Intervista italiana alla deputata afgana simbolo della resistenza femminile agli studenti coranici
scritto per noi da
Aura Tiralongo
Il ciclone Malalai.
Incontriamo l’ex deputata Malalai Joya a Viareggio, in occasione
del premio giornalistico
Marenostrum, uno dei moltissimi
riconoscimenti con cui il mondo della cultura appoggia la sua lotta
per i diritti del popolo afgano. Fisico minuto e capelli bruni
raccolti dietro la nuca, Malalai ha lo sguardo alto e fiero della
combattente. Scandisce ogni parola mentre spiega come si può,
a soli ventinove anni, sacrificare la propria vita in nome della
democrazia, dei diritti umani, dei diritti delle donne. "Quando,
quattro anni fa, presi la parola alla
Loya Jirga (il tradizionale
gran consiglio afgano) per denunciare la presenza dei signori della
guerra e dei comandanti fondamentalisti nei posti di potere,
realizzai in un attimo che la mia vita da quel giorno sarebbe
cambiata per sempre. Venni trascinata fuori dall’aula, fra le grida
e gli insulti dei cinquecento membri riuniti. Fui minacciata e
costretta a ritrattare, ma non lo feci. Da quel momento la mia voce
doveva diventare quella degli uomini e delle donne afgane, del mio
popolo muto, oppresso e ingannato".
Il boicottaggio
politico. "Dopo di allora – continua a raccontare Malalai –
sono sfuggita a quattro attentati e a continue minacce di morte.
Hanno raso al suolo il mio ufficio, attaccato la mia casa, non ho mai
più potuto avere una fissa dimora né un posto stabile
dove lavorare. Nelle strade di Farah (provincia nordoccidentale
dell’Afghanistan e sua città di provenienza) circolavano
volantini con la mia foto senza velo, in cui si diceva che alla Loya
Jirga l’ "infedele prostituta Malalai Joya" aveva parlato
scoprendosi il capo dallo chador, e che presto oltre al velo avrebbe
tolto anche i vestiti. Queste calunnie mi hanno seguito fino alle
aule del parlamento (la
Wolesi Jirga), dove sono stata eletta nel
2005 dopo un referendum popolare, venendone estromessa pochi mesi fa.
Ricordo che quando incontrai per la prima volta gli altri deputati,
uno di loro mi accolse dicendomi con aria di scherno "anch’io
adesso voglio creare problemi". Hanno cercato di togliermi la
parola, censurato i miei interventi sui mass media, ma non hanno mai
ottenuto il mio silenzio, nè che mi piegassi al potere dei
tanti politici che hanno le mani sporche di sangue. Quando, a maggio
di quest’anno, ho dichiarato a una televisione afgana che le aule
dove si decidono le sorti del nostro popolo sono "peggio di uno
zoo", denunciando le beffe di questa falsa democrazia a cui siamo
sottoposti, sono stata accusata di aver violato l’articolo 70 delle
regole parlamentari, legge creata ad hoc che vieta ai deputati di
criticarsi l'un l'altro. Da qui la revoca del mio mandato, che
varrà fino al 2009".
La battaglia continua.
Quando le chiediamo cosa prevede per il futuro, suo e del suo
popolo, Malalai risponde con fermezza. "Porterò la bandiera
della mia battaglia in ogni luogo, e continuerò a far
conoscere le sofferenze delle donne e degli uomini della mia terra.
Quello che gli Stati Uniti hanno presentato al mondo come un progetto
di pace e di democrazia è diventato un massacro, in tutto e
per tutto simile alle sofferenze da cui dicevano di volerci salvare.
E' necessario che l'Europa prenda le distanze da tutto questo.
Le nostre strutture legislative, giudiziarie, esecutive sono
infettate dal virus del fondamentalismo e dalla mafia del
narcotraffico. La vita è sempre più dura per la
popolazione e soprattutto per le donne, che continuano a morire di
parto, che perdono i loro figli per la mancanza di servizi sanitari.
Il numero di casi di suicidio tra le donne afgane non è mai
stato così alto, i matrimoni forzati costringono molte di loro
a preferire il suicidio a una vita intollerabile. E vedete come in
effetti, in una situazione come questa, non sia certo il
burqa il
problema principale”. Mentre parla Malalai sfoglia le foto di
alcune ragazze devastate dalle ustioni, le mostra una ad una. "Molte
donne si danno fuoco per sottrarsi alla loro condizione. Sono ragazze
vendute a uomini anziani, barattate per soldi o sottratte con la
forza alle famiglie. Cito il caso più recente della piccola
Sanobar, di 11 anni, rapita da un signore della guerra a capo di un
distretto afgano, che dopo averla stuprata l'ha restituita a un
passante, in cambio di un cane".
Malalai Joya si ferma un
attimo a riflettere, poi riprende: "So che a causa di queste parole
molti vogliono la mia morte. I fondamentalisti contano i giorni per
eliminarmi, ma io dico a me stessa e alle donne del mio popolo che la
verità, quella no, non può essere uccisa. Io sono
giovane, appena sposata e amo la vita. Ma seguo le nobili parole
dello scrittore iraniano Samad Behrangi, che come me voleva la
libertà: "se dovessi incontrare la morte, e ciò è
inevitabile, poco importa. Ciò che importa è se il mio
vivere o il mio morire abbia avuto un effetto sulla vita degli altri".