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“Guardi qui, signore: solo tre pezzi di pesce sotto sale da dividere in dieci
persone”. Mariani, una sopravvissuta indonesiana di Aceh, ha patito la fame per
giorni. Ora deve accontentarsi di qualche boccone, sapendo di essere anche fortunata
rispetto ad altri. “Le regole di razionamento infatti prevedono che un pesce basti
per cinque persone e una tazza di riso per sette”, spiega l’imam Ismail, 51 anni,
ora addetto alla distribuzione del cibo nel campo profughi di Lhokseumawe, nel
nord della provincia. “Come facciamo a sopravvivere, a non ammalarci mangiando
così poco! E’ ridicolo!”, protesta Mariani. “Molti sono estremamente deboli, e
se non mangiano si ammaleranno e moriranno nel giro di pochi giorni”, dice Sya'dan,
una profuga di 30 anni. Abdullah, quarantenne responsabile del campo, spiega che
il cibo disponibile basta per qualche migliaio di persone, mentre dai villaggi
distrutti del distretto di Blang Mangat sono arrivati qui almeno 50 mila profughi,
sistemati in ospedali, scuole, moschee, ma soprattutto in tendopoli.
Il rischio di epidemie di colera è altissimo, soprattutto a causa dell’acqua
infettata dai cadaveri che giacciono ancora ovunque.
Forse 80 mila morti solo qui. La situazione nella provincia indonesiana di Aceh è forse la più drammatica
nel catastrofico panorama del sud-est asiatico sconvolto dal maremoto. Michael
Elmquist, coordinatore dell’ufficio umanitario dell’Onu in Indonesia, ha dichiarato
ieri che “solo in Aceh (una provincia grande due volte la Sicilia e abitata da
4 milioni di persone, ndr) il numero dei morti alla fine potrà salire addirittura
a ottantamila. Questo perché solo qui, contrariamente a tutti gli altri paesi
colpiti, oltre al maremoto si è sentito il tremendo terremoto, il cui epicentro
era a soli 150 chilometri al largo di queste coste. Secondo le informazioni in
nostro possesso – ha detto Elmquist – solo nella cittadina di Meulaboh si contano
40 mila morti”.Meulaboh, povero centro costiero abitato da pescatori di religione musulmana,
è il centro abitato più vicino all’epicentro del sisma. Qui lo squasso del terremoto
ha raso a terra la città, e subito dopo, sulle macerie, si sono abbattute le mostruose
onde anomale del maremoto.Onde che hanno trasformato anche Banda Aceh, la capitale provinciale, in una
città fantasma, una distesa di fango e detriti di ogni genere. L’unico movimento
è quello delle persone disperate che vagano in cerca dei loro cari e quello dei
mezzi che portano via i cadaveri in sacchi di plastica arancione, che ancora giacciono
a centinaia per le strade. Molti sono stati raccolti nella famosa moschea di Baitur
Rahman.
Nella tragedia, una speranza di pace. La drammatica situazione di Aceh non può essere spiegata senza ricordare che
quella provincia è un territorio di guerra su cui vige da due anni la legge marziale.
Qui dal 1976, dopo la scoperta di enormi giacimenti di petrolio sfruttati oggi
dalla Exxon-Mobil, il vecchio conflitto tra indipendentisti musulmani e governo
indonesiano è riesploso con una violenza inaudita. Negli scontri tra le forze
speciali di Jakarta e i guerriglieri del Movimento Aceh Libero, noto con la sigla
‘Gam’, sono morte ufficialmente 15 mila persone. Ma stime indipendenti parlano
di decine di migliaia di morti, soprattutto tra i civili, vittime collaterali
delle azioni militari dell’esercito contro i villaggi della zona controllata dai
ribelli. Senza contare le esecuzioni di massa, i saccheggi, le torture e gli stupri
perpetrati dai militari secondo molte organizzazioni umanitarie. Misfatti cresciuti
a dismisura da quando, nel 2003, il governo ha proclamato la legge marziale affidando
tutti i poteri locali all’esercito. Aceh, prima del terremoto, era un territorio isolato dal mondo, in cui nessuno
straniero, nessun giornalista, nessun operatore umanitario poteva entrare senza
uno speciale permesso delle autorità militari governative. Una situazione perdurata
fino all’altro ieri, quando il governo ha accettato di consentire il libero accesso
alla provincia dei soccorritori internazionali e della stampa straniera. Lo stesso
giorno,
Malik Mahmud, leader dei guerriglieri del Gam, ha proclamato una tregua unilaterale
nei combattimenti per facilitare le operazioni di soccorso. Una tregua che sembra
rispettata anche dalle forze di sicurezza governative. “Abbiamo smesso di dare
la caccia ai ribelli”, ha detto il colonnello Ali Tarunajaya a un giornale locale.
“Loro stanno cercando i loro familiari dispersi, esattamente come stiamo facendo
noi militari. Stiamo piangendo tutti insieme”.
Enrico Piovesana