Il 3 ottobre
scorso, a Tripoli, il governo ciadiano e quattro gruppi ribelli
dell'est hanno firmato un accordo di pace. Peccato che, da N'Djamena
ad Abéché, nessuno sembra essersene accorto. Il testo
degli accordi non è ancora stato reso pubblico e mentre il governo lo ritiene
un accordo
definitivo, i ribelli lo definiscono un semplice accordo di
principio, lamentando il fatto che a Tripoli i mediatori avrebbero
forzato loro la mano. Nell'est continuano intanto le diserzioni verso i ribelli
e gli scontri. Dall'inizio del mese, i morti
sono almeno 300.

Il disegno del
presidente Idriss Deby di raggiungere la pace a poco prezzo sembra
già fare acqua. Prima di tutto perché gli accordi di
Tripoli non comprendono tutti i gruppi armati operanti nell'est,
ma solamente i due rami dell'
Union des Forces pour la Démocratie
et le Développement, il
Rassemblement des Forces du
Changement dei fratelli Erdimi e la
Convention nationale du
Tchad. Dall'accordo restano fuori almeno sei formazioni politico
militari, che hanno già denunciato il trattato.
Non che tra i
firmatari il clima sia migliore. Già percorsi da pericolose
correnti intestine, i gruppi ribelli firmatari rischiano di spaccarsi
visto che buona parte della “truppa” non vede di buon occhio un
accordo con Deby. Specie se, a due settimane dagli accordi, dei
termini del trattato non si sa ancora nulla, a parte che preveda una generica
reintegrazione dei ribelli nell'esercito e
un'amnistia. “L'accordo è quantomeno controverso –
concorda l'analista ciadiano Djimé Adoum, contattato da
PeaceReporter – e alcuni sospettano addirittura che i
ribelli non abbiano firmato un bel niente. Altrimenti perché
mantenere questo segreto sul testo? La vicenda è molto
strana”. La possibilità che i gruppi ribelli di Tripoli si
tirino indietro è tutt'altro che remota. Tanto che, solo due
giorni fa, un comunicato stampa di un comandante dell'Ufdd
invitava tutti i gruppi a unirsi per rovesciare con la forza Deby.
A Tripoli, per la
presentazione ufficiale del documento, saranno presenti anche
Muhammar Gheddafi, che farà gli onori di casa come mediatore, e il
presidente sudanese Hassan Omar al-Bashir. Mentre il secondo è
ritenuto il principale finanziatore dei gruppi armati ciadiani, il
primo si è più volte inserito nelle questioni interne del Paese vicino, favorendo
a turno le formazioni ribelli o il governo. Non
proprio due mediatori ideali per risolvere la crisi. “Il Ciad è
un'estensione naturale della Libia per certi versi – prosegue Adoun
– e molti dei nostri problemi sono cominciati proprio in Libia. Se
consideriamo che, dopo essere stato riammesso nel salotto buono della
comunità internazionale, Gheddafi ha cominciato a gestire
catene alberghiere e collegamenti aerei con N'Djamena, si capisce
quanta influenza abbia Tripoli sugli affari ciadiani”.

Come se non
bastasse, negli ultimi giorni Deby è ai ferri corti anche con
Mahamat Nour Abdelkerim, il ministro della Difesa ed ex-leader
ribelle del
Front Uni pour le Changement, un'altra formazione
armata che ha deposto le armi lo scorso dicembre. Colpa degli scontri
tra le comunità Tama e Zaghawa (Nour appartiene alla prima,
Deby alla seconda), scoppiati negli ultimi giorni presso la comunità
di Dar Tama, nell'est del Paese. Scontri che hanno fatto una ventina
di vittime, costringendo il governo a dichiarare lo stato di
emergenza per 12 giorni, e che hanno spinto Nour ad accusare
l'entourage del presidente.
Per la stessa
ragione, negli ultimi giorni circa mille elementi del Fuc, che
attendevano da mesi di essere disarmati, hanno lasciato la
località di Guereda per spostarsi nell'est, al confine con il
Sudan, ed entrare nei ranghi dell'Ufdd. Una diserzione in
piena regola, che la dice lunga su come i ribelli si stiano
preparando alla “pace” e sulla presa di Nour sui suoi uomini. Giovedì, l'esercito
ha provato a disarmare a forza i "disertori", stanziatisi nei pressi
di Goz-Beida,
per farli tornare nei propri ranghi. La battaglia che ne è scaturita, e che ha
coinvolto anche le truppe dell'Ufdd, ha provocato almeno 13 morti. Nonostante le rassicurazioni del governo e di
Nour, che il processo di pace sopravviva è tutt'altro che scontato.