12/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



I rappresentanti indigeni di tutto il mondo in Bolivia per un cammino di lotta comune
I dirigenti di un migliaio di popolazioni indigene di 12 paesi del mondo, dall'America alla Nuova Zelanda, passando per l'Alaska e gli Usa, si sono incontrati nell'amena cittadina boliviana di Tiwanaku, nei pressi di La Paz, per celebrare la decisione delle Nazioni Unite di riconoscere il diritto dei nativi all'autodeterminazione, all'autogoverno e all'uso dei territori ancestrali. Si tratta della Dichiarazione sui diritti dei popoli indigeni, approvata lo scorso settembre, nonostante il voto contrario di Stati Uniti, Nuova Zelanda, Australia e Canada.

Rigoberta MenchùMille colori. Scegliendo una data che ruota intorno al giorno-simbolo dei soprusi compiuti su tutti gli indigeni del continente americano, ossia il 12 ottobre, giorno in cui, 515 anni fa, Cristoforo Colombò attraccò nell'isola caraibica che da allora prese il nome di San Salvador, i leader in abiti tradizionali hanno partecipato a una cerimonia religiosa e a una festa dai mille colori alle quali hanno assistito sia il presidente e padrone di casa Evo Morales, sia il premio Nobel per la Pace, la guatemalteca quiché Rigoberta Menchú.
Per popoli abituati al rispetto della natura e che possiedono un profondo senso religioso, si è trattato della maniera ideale, l'unica possibile per le loro culture, di inaugurare una vera e propria campagna affinché tutti i paesi a presenza indigena includano nelle singole legislazioni nazionali la Dichiarazione Onu, indispensabile affinché secoli di soprusi, discriminazioni e razzismi siano capitoli chiusi.

Evo MoralesSulle orme dei Sarayaku. “E' un diritto che riafferma il principio di consenso”, ossia il diritto dei popoli a poter decidere del destino delle proprie terre e di poter disporre delle ricchezze che nascono sopra e sotto il loro territorio, ha spiegato a El Pais la Segretaria del forum sulle questioni indigene dell'Onu, Miriam Masaquiza. Autodeterminazione, dunque, autogoverno, uso esclusivo dei beni della terra e diritto a elaborare strategie proprio per lo sviluppo del territorio. È quanto, secondo Masaquiza, stanno facendo con ottimi risultati i Sarayaku in Ecuador. Scioccati da quanto accaduto agli Shuar, che a causa dello sfruttamento petrolifero del loro mondo sono rimasti senza petrolio (per la cultura nativa linfa vitale della terra), senza acqua e con l'ambiente contaminato, i Sarayaku hanno impedito con ogni mezzo i pozzi petroliferi.

Uomo comancheCon Morales. In una tavola rotonda alquanto impegnativa, che vedrà impegnati i rappresentanti fino a venerdì, la linea è arrivare a ottenere il totale controllo dei loro stati negli stati. Ed è così che è arrivata la promessa dell'Aymara Evo Morales, ormai considerato leader mondiale dei popoli originari: il congresso boliviano sarà il primo a ratificare la dichiarazione Onu. Quindi, il suo invito a iniziare “una nuova lotta” affinché questo documento sia “applicato a tutti gli Stati” del mundo. È stata quindi la volta di Rigoberta Menchú, che ha lodato il lungo e doloroso cammino intrapreso 25 anni fa in tutti quegli Stati che ancora si rifiutavano di riconoscere l'esistenza dei popoli nativi, sottolineando come “anche oggi, molti paesi obiettano concetti quali popolo indigeno o libera determinazione”. Quindi un po' di autocritica: “Se non saremo noi ad avere dignità e a rinforzare i nostri idiomi, nessuna dichiarazione universale si trasformerà in fatti”. Quindi l'idea della Masaquiza di iniziare un processo che culmini con una Cumbre Mundial de Pueblos Indigenas che ratifichi un piano politico e sociale per i 400 milioni di indigeni del mondo intero.
 

Stella Spinelli

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