di Hamza R. Piccardo*
La tendenza alla
gestione “securitaria” e antidemocratica delle attività
del culto musulmano in atto in Occidente ha fatto un altro
considerevole passo avanti con la creazione in Francia della
Fondazione per le opere dell’Islam, voluta da Sarkozy e gestita
direttamente dal ministero dell’Interno, di cui ci ha dato conto il
recente
articolo di Christian Elia su PeaceReporter.net.

Oltre alla
clamorosa contraddizione nella prassi di uno Stato che ha fatto della
laicità una delle sue bandiere più frequentemente
sventolata, il varo di questo organismo si configura come un’ennesima
violenza istituzionale nei confronti di una comunità, forte di
quasi sei milioni di uomini e donne che, in maniera diversa, si
riferiscono alla comune fede o cultura islamica e che è una
realtà imprescindibile del panorama socioculturale francese.
La metà di
quei musulmani di Francia sono a tutti gli effetti cittadini di quel
paese, ma l’egalitè è loro preclusa o
fortemente limitata. E se l’eguaglianza non è per tutti e
fra tutti, che eguaglianza è?
In Italia andiamo
anche peggio, la Consulta per l'Islam italiano, creata dal ministro
Giuseppe Pisanu, con una sorta d’inedito manuale Cencelli ad hoc,
cercando di accontentare politici e ambasciate, è riuscito a
configurarsi come una compagine insulsa e litigiosa e Giuliano Amato
si trovò a dovere gestire un organismo che non aveva creato e
che non poteva mandare a casa per timore che il Forattini di turno lo
vestisse da taliban filo Unione delle Comunità ed
Organizzazioni Islamiche in Italia (Ucoii).
In un anno e mezzo
al Viminale la sua politica nei nostri confronti si è limitata
ad una reprimenda per una sgraziata comunicazione sulla guerra del
Libano, una controversa rottura del digiuno con i membri della
Consulta e alla redazione di una Carta dei Valori che, dopo una
gestazione durata giusto un po’ meno di nove mesi, è stata
presentata nello scorso aprile ed è rimasta lì, a
testimonianza dell’incapacità dello Stato a rapportarsi
correttamente con gli stranieri in generale e con i musulmani
stranieri in particolare.
Recentemente il
ministro ha parlato spesso di Islam dicendo anche cose pregevoli in
merito al foulard e alla necessità di un’Intesa ex art.8.
Entrambe le esternazioni sono interessanti in quanto dimostrano che
sia dal punto di vista culturale che da quello giuridico Giuliano
Amato è perfettamente attrezzato per gestire correttamente il
dossier “Islam in Italia” e noi musulmani in Italia ci aspettiamo
che lo faccia, rapportandosi correttamente con le comunità
religiose alle quali la Costituzione garantisce il diritto di
“organizzarsi secondo propri statuti”, con alto senso della
laicità, che non è laicismo antireligioso ma tutela
imparziale delle specificità.
Le comunità
islamiche italiane dovranno essere aiutate a intraprendere un
percorso di responsabilizzazione a partire dal rispetto della loro
autonomia in vista del pieno rispetto delle attribuzioni
costituzionali degli italiani musulmani e d’integrazione dei nostri
fratelli e sorelle di fede cittadini stranieri residenti.
A tal proposito,
con una
lettera aperta che gli abbiamo indirizzato recentemente,
abbiamo ricordato al ministro che il fondamento della democrazia sta
nella legale rappresentatività e che non potremo accettare
nessun “colpo di governo” alla francese nella individuazione
degli organi di rappresentanza della comunità. Solo un
processo elettorale potrà infatti determinare la natura dei
soggetti che avranno titolo di trattare con lo Stato un’Intesa con
i musulmani d’Italia.