stampa
invia
La previsione più azzeccata, domenica mattina poco dopo l’alba, l’hanno fatta gli animali dello Sri Lanka. Nessuna
carcassa delle centinaia di elefanti, leopardi, cinghiali selvatici, lepri e conigli
che affollavano lo Yala National Park, è stata trovata. Nessuno di loro è stato
inghiottito dallo tsunami che ha devastato la ex colonia britannica reclamando
un tributo di vite esorbitante. Nel momento in cui scriviamo, nello Sri Lanka
i morti sono almeno 23 mila. “Abbiamo trovato migliaia di cadaveri – ha riferito
H. D. Ratnayake, vicedirettore del Wildlife Department di Colombo – ma nessuna traccia di animali. Il loro sesto senso gli ha permesso
di sopravvivere”.
Un ‘sesto senso’ che, all’indomani della catastrofe asiatica, sembra essere mancato
all’uomo e alla sua tecnologia, fatta di apparecchi capaci di registrare le minime
oscillazioni della crosta terrestre. Tali misurazioni, a qualche ora di distanza
dall’evento, raggiungono una precisione sconcertante. Ma nell’immediatezza possono
rivelarsi fallaci. Nove gradi di magnitudo nella scala Richter equivalgono all’energia
di un milione di bombe atomiche. Un solo grado in meno può fare la differenza
tra un episodio sismico geologicamente rilevante e una tragedia epocale. Di un
grado più bassa era stata la misurazione del sisma da parte dell’istituto che
per primo lo ha registrato, all’una e cinquantanove (ora italiana) del 26 dicembre.
A quell’ora l’Us Geological survey comunicava un movimento tellurico al largo delle coste di Sumatra. La zolla
birmana, scorrendo sopra quella indiana, stava producendo uno tsunami (letteralmente
“onda del porto” in giapponese). E’ stato uno tsunami a colpire le coste di undici
Paesi del Sud-est asiatico e dell’Africa orientale, ma è stata la mancanza di
organizzazione, coordinamento, strutture di prevenzione, e in qualche caso anche
la negligenza umana, a provocare il disastro e la morte, finora, di oltre 70 mila
persone.
Una catena di circostanze negative. Il primo errore è stata la sottovalutazione dell’entità del terremoto in relazione
alle conseguenze che avrebbe potuto produrre sul moto marino. Lo Us Geological Survey ha registrato il sisma alle 7.58 (ora di Sumatra). Otto i gradi, scala Richter.
L’intensità è stata successivamente aggiornata, prima a 8,5 gradi, poi a 8,9,
infine a 9. Una conoscenza esatta dell’intensità dell’evento sin dai primissimi
minuti avrebbe forse consentito al Pacific Tsunami Warning Center (Ptwc) di valutarne l’impatto sul moto ondoso in modo ben diverso. Il Ptwc è
l’ente americano per il monitoraggio degli tsunami. Ha sede a Honolulu, Hawaii,
e controlla – e prevede – il verificarsi di tsunami in tutto, o quasi, l’Oceano
Pacifico. Sul sito del centro si legge che “al verificarsi di terremoti di magnitudo
superiore ai 7,5 gradi, viene emesso in tempo reale un bollettino a tutti i membri
dello Tsunami warning system (una rete di centri di rilevazione del Pacifico, ndr) allo scopo di prendere
le relative precauzioni”. Alle 15 del giorno di Natale (ora di Honolulu) nessuno
era presente al centro, ma il messaggio è stato comunque trasmesso ad un operatore,
che da casa si è recato al Ptwc e ha inviato il bollettino di allarme. Il tempo
trascorso dalla scossa di terremoto:
meno di un’ora. Il bollettino è partito, arrivando però solo nei centri collegati
al Ptwc, tra cui Cile, la Polinesia, la California, ovvero nelle località del
Pacifico per le quali, secondo geologi e sismologi, il rischio di tsunami era
praticamente nullo.
“Ci siamo basati sul fatto che era un terremoto di intensità 8,0 – ha raccontato
Charles McCreery, direttore del Ptwc -, per questo abbiamo ritenuto che lo tsunami
si sarebbe verificato solo nella zona dell’epicentro”. Non è chiaro se l’Indonesia,
parte del cui territorio è situato anche nel Pacifico, abbia ricevuto notizia
dello tsunami. Quel che è certo è che l’allarme ha raggiunto per tempo l’isola
Diego Garcia, a sud dell'Oceano Indiano, sede della base americana da cui partirono
i bombardieri per Iraq e Afghanistan. Dallo scatenarsi del sisma, alle 7.58, l’onda
anomala ha viaggiato a 6-700 chilometri all’ora, per rovesciarsi un’ora dopo sulle
coste dell’Aceh, a nord di Sumatra, distante meno di 200 chilometri dall’epicentro,
sulle isole Andamane e Nicobare, sulla Thailandia, sullo Sri Lanka (1700 chilometri
dall’epicentro), raggiunto in poco meno di due ore e mezzo, sull’India, sulla
Somalia e sulla Tanzania, colpite diverse ore dopo perché distanti svariate migliaia
di chilometri.
Potevano salvarsi. “La maggior parte delle persone che hanno perso la vita poteva sopravvivere
– ha dichiarato il portavoce dell’Us Geological Survey, Waverly Person – se solo fossero stati avvisati in tempo. Lo spazio di un’ora
sarebbe stato un tempo sufficiente per portare la gente all’interno, uno spostamento
di alcune centinaia di metri che avrebbe potuto salvare migliaia di vite”. Sul
perché non sia stato possibile comunicare l’approssimarsi di un evento così disastroso
si sono impegnati a rispondere in molti. Da chi, come un funzionario del servizio
meteorologico thailandese, sostiene che diramare l’allarme in alta stagione avrebbe
significato dare un pesante colpo all’economia del Paese, a chi, come Laura Kong,
direttrice dell’International tsunami information center di Honolulu, sostiene: “Non da oggi la nostra è una scienza inesatta. Sappiamo
prevedere l’arrivo delle onde, ma ciò che facciamo fatica a predire è la loro
forza distruttiva. Dagli anni ’60 ci sono state due situazioni gravi: entrambi
falsi allarmi”. Un’evacuazione costerebbe 68 milioni di dollari solo alle Hawaii.
Figurarsi il Sud-est asiatico sovraffollato di europei in vacanza. Per lo scienziato-capo
di Geoscience Australia, Phil McFadden, un allarme senza organizzazione è praticamente inutile: “Serve
a poco chiamare la locale stazione di polizia – sostiene McFadden –, se non sanno
come fronteggiare l’emergenza. Immaginatevi poi la gente, se gli si dice che arriva
uno tsunami. Tutti in spiaggia a vedere com’è fatto”. Tuttavia, in un’epoca dominata
dalla tecnologia e dai media, ossessionata dalla comunicazione, assoggettata ai
telefoni cellulari e a internet, ciò che stupisce di più è l’ammissione dello
stesso direttore dell'Us Geological Survey: “Abbiamo tentato di avvisarli, ma nelle nostre agende non c’era neanche un
numero da chiamare in quella parte del mondo”. Chissà se qualche turista europeo
non sarebbe stato in grado di fornirgli il numero di un buon albergo a Khao Lak
o a Phuket.
Luca Galassi