14/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Muore il premier, ufficiale. I leader degli studenti in carcere. Generali ammutinati e ufficiali che trattano
di gianluca Ursini
 
Mentre scompare un pezzo grosso del regime, il 60enne Soe Win di leucemia, i militari provano a fare sentire di nuovo la voce grossa, arrestando i tre maggiori leader della protesta studentesca; Ma da Mandalay e Tangguyi, maggiori città del centro Birmania, arrivano a DvB (radio dei dissidenti birmani) i segnali dell’ammutinamento: sarebbero 5 generali e 400 soldati semplici gli arrestati per insubordinazione. Divise che si sarebbero rifiutate di sparare sui propri monaci. E diversi ufficiali e sottufficiali in quelle città starebbero trattando con gli studenti una soluzione democratica e pacifica. Intanto l’inviato Onu Ibrahim Gambari tornerà tra 7 giorni nel Myanmar(come dicono i militari), dopo aver sentito i governi di Singapore Malesia Indonesia Cina India Thailandia e Giappone. 
 
repressione a Rangun il 25/9. foto Giovanni VaninettiMorti nascoste La sua morte era stata annunciata dall’opposizione circa due settimane or sono, il lunedì primo di ottobre. Il regime ha confermato solo ieri la morte del primo ministro in carica Soe Win, 59 anni , di leucemia. Un mese fa era morto il suo gemello. Se ne va così il più grande sodale del dittatore Than Shwe, 73 anni e malato di cancro alla prostata. Soe era un ex generale dell'aviazione, sempre pronto a reprimere con la violenza le proteste, come aveva fatto nel marzo 2003 con Aung San Suu Kii, che aveva provato a uscire di casa per andare a una manifestazione di sostenitori della democrazia a Mandalay. Aveva sostituito nel 2004 l’allora premier Khin Nyunt, ex capo dei servizi segreti, accusato di provare a trovare accordi sottobanco con l’opposizione, per una transizione democratica.
 
Arresti ritardati E il regime prova a dare sfoggio di forza, come ha fatto sabato 13 ottobre, arrestando i tre maggiori capi del movimento studentesco del 1988; Htay Kywe, Thin Thin Aye e Aung Htoo erano le figure di spicco della ribellione del 1988, ma erano stati tra i leader più seguiti anche nelle proteste dei giorni scorsi. L'associazione Amnesty International informa che avevano guidato fino  a fine agosto le manifestazioni di protesta, e da allora si trovavano in latitanza, finché sabato non sono stati scoperti  "Adesso si teme per le loro condizioni di salute, c'è il rischio concreto che subiscano delle torture", recita il comunicato ufficiale della Ong.
 
repressione a Rangun il 25/9. foto Giovanni VaninettiTradimento! Secondo una fonte dissidente all’interno dell’esercito birmano, al momento risultano arrestati 5 alti generali e 400 soldati per ammutinamento, in seguito alle proteste delle scorse settimane. Lo riporta il quotidiano indonesiano Jakarta Post. I soldati sarebbero un intero battaglione della caserma di Sikai, vicino Mandalay, che si sarebbero rifiutati di sparare sui monaci nei giorni del 25 e 26 settembre. Anche i generali dovrebbero essere quelli al comando della Divisione 33 di stanza nella città sacra birmana, che si rifiutarono di sparare sui religiosi, ma queste notizie “sono da verificare” informano da Democratic Voice of Burma, voce dei dissidenti in esilio. “Per noi sono gli esseri più sacri al mondo. Colpirli è il più grande dei peccati” ha riferito un militare sotto condizione di anonimato a una fonte di PeaceReporter. Il regime ha fatto sapere di aver rilasciato 1.600 dei 2.700 monaci arrestati tra il 25 e il 26 settembre. “Molti sono però in questi giorni gli ufficiali di rango intermedio che stanno contattando a Mandalay e Tangguyi (importanti città del Centro Birmania) i maggiori leader della rivolta per cercare una soluzione verso la transizione democratica” dicono a PeaceReporter dalla Birmania. “Nei prossimi giorni la situazione avrà molti sviluppi interessanti”.
 
L’inviato inutile ci riprova In questo scenario incerto, l’uomo delle Nazioni Unite, l’ex generale nigeriano Ibrahim Gamabari, ci riprova. E’ partito per Singapore, da dove partirà per visitare anche tutti i maggiori vicini e potenze influenti dell’area: Malesia Indonesia Giappone Cina e India. Forse a discutere di eventuali sanzioni contro il brutale regime militare. Forse a provare ad offrire una via d’uscita onorevole ai generali che non crei nuovi disordini nel Paese. Forse riuscirà a rendersi utile, al contrario dell’ultima volta
 

Gianluca Ursini

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