conquistare la loro
fiducia spiegando che si tratta di una necessità nazionale.
Altri invece, come i residenti dei campi profughi, sono stati ben
lieti di mostrare le condizioni disumane in cui sono contretti a
vivere.
Annapolis. Non si sa se le nuove
statistiche avranno un peso sulla conferenza di Annapolis, rispetto
alla quale ancora si cerca di concordare un ordine del giorno, ma
almeno il progetto ha portato a un primo riavvicinamento tra le
fazioni palestinesi. Il presidente Abu Mazen preme perché si
discuta concretamente dello stato Palestinese, mentre il premier
israeliano Olmert si è detto disponibile ad affrontare, almeno
in teoria, i temi chiave del conflitto: i confini, i rifugiati e lo
status di Gerusalemme, tre questioni legate a doppio filo con
l'istanza demografica. Un altro sondaggio, questa volta un
questionario d'opinione realizzato dall'università di Tel
Aviv, arabi ed ebrei, mostra però che il margine di manovra
della conferenza è angusto. Il 56 percento degli ebrei
israeliani non crede che la conferenza di novembre porterà a
un riavvicinamento tra Israele e Anp e il 77 percento dubita che
Olmert abbia la forza politica per concludere un accordo. Lo stesso
sondaggio rivela che due terzi degli intervistati si oppone alla
cessione dei quartieri arabi di Gerusalemme e l'87 percento è
contrario al rientro in Israele anche di un solo profugo palestinese.
Naoki Tomasini
Parole chiave: censimento, gaza, cisgiordania, hama, fatah, demografia