21/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Governo e ribelli affilano le armi, 300 i morti dall'inizio del mese
Il 3 ottobre scorso, a Tripoli, il governo ciadiano e quattro gruppi ribelli dell'est hanno firmato un accordo di pace. Peccato che, da N'Djamena ad Abéché, nessuno sembra essersene accorto. Il testo degli accordi non è ancora stato reso pubblico e mentre il governo lo ritiene un accordo definitivo, i ribelli lo definiscono un semplice accordo di principio, lamentando il fatto che a Tripoli i mediatori avrebbero forzato loro la mano. Nell'est continuano intanto le diserzioni verso i ribelli e gli scontri. Dall'inizio del mese, i morti sono almeno 300.

Soldati dell'esercito ciadianoIl disegno del presidente Idriss Deby di raggiungere la pace a poco prezzo sembra già fare acqua. Prima di tutto perché gli accordi di Tripoli non comprendono tutti i gruppi armati operanti nell'est, ma solamente i due rami dell'Union des Forces pour la Démocratie et le Développement, il Rassemblement des Forces du Changement dei fratelli Erdimi e la Convention nationale du Tchad. Dall'accordo restano fuori almeno sei formazioni politico militari, che hanno già denunciato il trattato.
Non che tra i firmatari il clima sia migliore. Già percorsi da pericolose correnti intestine, i gruppi ribelli firmatari rischiano di spaccarsi visto che buona parte della “truppa” non vede di buon occhio un accordo con Deby. Specie se, a due settimane dagli accordi, dei termini del trattato non si sa ancora nulla, a parte che preveda una generica reintegrazione dei ribelli nell'esercito e un'amnistia. “L'accordo è quantomeno controverso – concorda l'analista ciadiano Djimé Adoum, contattato da PeaceReporter – e alcuni sospettano addirittura che i ribelli non abbiano firmato un bel niente. Altrimenti perché mantenere questo segreto sul testo? La vicenda è molto strana”. La possibilità che i gruppi ribelli di Tripoli si tirino indietro è tutt'altro che remota. Tanto che, solo due giorni fa, un comunicato stampa di un comandante dell'Ufdd invitava tutti i gruppi a unirsi per rovesciare con la forza Deby.

A Tripoli, per la presentazione ufficiale del documento, saranno presenti anche Muhammar Gheddafi, che farà gli onori di casa come mediatore, e il presidente sudanese Hassan Omar al-Bashir. Mentre il secondo è ritenuto il principale finanziatore dei gruppi armati ciadiani, il primo si è più volte inserito nelle questioni interne del Paese vicino, favorendo a turno le formazioni ribelli o il governo. Non proprio due mediatori ideali per risolvere la crisi. “Il Ciad è un'estensione naturale della Libia per certi versi – prosegue Adoun – e molti dei nostri problemi sono cominciati proprio in Libia. Se consideriamo che, dopo essere stato riammesso nel salotto buono della comunità internazionale, Gheddafi ha cominciato a gestire catene alberghiere e collegamenti aerei con N'Djamena, si capisce quanta influenza abbia Tripoli sugli affari ciadiani”.

Il presidente ciadiano Idriss DebyCome se non bastasse, negli ultimi giorni Deby è ai ferri corti anche con Mahamat Nour Abdelkerim, il ministro della Difesa ed ex-leader ribelle del Front Uni pour le Changement, un'altra formazione armata che ha deposto le armi lo scorso dicembre. Colpa degli scontri tra le comunità Tama e Zaghawa (Nour appartiene alla prima, Deby alla seconda), scoppiati negli ultimi giorni presso la comunità di Dar Tama, nell'est del Paese. Scontri che hanno fatto una ventina di vittime, costringendo il governo a dichiarare lo stato di emergenza per 12 giorni, e che hanno spinto Nour ad accusare l'entourage del presidente.
Per la stessa ragione, negli ultimi giorni circa mille elementi del Fuc, che attendevano da mesi di essere disarmati, hanno lasciato la località di Guereda per spostarsi nell'est, al confine con il Sudan, ed entrare nei ranghi dell'Ufdd. Una diserzione in piena regola, che la dice lunga su come i ribelli si stiano preparando alla “pace” e sulla presa di Nour sui suoi uomini. Giovedì, l'esercito ha provato a disarmare a forza i "disertori", stanziatisi nei pressi di Goz-Beida, per farli tornare nei propri ranghi. La battaglia che ne è scaturita, e che ha coinvolto anche le truppe dell'Ufdd, ha provocato almeno 13 morti. Nonostante le rassicurazioni del governo e di Nour, che il processo di pace sopravviva è tutt'altro che scontato.

Matteo Fagotto

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