30/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La lotta della comunità di Tabaco contro le multinazionali del carbone
scritto per noi da
Delia Innocenti
 
Se qualcuno ancora crede, in buona fede, che i progetti transnazionali di sfruttamento delle risorse energetiche, minerarie o agro-forestali in corso nei paesi attraversati da conflitti interni e forti squilibri sociali possano risolversi in quello che gli inglesi chiamano win-win solution (cioè in benefici per tutte le parti in causa), vi invitiamo a conoscere la sorte toccata alla comunità Tabaco, nella regione colombiana di Guajira.
 
La maledizione della comunità di Tabaco trae origine dal prodigio naturale della regione: la miniera di carbone del Cerrejon. Gli antichi greci non a torto definivano con l’ambiguo termine “prodigio” (thauma) qualcosa di straordinario, fuori dal comune, capace di suscitare terrore, angoscia e meraviglia.
 
Le dimensioni del Cerrejon sono, in effetti, impressionanti: il Cerrejon è la miniera a cielo aperto più grande del mondo, fornisce al mercato internazionale il 33 per cento del carbone termico e la sua produzione rappresenta il 95 per cento dell’intera richiesta europea.
Inizialmente, e fino al 2000, la miniera fu esplorata e sfruttata da un consorzio formato dalla statale Carbocol Sa. e la multinazionale statunitense Intercor, filiale della Exxon-Mobil. In seguito, nel novembre del 2000, fu incorporato il consorzio composto dall’inglese BHP-Billiton, la sudafricana Anglo-American e la svizzera Glencore; il governo colombiano vendette la Carbocol a questo consorzio. Più tardi, nel gennaio del 2002, la Exxon negoziò con questo consorzio la vendita di Intercor: con l’acquisizione di quest’ultima, il gruppo oggi controlla il 55 per cento delle esportazioni di carbone nel paese e assume il controllo totale della zona nord della miniera, dove si trova il 70 per cento delle riserve di carbone.
 
Molti settori vedono nel complesso del Cerrejon non solo un processo produttivo di successo, ma anche un’opportunità di sviluppo per le comunità limitrofe, una soluzione efficace alla povertà della regione e un progetto di grande beneficio sociale.
Visitando i comuni che sorgono nei dintorni della miniera, è facile verificare che gli scopi “sociali” dell’impresa sono solo parole rimaste sulla carta. La verità è ben lontana dalla fabbrica di sogni promessa: il Cerrejon è diventato un cimitero di illusioni. I dirigenti del Cerrejon vivono in una cittadella-fortezza, blindata da un cordone di sicurezza e inaccessibile a chiunque.
 
Stando ai racconti di chi l’ha visitata, questa cittadella si è dotata della migliore scuola e del miglior campo di calcio della regione, un esclusivo club Rotary e servizi di prima classe. Chi viene da fuori può entrare solo se accompagnato dal personale dell’impresa, ed è rigorosamente vietato l’uso di macchine fotografiche. Fuori della città, al contrario, il mondo reale, il mondo del popolo, continua la sua quotidiana lotta per la sopravvivenza, spesso sprovvisto di acquedotti, senza luce, in condizioni non solo precarie, ma addirittura peggiori di quelle in cui si trovava prima dello sfruttamento della miniera, quando l'equilibrio ecologico tradizionali e una diffusa economia agricola garantivano l’alimentazione della popolazione contadina.
 
Per il resto, nel caso della comunità Tabaco, l’impresa non si è limitata a sgretolare le aspettative e le speranze della popolazione: alla simbolica distruzione culturale della comunità si sono aggiunti il saccheggio, la distruzione fisica e la rovina materiale portata dall’arrivo dell’impresa.
Il caso della comunità Tabaco è complesso; parte da una serie di decisioni giudiziarie arbitrarie e da vergognosi atti di solidarietà della sfera pubblica con gli interessi corporativi, atti sui quali non è ancora stata fatta nè chiarezza nè giustizia.

Nel febbraio del 1999, il Ministero delle Miniere e dell’Energia autorizzò l’esproprio di un territorio chiamato Tabaco attraverso un atto amministrativo che ignora e calpesta l’esistenza giuridica, sociale e culturale di un’intera comunità.
L’atteggiamento servile degli enti pubblici dello Stato della Colombia ha permesso all’impresa di spadroneggiare sul territorio, al privato di assassinare il pubblico: il decreto di espropriazione è la morte della comunità. I gangli della collettività muoiono rapidamente: al decreto segue la sospensione del servizio pubblico di telecomunicazione, la chiusura dei servizi di assistenza sanitaria e delle scuole, l’interruzione delle strade, la scomparsa delle piazze e dei luoghi di incontro.

Perfino il parroco italiano Marcello Graziosi vende, per pochi soldi, la chiesa, la sua coscienza e i fedeli della comunità Tabaco. Solo a maggio del 2002 una sentenza della Cassazione Civile della Corte Suprema riconoscerà la violazione dei diritti umani di cui sono state vittime i protagonisti di questo caso. La Corte Suprema ordina al Sindaco del comune di Hato Nuevo, cui compete la giurisdizione della Tabaco, di far rientrare gli abitanti, ripristinare le infrastrutture e il tessuto sociale della comunità. Due anni più tardi, tuttavia, i passi fatti per rispettare la sentenza sono pochi, come denuncia un recente comunicato della stessa comunità.
 
L’impresa, da parte sua, forte di un ordine di consegna anticipata dell’immobile, è responsabile del saccheggio della proprietà privata degli abitanti della comunità e del loro sfollamento forzato, violando precisi ordini giudiziari e imponendo i propri interessi con le vie di fatto.
Il 9 agosto del 2001, giorno tragicamente scolpito nella memoria collettiva della Tabaco, la sicurezza privata della Intercor, insieme alla polizia nazionale e squadroni antisommossa dell’esercito, fece irruzione nella comunità con lo scopo di sfollare gli abitanti e impadronirsi delle loro proprietà. L’enormità dell’atto e l’intezionalità violenta si potevano dedurre dal numero di agenti armati presenti e dai giubbotti antiproiettile che indossavano gli agenti statali e i funzionari della Intercor.
 
Lo sfollamento produsse come risultato gravi lesioni fisiche, la distruzione delle proprietà e la perdita di tutti i beni delle famiglie contadine. Ancora oggi non si sa che fine abbiano fatto le stoviglie, le scarpe, le amache, i quaderni di quelle case. La dignità o la paura impediscono di investigare sull’entità del danno materiale provocato dall’atto di aggressione dell’impresa.
 
Oggi, a più di tre anni dallo sfollamento causato dallo Stato della Colombia e dalle imprese multinazionali del complesso carbonifero del Cerrejon, la comunità Tabaco resiste e insiste nella sua legittima rivendicazione in nome del diritto alla terra, alla speranza e allo sviluppo: la lotta della comunità contro un mostro.
Categoria: Diritti, Risorse
Luogo: Colombia