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Strani intrecci. Ma cosa c'entrano i contadini neri con i coloni e i grandi coltivatori di biocombustibile?
La chiave per capire il complesso meccanismo sta nelle parole sfollamento forzato.
I proprietari originari dei 130 ettari, poi lievitati a 17.816, non erano che
4 campesinos di Riosucio, nella martoriata regione del Chocó. Idem, per i circa 105mila ettari,
in parte inglobati nei quasi 18.000 di cui sopra: proprietari, dal 2000, le comunità
nere del bacino dei fiumi Curvaradó e Jiguaminandó.
L'altra verità. Una versione che, certo, non viene confermata dai palmicultores, i quali puntano il dito sui guerriglieri di Farc ed Eln, responsabili a loro
dire di aver spaventato gli abitanti tanto da farli fuggire. E perché? Per poi
lasciare il campo libero a loro, ricchi imprenditori? È una ricostruzione dei
fatti che non convince quanto, invece, quella che vede paras stipendiati dai signori
del biocombustibile per minacciare, uccidere e cacciare via a pedate i contadini
da terre che valgono oro.
Per la giustizia. Ma le comunità nere non si son date per vinte e, aiutate dalla Comision intercongregacional de Justicia y Paz, hanno denunciato il sopruso alle autorità di competenza, che finalmente hanno
dato loro ragione, stabilendo che quelle terre sono state prese illegalmente e
ampliate per accessione, termine legale per indicare “un modo di acquisto della
proprietà, secondo il quale il proprietario di una cosa fa sua non solo quella
che ha ma anche quella limitrofa o quella incorporata per processi naturali o
dell'uomo”.
Fino in fondo. Una decisione che sta gettando gli impresari della palma sull'orlo di una crisi
di nervi, visti gli investimenti: fra i 65 mila e i 70 mila milioni di pesos in
opere mastodontiche che, senza il prodotto da vendere, resteranno insoluti. “Speriamo
che si possa arrivare a una concertazione, sia con le comunità che con lo Stato”,
ha dichiarato il legale rappresentante di 14 imprese. Ma la risposta gli è già
arrivata da Justicia y Paz che si dice non del tutto soddisfatta del congelamento.
Pur riconoscendolo come un primo passo importante, annuncia la mancanza della
consegna reale della terra ai legittimi proprietari. E se si considera che questa
denuncia proviene da una delle Ong più attive in Colombia, la quale, dagli anni
Ottanta, cerca di far luce sui più importanti casi di violazioni di diritti umani,
con tenacia e determinazione, è facile immaginare che il lieto fine non sia molto
lontano.
Stella Spinelli