30/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Disorganizzazione e negligenza hanno aggravato il bilancio delle vittime

Una tragedia imprevedibile? La previsione più azzeccata, domenica mattina poco dopo l’alba, l’hanno fatta gli  animali dello Sri Lanka. Nessuna carcassa delle centinaia di elefanti, leopardi, cinghiali selvatici, lepri e conigli che affollavano lo Yala National Park, è stata trovata. Nessuno di loro è stato inghiottito dallo tsunami che ha devastato la ex colonia britannica reclamando un tributo di vite esorbitante. Nel momento in cui scriviamo, nello Sri Lanka i morti sono almeno 23 mila. “Abbiamo trovato migliaia di cadaveri – ha riferito H. D. Ratnayake, vicedirettore del Wildlife Department di Colombo – ma nessuna traccia di animali. Il loro sesto senso gli ha permesso di sopravvivere”.
Un ‘sesto senso’ che, all’indomani della catastrofe asiatica, sembra essere mancato all’uomo e alla sua tecnologia, fatta di apparecchi capaci di registrare le minime oscillazioni della crosta terrestre. Tali misurazioni, a qualche ora di distanza dall’evento, raggiungono una precisione sconcertante. Ma nell’immediatezza possono rivelarsi fallaci. Nove gradi di magnitudo nella scala Richter equivalgono all’energia di un milione di bombe atomiche. Un solo grado in meno può fare la differenza tra un episodio sismico geologicamente rilevante e una tragedia epocale. Di un grado più bassa era stata la misurazione del sisma da parte dell’istituto che per primo lo ha registrato, all’una e cinquantanove (ora italiana) del 26 dicembre. A quell’ora l’Us Geological survey comunicava un movimento tellurico al largo delle coste di Sumatra. La zolla birmana, scorrendo sopra quella indiana, stava producendo uno tsunami (letteralmente “onda del porto” in giapponese). E’ stato uno tsunami a colpire le coste di undici Paesi del Sud-est asiatico e dell’Africa orientale, ma è stata la mancanza di organizzazione, coordinamento, strutture di prevenzione, e in qualche caso anche la negligenza umana, a provocare il disastro e la morte, finora, di oltre 70 mila persone.

Una catena di circostanze negative. Il primo errore è stata la sottovalutazione dell’entità del terremoto in relazione alle conseguenze che avrebbe potuto produrre sul moto marino. Lo Us Geological Survey ha registrato il sisma alle 7.58 (ora di Sumatra). Otto i gradi, scala Richter. L’intensità è stata successivamente aggiornata, prima a 8,5 gradi, poi a 8,9, infine a 9. Una conoscenza esatta dell’intensità dell’evento sin dai primissimi minuti avrebbe forse consentito al Pacific Tsunami Warning Center (Ptwc) di valutarne l’impatto sul moto ondoso in modo ben diverso. Il Ptwc è l’ente americano per il monitoraggio degli tsunami. Ha sede a Honolulu, Hawaii, e controlla – e prevede – il verificarsi di tsunami in tutto, o quasi, l’Oceano Pacifico. Sul sito del centro si legge che “al verificarsi di terremoti di magnitudo superiore ai 7,5 gradi, viene emesso in tempo reale un bollettino a tutti i membri dello Tsunami warning system (una rete di centri di rilevazione del Pacifico, ndr) allo scopo di prendere le relative precauzioni”. Alle 15 del giorno di Natale (ora di Honolulu) nessuno era presente al centro, ma il messaggio è stato comunque trasmesso ad un operatore, che da casa si è recato al Ptwc e ha inviato il bollettino di allarme. Il tempo trascorso dalla scossa di terremoto: meno di un’ora. Il bollettino è partito, arrivando però solo nei centri collegati al Ptwc, tra cui Cile, la Polinesia, la California, ovvero nelle località del Pacifico per le quali, secondo geologi e sismologi, il rischio di tsunami era praticamente nullo.
“Ci siamo basati sul fatto che era un terremoto di intensità 8,0 – ha raccontato Charles McCreery, direttore del Ptwc -, per questo abbiamo ritenuto che lo tsunami si sarebbe verificato solo nella zona dell’epicentro”. Non è chiaro se l’Indonesia, parte del cui territorio è situato anche nel Pacifico, abbia ricevuto notizia dello tsunami. Quel che è certo è che l’allarme ha raggiunto per tempo l’isola Diego Garcia, a sud dell'Oceano Indiano, sede della base americana da cui partirono i bombardieri per Iraq e Afghanistan. Dallo scatenarsi del sisma, alle 7.58, l’onda anomala ha viaggiato a 6-700 chilometri all’ora, per rovesciarsi un’ora dopo sulle coste dell’Aceh, a nord di Sumatra, distante meno di 200 chilometri dall’epicentro, sulle isole Andamane e Nicobare, sulla Thailandia, sullo Sri Lanka (1700 chilometri dall’epicentro), raggiunto in poco meno di due ore e mezzo, sull’India, sulla Somalia e sulla Tanzania, colpite diverse ore dopo perché distanti svariate migliaia di chilometri.

Potevano salvarsi. “La maggior parte delle persone che hanno perso la vita poteva   sopravvivere – ha dichiarato il portavoce dell’Us Geological Survey, Waverly Person – se solo fossero stati avvisati in tempo. Lo spazio di un’ora sarebbe stato un tempo sufficiente per portare la gente all’interno, uno spostamento di alcune centinaia di metri che avrebbe potuto salvare migliaia di vite”. Sul perché non sia stato possibile comunicare l’approssimarsi di un evento così disastroso si sono impegnati a rispondere in molti. Da chi, come un funzionario del servizio meteorologico thailandese, sostiene che diramare l’allarme in alta stagione avrebbe significato dare un pesante colpo all’economia del Paese, a chi, come Laura Kong, direttrice dell’International tsunami information center di Honolulu, sostiene: “Non da oggi la nostra è una scienza inesatta. Sappiamo prevedere l’arrivo delle onde, ma ciò che facciamo fatica a predire è la loro forza distruttiva. Dagli anni ’60 ci sono state due situazioni gravi: entrambi falsi allarmi”. Un’evacuazione costerebbe 68 milioni di dollari solo alle Hawaii. Figurarsi il Sud-est asiatico sovraffollato di europei in vacanza. Per lo scienziato-capo di Geoscience Australia, Phil McFadden, un allarme senza organizzazione è praticamente inutile: “Serve a poco chiamare la locale stazione di polizia – sostiene McFadden –, se non sanno come fronteggiare l’emergenza. Immaginatevi poi la gente, se gli si dice che arriva uno tsunami. Tutti in spiaggia a vedere com’è fatto”. Tuttavia, in un’epoca dominata dalla tecnologia e dai media, ossessionata dalla comunicazione, assoggettata ai telefoni cellulari e a internet, ciò che stupisce di più è l’ammissione dello stesso direttore dell'Us Geological Survey: “Abbiamo tentato di avvisarli, ma nelle nostre agende non c’era neanche un numero da chiamare in quella parte del mondo”. Chissà se qualche turista europeo non sarebbe stato in grado di fornirgli il numero di un buon albergo a Khao Lak o a Phuket.

Luca Galassi

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