30/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Aceh, l'epicentro del sisma. Davanti alla tragedia anche la guerra si ferma

Una donna davanti alla moschea di Banda Aceh“Guardi qui, signore: solo tre pezzi di pesce sotto sale da dividere in dieci persone”. Mariani, una sopravvissuta indonesiana di Aceh, ha patito la fame per giorni. Ora deve accontentarsi di qualche boccone, sapendo di essere anche fortunata rispetto ad altri. “Le regole di razionamento infatti prevedono che un pesce basti per cinque persone e una tazza di riso per sette”, spiega l’imam Ismail, 51 anni, ora addetto alla distribuzione del cibo nel campo profughi di Lhokseumawe, nel nord della provincia. “Come facciamo a sopravvivere, a non ammalarci mangiando così poco! E’ ridicolo!”, protesta Mariani. “Molti sono estremamente deboli, e se non mangiano si ammaleranno e moriranno nel giro di pochi giorni”, dice Sya'dan, una profuga di 30 anni. Abdullah, quarantenne responsabile del campo, spiega che il cibo disponibile basta per qualche migliaio di persone, mentre dai villaggi distrutti del distretto di Blang Mangat sono arrivati qui almeno 50 mila profughi, sistemati in ospedali, scuole, moschee, ma soprattutto in tendopoli.
Il rischio di epidemie di colera è altissimo, soprattutto a causa dell’acqua infettata dai cadaveri che giacciono ancora ovunque.


Obitorio all'aperto a Banda AcehForse 80 mila morti solo qui. La situazione nella provincia indonesiana di Aceh è forse la più drammatica nel catastrofico panorama del sud-est asiatico sconvolto dal maremoto. Michael Elmquist, coordinatore dell’ufficio umanitario dell’Onu in Indonesia, ha dichiarato ieri che “solo in Aceh (una provincia grande due volte la Sicilia e abitata da 4 milioni di persone, ndr) il numero dei morti alla fine potrà salire addirittura a ottantamila. Questo perché solo qui, contrariamente a tutti gli altri paesi colpiti, oltre al maremoto si è sentito il tremendo terremoto, il cui epicentro era a soli 150 chilometri al largo di queste coste. Secondo le informazioni in nostro possesso – ha detto Elmquist – solo nella cittadina di Meulaboh si contano 40 mila morti”.
Meulaboh, povero centro costiero abitato da pescatori di religione musulmana, è il centro abitato più vicino all’epicentro del sisma. Qui lo squasso del terremoto ha raso a terra la città, e subito dopo, sulle macerie, si sono abbattute le mostruose onde anomale del maremoto.
Onde che hanno trasformato anche Banda Aceh, la capitale provinciale, in una città fantasma, una distesa di fango e detriti di ogni genere. L’unico movimento è quello delle persone disperate che vagano in cerca dei loro cari e quello dei mezzi che portano via i cadaveri in sacchi di plastica arancione, che ancora giacciono a centinaia per le strade. Molti sono stati raccolti nella famosa moschea di Baitur Rahman.

Un padre ha trovato suo figlio, mortoNella tragedia, una speranza di pace. La drammatica situazione di Aceh non può essere spiegata senza ricordare che quella provincia è un territorio di guerra su cui vige da due anni la legge marziale. Qui dal 1976, dopo la scoperta di enormi giacimenti di petrolio sfruttati oggi dalla Exxon-Mobil, il vecchio conflitto tra indipendentisti musulmani e governo indonesiano è riesploso con una violenza inaudita. Negli scontri tra le forze speciali di Jakarta e i guerriglieri del Movimento Aceh Libero, noto con la sigla ‘Gam’, sono morte ufficialmente 15 mila persone. Ma stime indipendenti parlano di decine di migliaia di morti, soprattutto tra i civili, vittime collaterali delle azioni militari dell’esercito contro i villaggi della zona controllata dai ribelli. Senza contare le esecuzioni di massa, i saccheggi, le torture e gli stupri perpetrati dai militari secondo molte organizzazioni umanitarie. Misfatti cresciuti a dismisura da quando, nel 2003, il governo ha proclamato la legge marziale affidando tutti i poteri locali all’esercito.  Aceh, prima del terremoto, era un territorio isolato dal mondo, in cui nessuno straniero, nessun giornalista, nessun operatore umanitario poteva entrare senza uno speciale permesso delle autorità militari governative. Una situazione perdurata fino all’altro ieri, quando il governo ha accettato di consentire il libero accesso alla provincia dei soccorritori internazionali e della stampa straniera. Lo stesso giorno, Mappa (Bbc)Malik Mahmud, leader dei guerriglieri del Gam, ha proclamato una tregua unilaterale nei combattimenti per facilitare le operazioni di soccorso. Una tregua che sembra rispettata anche dalle forze di sicurezza governative. “Abbiamo smesso di dare la caccia ai ribelli”, ha detto il colonnello Ali Tarunajaya a un giornale locale. “Loro stanno cercando i loro familiari dispersi, esattamente come stiamo facendo noi militari. Stiamo piangendo tutti insieme”.
Molti si augurano che questa catastrofe naturale abbia almeno l’effetto di porre fine a questa guerra, dopo aver mostrato che di fronte alla natura non esistono più amici e nemici, ma solo uomini che piangono alla stessa maniera.
 

Enrico Piovesana

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