Dopo il ritiro dei ribelli del sud dal governo, la crisi politica si allarga al Darfur
Piove sul bagnato per il governo, dopo che, giovedì scorso, gli ex-ribelli del
Sudan People's Liberation Movement sono
usciti dall'esecutivo. Ieri, uno dei gruppi ribelli operanti nel Darfur ha annunciato che non riconoscerà
più l'autorità del governo “mutilato” di Khartoum, affossando così di fatto i
colloqui di pace previsti per la fine del mese a Tripoli, in Libia. Ma, lungi
dal sentire la pressione del momento, il presidente Hassan Omar al-Bashir non
sembra aver fretta di ricucire lo strappo con il
Splm.

Finora, nessuno dei problemi che hanno spinto il
Splm a sospendere la propria partecipazione al governo è stato affrontato: gli ex-ribelli,
che ora rappresentano le popolazioni meridionali del Sudan, lamentano la mancata
demarcazione dei confini tra il nord e il sud, il ritardo nel pagamento delle
quote derivanti dallo sfruttamento petrolifero (diviso a metà tra le due parti),
la non definizione dello status del territorio di Abyei, ricco di risorse petrolifere
e ancora conteso, il mancato ritiro dal sud dei contingenti militari e il disarmo
delle milizie meridionali, utilizzate da Khartoum durante la guerra civile.
Il presidente al-Bashir, che lunedì si era rifiutato di ricevere una delegazione
del Splm, indirizzandola verso il ministro per gli Affari presidenziali, Bakri Hassan
Saleh, ha reso noto che riceverà gli emissari degli ex-ribelli stasera, dopo due
giorni di attesa. Nonostante la rottura diplomatica, le trattative vanno avanti,
e le parti
avrebbero contattato l'ex-premier, Abed Alier, per fare da mediatore. Alier ha
una grande esperienza nella questione nord-sud, essendo stato nel team dei negoziatori
che, nel 1972, pose fine alla prima guerra civile sudanese.
Intanto, il presidente del sud Sudan e leader del Splm, Salva Kiir, ha ribadito che i suoi uomini non riprenderanno le ostilità, smentendo
così chi ne ventilava la possibilità dopo due anni di pace. Dal punto di vista
militare, tutto tace: nessuna nuova da Abyei, la regione che, negli ultimi mesi,
ha visto un massiccio ammassamento di truppe sia dell'esercito settentrionale
che degli ex-ribelli.
Cattive nuove arrivano invece sul fronte darfurino: il Sudan Liberation Army – Unity, una delle tante fazioni in cui si sono spaccati i ribelli del Sla, ha annunciato che non parteciperà ai colloqui di pace di fine ottobre in Libia,
i quali nelle intenzioni dovrebbero porre fine a un conflitto che ha provocato
almeno 200.000 morti e 2 milioni di profughi in quattro anni e mezzo. Il Sla – Unity non riconosce infatti l'autorità di un governo dimezzato, dove il Splm occupa qualcosa come 18 posti tra ministri e vice. E mentre i ribelli puntano
i piedi e la fazione del Sla facente riferimento al leader storico Mohammed Nur ha già annunciato che non
andrà a Tripoli, il resto dei ribelli si è riunito a Juba, nel Sudan meridionale,
per tentare di unificare le proprie posizioni in vista dei colloqui.
Un'impresa non facile, ma necessaria: negli ultimi mesi, il frazionamento e le
continue dispute tra le fazioni hanno alienato buona parte delle simpatie che
la comunità internazionale aveva verso i ribelli, visti un tempo come i portavoce
delle istanze e sofferenze darfurine contro la prepotenza del governo centrale.
E Khartoum ha avuto gioco facile nel bollare i suoi avversari come inaffidabili.