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Un ragazzino di 13 anni arrestato e deportato perché, giocando con i compagni
durante l’orario scolastico, aveva inavvertitamente lanciato un aeroplanino di
carta contro il ritratto di Stalin; un sacerdote che si è visto infilare le manette
mentre stava benedicendo una casa; un altro finito davanti al ‘tribunale’ che
ne ha poi decretato l’esecuzione semplicemente perché alcuni suoi familiari avevano
compiuto viaggi all’estero: sono alcune delle innumerevoli storie che stanno riemergendo
dagli archivi dell’ex Kgb, i servizi segreti sovietici ora chiamati Sns (Servizio
nazionale di sicurezza), e che si è ritrovato fra le mani, non senza stupore e
commozione, Serhi Dovlanich, giovane studente ucraino dedicatosi per tre anni
a ricerche all’interno di uno di questi archivi nella capitale ucraina Kiev.
Da Rondine Cittadella della Pace, centro toscano impegnato nel dialogo fra religioni e culture dove ha soggiornato nelle ultime settimane in attesa di recarsi a Roma a studiare missiologia, Serhi riprende idealmente a sfogliare quei faldoni ammucchiati sugli scaffali. Occhi verde-chiaro, volto diafano incorniciato da barbetta e capelli ondulati, il ragazzo rievoca i contenuti dei fascicoli: centinaia, a volte migliaia di pagine per ciascun accusato, rimasti segreti per decenni e tornati pubblici dopo il crollo dell’Urss. Lo fa con apparente calma, ma dalla puntigliosità e determinazione con cui cerca di comunicare nel suo italiano ancora stentato si intuisce la volontà di far capire al maggior numero possibile di persone cosa è successo davvero in quegli anni.
I documenti coprono un lungo arco di tempo: dal 1918, anno in cui i sovietici invasero Kiev, fino al periodo antecedente e successivo alla seconda guerra mondiale, quando il sistema dei gulag o campi di prigionia raggiunse l’apogeo. Nel dopoguerra, in particolare, milioni di persone furono internate in tutto lo sterminato paese nell’ambito di una vasta campagna contro “nemici del popolo”, “contro-rivoluzionari” o fautori di generiche “attività anti-sovietiche”, accuse stilate in base all’omnicomprensivo articolo 58 del codice penale sovietico.
Le storie dei perseguitati sono moltissime, eppure tutte tragicamente simili.
“I fascicoli dell’archivio di Kiev contengono qualche nota biografica, la descrizione
delle modalità dell’arresto, le motivazioni, sempre estremamente generiche, e
il resoconto dettagliato dei lunghi interrogatori, condotti con modalità disumane”
spiega Dovlanich, che è nato 25 anni fa a Uman’, nel centro dell’Ucraina, e ha
studiato a Kiev presso l’Accademia teologica, per poi approdare al ‘Comitato cattolico
per la collaborazione culturale’ di Rondine. Si tratta di un’iniziativa di dialogo
tra la chiesa cattolica e le chiese ortodosse nata nove anni fa, che prevede ogni
anno (da luglio a settembre) l’ospitalità nel grazioso borgo toscano di giovani
studenti o studiosi ortodossi, laici e religiosi, come prima tappa di un cammino
che li porterà a Roma dove frequenteranno per almeno un anno i corsi delle università
Pontificie.
“Il testo – prosegue lo studente nel rievocare i documenti che sono stati oggetto della sua tesi di laurea - si chiude, brutalmente, con poche parole per descrivere la sorte dell’imputato: ‘Ucciso per fucilazione il giorno x dell’anno x’, con l’orario dell’esecuzione sempre puntigliosamente specificato nei minuti e nei secondi. Oppure: ‘Inviato nel campo x’, appunto il gulag”, termine che può indicare varie forme di segregazione sperimentate in quei decenni in Urss, dai campi di lavoro a quelli di ricerca (gli scienziati vi sviluppavano in segreto nuove tecnologie), dai manicomi fino alle ‘zone speciali per fanciulli’ o i veri e propri campi di sterminio.
In realtà molti finivano uccisi subito dopo gli interrogatori a cui erano sottoposti da una ‘troika’, ovvero tre funzionari che facevano tutto da soli, escludendo la presenza di eventuali avvocati o anche soltanto generici difensori degli imputati. “Ricordo di aver letto il documento relativo a un prete di campagna – prosegue lo studente – accusato di aver personalmente attentato alla vita di Stalin che tra l’altro in Ucraina applicò una politica di nazionalizzazione delle piccole imprese agrarie e collettivizzazione dei terreni sfociata in ribellioni e carestie costate la vita ad almeno 7 milioni di persone. “Quella di aver attentato a Stalin era un’accusa che si ripeteva, senza mai scendere nei dettagli; oltre all’imputato venivano spesso coinvolti quelli che lavoravano con lui e poi i suoi conoscenti, in una sorta di catena mirata a incolpare il gruppo di aver creato una vera e propria organizzazione anti-sovietica”. Un’altra accusa piuttosto frequente era quella di essere spie al servizio di Stati stranieri: Germania, Italia, Francia, ma anche Svezia e Danimarca o altri paesi considerati ostili.
Diversi imputati risultano morti durante gli interrogatori, tra cui l’arcivescovo
metropolita di Kiev, Konstantin D’jakov, spirato nel 1937: “Nel suo fascicolo
c’è scritto ‘deceduto per arresto cardiaco’, ma ovviamente è impossibile conoscere
la verità. Di certo sappiamo che gli interrogatori erano estremamente duri e prevedevano
torture di ogni genere come predisposto da un manuale redatto dai servizi segreti
per i propri dipendenti”. Serhi, che lo ha letto, ricorda precise istruzioni sulle
procedure: si doveva svegliare l’accusato in piena notte per prelevarlo di forza
e sottoporlo a interrogatori che dovevano necessariamente durare almeno due o
tre giorni, per poi, se necessario essere ripetuti nei giorni e mesi successivi.
Con una luce perennemente sparata in faccia e un alternarsi continuo di persone
pronte a ripetere all’infinito le stesse domande, l’imputato finiva per cedere
alla stanchezza e confessare colpe mai commesse. In conclusione di ciascun fascicolo
c’è sempre un’ammissione di colpa firmata dall’accusato. Come sottolinea lo studente,
gli anni in cui si è verificato il maggior numero di esecuzioni sono stati il
1922, il 1929 e il 1937; in particolare, secondo i dati ufficiali delle ‘Commissioni
statali per le riabilitazioni’, soltanto dal 1937 al 1938 in tutta l’Urss sono
state arrestate 165.200 persone e di queste 106.800 sono state condannate a morte.
All’incirca la metà degli assassinati viveva in Ucraina.
Parole chiave: kiev, rondinella, ucraina, lucia maggi