20/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista italiana alla deputata afgana simbolo della resistenza femminile agli studenti coranici
scritto per noi da
Aura Tiralongo
 
 
malalai joya. foto stefano MorelliIl ciclone Malalai. Incontriamo l’ex deputata Malalai Joya a Viareggio, in occasione del premio giornalistico Marenostrum, uno dei moltissimi riconoscimenti con cui il mondo della cultura appoggia la sua lotta per i diritti del popolo afgano. Fisico minuto e capelli bruni raccolti dietro la nuca, Malalai ha lo sguardo alto e fiero della combattente. Scandisce ogni parola mentre spiega come si può, a soli ventinove anni, sacrificare la propria vita in nome della democrazia, dei diritti umani, dei diritti delle donne. "Quando, quattro anni fa, presi la parola alla Loya Jirga (il tradizionale gran consiglio afgano) per denunciare la presenza dei signori della guerra e dei comandanti fondamentalisti nei posti di potere, realizzai in un attimo che la mia vita da quel giorno sarebbe cambiata per sempre. Venni trascinata fuori dall’aula, fra le grida e gli insulti dei cinquecento membri riuniti. Fui minacciata e costretta a ritrattare, ma non lo feci. Da quel momento la mia voce doveva diventare quella degli uomini e delle donne afgane, del mio popolo muto, oppresso e ingannato".

la deputata afgana a Viareggio. foto S. MorelliIl boicottaggio politico. "Dopo di allora – continua a raccontare Malalai – sono sfuggita a quattro attentati e a continue minacce di morte. Hanno raso al suolo il mio ufficio, attaccato la mia casa, non ho mai più potuto avere una fissa dimora né un posto stabile dove lavorare. Nelle strade di Farah (provincia nordoccidentale dell’Afghanistan e sua città di provenienza) circolavano volantini con la mia foto senza velo, in cui si diceva che alla Loya Jirga l’ "infedele prostituta Malalai Joya" aveva parlato scoprendosi il capo dallo chador, e che presto oltre al velo avrebbe tolto anche i vestiti. Queste calunnie mi hanno seguito fino alle aule del parlamento (la Wolesi Jirga), dove sono stata eletta nel 2005 dopo un referendum popolare, venendone estromessa pochi mesi fa. Ricordo che quando incontrai per la prima volta gli altri deputati, uno di loro mi accolse dicendomi con aria di scherno "anch’io adesso voglio creare problemi". Hanno cercato di togliermi la parola, censurato i miei interventi sui mass media, ma non hanno mai ottenuto il mio silenzio, nè che mi piegassi al potere dei tanti politici che hanno le mani sporche di sangue. Quando, a maggio di quest’anno, ho dichiarato a una televisione afgana che le aule dove si decidono le sorti del nostro popolo sono "peggio di uno zoo", denunciando le beffe di questa falsa democrazia a cui siamo sottoposti, sono stata accusata di aver violato l’articolo 70 delle regole parlamentari, legge creata ad hoc che vieta ai deputati di criticarsi l'un l'altro. Da qui la revoca del mio mandato, che varrà fino al 2009".

malalai JOya. foto di Stefano MorelliLa battaglia continua. Quando le chiediamo cosa prevede per il futuro, suo e del suo popolo, Malalai risponde con fermezza. "Porterò la bandiera della mia battaglia in ogni luogo, e continuerò a far conoscere le sofferenze delle donne e degli uomini della mia terra. Quello che gli Stati Uniti hanno presentato al mondo come un progetto di pace e di democrazia è diventato un massacro, in tutto e per tutto simile alle sofferenze da cui dicevano di volerci salvare. E' necessario che l'Europa prenda le distanze da tutto questo. Le nostre strutture legislative, giudiziarie, esecutive sono infettate dal virus del fondamentalismo e dalla mafia del narcotraffico. La vita è sempre più dura per la popolazione e soprattutto per le donne, che continuano a morire di parto, che perdono i loro figli per la mancanza di servizi sanitari. Il numero di casi di suicidio tra le donne afgane non è mai stato così alto, i matrimoni forzati costringono molte di loro a preferire il suicidio a una vita intollerabile. E vedete come in effetti, in una situazione come questa, non sia certo il burqa il problema principale”. Mentre parla Malalai sfoglia le foto di alcune ragazze devastate dalle ustioni, le mostra una ad una. "Molte donne si danno fuoco per sottrarsi alla loro condizione. Sono ragazze vendute a uomini anziani, barattate per soldi o sottratte con la forza alle famiglie. Cito il caso più recente della piccola Sanobar, di 11 anni, rapita da un signore della guerra a capo di un distretto afgano, che dopo averla stuprata l'ha restituita a un passante, in cambio di un cane".
Malalai Joya si ferma un attimo a riflettere, poi riprende: "So che a causa di queste parole molti vogliono la mia morte. I fondamentalisti contano i giorni per eliminarmi, ma io dico a me stessa e alle donne del mio popolo che la verità, quella no, non può essere uccisa. Io sono giovane, appena sposata e amo la vita. Ma seguo le nobili parole dello scrittore iraniano Samad Behrangi, che come me voleva la libertà: "se dovessi incontrare la morte, e ciò è inevitabile, poco importa. Ciò che importa è se il mio vivere o il mio morire abbia avuto un effetto sulla vita degli altri".
 
Parole chiave: Burqa, Talebani, Karzai, Joya, Loya Jirga, Wolesi Jirga
Categoria: Costume
Luogo: Afghanistan
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