scritto per noi da
Delia Innocenti
Se qualcuno ancora crede, in buona fede, che i progetti transnazionali di sfruttamento
delle risorse energetiche, minerarie o agro-forestali in corso nei paesi attraversati
da conflitti interni e forti squilibri sociali possano risolversi in quello che
gli inglesi chiamano win-win solution (cioè in benefici per tutte le parti in causa), vi invitiamo a conoscere la
sorte toccata alla comunità Tabaco, nella regione colombiana di Guajira.
La maledizione della comunità di Tabaco trae origine dal prodigio naturale della
regione: la miniera di carbone del Cerrejon. Gli antichi greci non a torto definivano
con l’ambiguo termine “prodigio” (thauma) qualcosa di straordinario, fuori dal
comune, capace di suscitare terrore, angoscia e meraviglia.
Le dimensioni del Cerrejon sono, in effetti, impressionanti: il Cerrejon è la
miniera a cielo aperto più grande del mondo, fornisce al mercato internazionale
il 33 per cento del carbone termico e la sua produzione rappresenta il 95 per
cento dell’intera richiesta europea.
Inizialmente, e fino al 2000, la miniera fu esplorata e sfruttata da un consorzio
formato dalla statale Carbocol Sa. e la multinazionale statunitense Intercor, filiale della Exxon-Mobil. In seguito, nel novembre del 2000, fu incorporato
il consorzio composto dall’inglese BHP-Billiton, la sudafricana Anglo-American e la svizzera Glencore; il governo colombiano vendette la Carbocol a questo consorzio.
Più tardi, nel gennaio del 2002, la Exxon negoziò con questo consorzio la vendita
di Intercor: con l’acquisizione di quest’ultima, il gruppo oggi controlla il 55
per cento delle esportazioni di carbone nel paese e assume il controllo totale
della zona nord della miniera, dove si trova il 70 per cento delle riserve di
carbone.
Molti settori vedono nel complesso del Cerrejon non solo un processo produttivo
di successo, ma anche un’opportunità di sviluppo per le comunità limitrofe, una
soluzione efficace alla povertà della regione e un progetto di grande beneficio
sociale.
Visitando i comuni che sorgono nei dintorni della miniera, è facile verificare
che gli scopi “sociali” dell’impresa sono solo parole rimaste sulla carta. La
verità è ben lontana dalla fabbrica di sogni promessa: il Cerrejon è diventato
un cimitero di illusioni. I dirigenti del Cerrejon vivono in una cittadella-fortezza,
blindata da un cordone di sicurezza e inaccessibile a chiunque.
Stando ai racconti di chi l’ha visitata, questa cittadella si è dotata della
migliore scuola e del miglior campo di calcio della regione, un esclusivo club
Rotary e servizi di prima classe. Chi viene da fuori può entrare solo se accompagnato
dal personale dell’impresa, ed è rigorosamente vietato l’uso di macchine fotografiche.
Fuori della città, al contrario, il mondo reale, il mondo del popolo, continua
la sua quotidiana lotta per la sopravvivenza, spesso sprovvisto di acquedotti,
senza luce, in condizioni non solo precarie, ma addirittura peggiori di quelle
in cui si trovava prima dello sfruttamento della miniera, quando l'equilibrio
ecologico tradizionali e una diffusa economia agricola garantivano l’alimentazione
della popolazione contadina.
Per il resto, nel caso della comunità Tabaco, l’impresa non si è limitata a sgretolare
le aspettative e le speranze della popolazione: alla simbolica distruzione culturale
della comunità si sono aggiunti il saccheggio, la distruzione fisica e la rovina
materiale portata dall’arrivo dell’impresa.
Il caso della comunità Tabaco è complesso; parte da una serie di decisioni giudiziarie
arbitrarie e da vergognosi atti di solidarietà della sfera pubblica con gli interessi
corporativi, atti sui quali non è ancora stata fatta nè chiarezza nè giustizia.
Nel febbraio del 1999, il Ministero delle Miniere e dell’Energia autorizzò l’esproprio
di un territorio chiamato Tabaco attraverso un atto amministrativo che ignora
e calpesta l’esistenza giuridica, sociale e culturale di un’intera comunità.
L’atteggiamento servile degli enti pubblici dello Stato della Colombia ha permesso
all’impresa di spadroneggiare sul territorio, al privato di assassinare il pubblico:
il decreto di espropriazione è la morte della comunità. I gangli della collettività
muoiono rapidamente: al decreto segue la sospensione del servizio pubblico di
telecomunicazione, la chiusura dei servizi di assistenza sanitaria e delle scuole,
l’interruzione delle strade, la scomparsa delle piazze e dei luoghi di incontro.
Perfino il parroco italiano Marcello Graziosi vende, per pochi soldi, la chiesa,
la sua coscienza e i fedeli della comunità Tabaco. Solo a maggio del 2002 una
sentenza della Cassazione Civile della Corte Suprema riconoscerà la violazione
dei diritti umani di cui sono state vittime i protagonisti di questo caso. La
Corte Suprema ordina al Sindaco del comune di Hato Nuevo, cui compete la giurisdizione
della Tabaco, di far rientrare gli abitanti, ripristinare le infrastrutture e
il tessuto sociale della comunità. Due anni più tardi, tuttavia, i passi fatti
per rispettare la sentenza sono pochi, come denuncia un recente comunicato della
stessa comunità.

L’impresa, da parte sua, forte di un ordine di consegna anticipata dell’immobile,
è responsabile del saccheggio della proprietà privata degli abitanti della comunità
e del loro sfollamento forzato, violando precisi ordini giudiziari e imponendo
i propri interessi con le vie di fatto.
Il 9 agosto del 2001, giorno tragicamente scolpito nella memoria collettiva della
Tabaco, la sicurezza privata della
Intercor, insieme alla polizia nazionale e
squadroni antisommossa dell’esercito, fece irruzione nella comunità con lo scopo
di sfollare gli abitanti e impadronirsi delle loro proprietà. L’enormità dell’atto
e l’intezionalità violenta si potevano dedurre dal numero di agenti armati presenti
e
dai giubbotti antiproiettile che indossavano gli agenti statali e i funzionari
della
Intercor.
Lo sfollamento produsse come risultato gravi lesioni fisiche, la distruzione
delle proprietà e la perdita di tutti i beni delle famiglie contadine. Ancora
oggi non si sa che fine abbiano fatto le stoviglie, le scarpe, le amache, i quaderni
di quelle case. La dignità o la paura impediscono di investigare sull’entità del
danno materiale provocato dall’atto di aggressione dell’impresa.
Oggi, a più di tre anni dallo sfollamento causato dallo Stato della Colombia
e dalle imprese multinazionali del complesso carbonifero del Cerrejon, la comunità
Tabaco resiste e insiste nella sua legittima rivendicazione in nome del diritto
alla terra, alla speranza e allo sviluppo: la lotta della comunità contro un mostro.