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I debiti da saldare. La nuova iniziativa del presidente è
l'ultima di una serie di mosse studiate intorno al tema petrolio, il
più importante settore dell'economia ecuadoriana, e che
dimostrano come Correa non abbia nessun timore reverenziale verso
chicchessia. Tutto è cominciato lo scorso aprile, quando una
riforma obbligò le compagnie petrolifere private a versare
allo Stato il 50 percento dei benefici straordinari ottenuti
dall'aumento del prezzo del curdo rispetto al valore previsto nei
contratti originali. Un surplus sul quale ogni impresa contava molto
e che è solito ammontare a centinaia di milioni di euro. E fu
così che iniziarono ad arrivare nelle casse dello stato una
valanga di soldi, ma non tutti quelli che imponeva la nuova legge,
ossia 811,36 milioni, tanto che, a settembre, il presidente esecutivo
di Petroecuador, Carlos Pareja Yannuzzelli, indicò in 223,4
milioni di euro la somma ancora da saldare.
Rescissione. Somma che è lievitata di colpo
il 4 ottobre, dopo il nuovo annuncio di Correa: la cifra da versare
allo Stato sarà, da ora in poi, il 99 percento del surplus
accumulato dai petrolieri privati. Un annuncio che ha lasciato basite
le compagnie e che viene ulteriormente rinforzato da questa ennesima
condizione: due settimane ancora per pagare le cifre riviste e
corrette. E nel caso che l'ultimatum non venga rispettato,
Petroecuador “inizierà le azioni legali contemplate dalla
legge”, precisa Pareja. Una di queste consiste in procedimenti
amministrativi che terminano con la rescissione dei contratti, senza
possibilità di trattare.
La linea dura del presidente. Una vera e propria rivoluzione quella
che Correa sta facendo nella gestione del petrolio e che è
stata caratterizzata anche da un'altra iniziativa che ha lasciato la
comunità internazionale a bocca aperta. A giugno, mentre gli
otto grandi stavano discutendo di emergenza climatica, puntando al
Kyoto Due nella speranza che gli Usa accettassero di entrare nel
sistema multilaterale di riduzione delle emissioni di gas a effetto
serra, il braccio destro di Correa, Acosta, ha lanciato una campagna
ecologica fuori dagli schemi. Per il bene dell'umanità,
l'Ecuador rinuncerà a sfruttare il petrolio del parco
nazionale amazzonico di Yasuní, dichiarato dall'Unesco parte
della riserva mondiale di Biosfera, ed eviterà dunque nuove
nocive emissioni di Co2. Un sacrificio per il mondo intero che
prevede, però, qualcosa in cambio: 350 milioni di dollari
all'anno, ossia l'equivalente della metà degli introiti che
sarebbero arrivati dallo sfruttamento dei giacimenti. E non è
finita qui. Parte di quei soldi dovranno entrare nelle casse dello
Stato grazie all'idea di Accion
Ecologica, una Ong locale che ha lanciato la vendita di tutto il
greggio dello Yasuní a 5 euro al barile. Con una condizione,
però, i compratori si devono impegnare a lasciarlo per sempre
nel sottosuolo. Un'idea ecologica, dunque, e in pieno rispetto della
tradizione indigena, che considera l'oro nero il sangue della terra.
La cultura dei nativi è infatti legge in questo luogo, abitato
da sempre dagli Huaorani, un popolo nomade che vive di caccia e che
necessita di uno spazio sufficientemente ampio per mettere in pratica
il proprio stile di vita. E questa campagna li salverebbe
dall'impatto che le estrazioni petrolifere avrebbero sul territorio,
mettendoli a rischio di estinzione. Stella Spinelli