Il premio Nansen 2007 per la tutela dei rifugiati assegnato all'avvocato maltese Katrine Camilleri
Il premio Nansen viene conferito ogni
anno a una persona o un'organizzazione che si siano distinte per il
loro eccezionale lavoro in favore dei rifugiati. Il premio, gestito
dalla Commissione Nansen dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite
per i Rifugiati (Acnur), è dedicato alla memoria di Fridtjof
Nansen, diplomatico norvegese che s'impegnò (vincendo il
premio Nobel per la Pace nel 1922) per la protezione dei rifugiati
russi in fuga dalla rivoluzione, dopo la Prima Guerra mondiale, per i
quali inventò il cosiddetto 'passaporto Nansen', primo
documento di tutela per i rifugiati all'estero. Per il 2007, il
premio è stato conferito all'avvocato Katrine Camilleri, 37
anni, legale della sede di Malta dell'organizzazione Jesuit
Refugee Service (Jrs).
"Katrine Camilleri ha svolto
coraggiosamente la propria attività per proteggere rifugiati e
richiedenti asilo. La dottoressa Camilleri e il Jrs svolgono un
compito di primissimo piano nell'aiutare l'Acnur a conseguire il
traguardo di affiancare i vari governi nell'opera di identificazione
dei migranti coinvolti in movimenti migratori e nell'impegno di
rispondere ai loro bisogni", recita la motivazione del Premio.
PeaceReporter ha intervistato la dottoressa Camilleri.
Come ha accolto la notizia del
conferimento del premio Nansen?
Come un grande onore per me, ma più
di tutto come un premio da condividere insieme all’associazione
nella quale lavoro. Ognuno di noi si impegna, dando il proprio
contributo, per raggiungere lo stesso obbiettivo. Questo premio poi è
particolarmente significativo per un paese come Malta, perché
qui molto spesso il nostro lavoro non viene capito e viene guardato
con sospetto.
Com’è la situazione per i
rifugiati a Malta?
Ci sono stati casi di richiedenti asilo
detenuti per più di un anno, soltanto nell’attesa di avere
un colloquio e di essere ascoltati. Poi vengono rilasciati, e inizia
l’attesa del responso per l’ottenimento dello status di
rifugiato. Da quel momento possono ancora trascorrere dieci mesi. Di
solito su 2mila richiedenti asilo, solo l’8 percento riesce a
ottenere lo status di rifugiato.
La difficoltà più grande
da superare è l’impossibilità di portare le proprie
famiglie con sé, e quindi mantenere i legami parentali. Le
famiglie d’origine vivono spesso in condizioni disagiate e
pericolose. Alcuni cercano di tornare a casa, nel paese d’origine,
ma spesso vengono respinti. I rifugiati vorrebbero ricongiungersi con
le mogli e i figli ma non possono, è una situazione molto
difficile da risolvere
Percepisce una pericolosa confusione
tra migranti illegali e rifugiati a Malta o in altri stati europei?
Effettivamente si fa confusione tra
queste due categorie di persone. A Malta arrivano numerosi gruppi di
migranti, tra i quali è difficile distinguere coloro che sono
arrivati come immigrati irregolari da quelli che invece sono giunti
coscientemente a Malta, con il proposito di ottenere protezione
perché ne hanno bisogno. Il problema è che queste
persone arrivano tutte insieme, mischiate, e ricevono fin da subito
lo stesso trattamento. Per esempio vengono detenuti insieme, e
subiscono le stesse procedure, senza considerare l’eventualità
che tra loro ci siano casi particolari di rifugiati.
Come giudica, in questo momento
storico, la cultura dell’accoglienza per i rifugiati in Europa?
Innanzitutto bisogna dire che ogni
paese europeo presenta una situazione particolare e gestisce la
questione in modo diverso. Ma, ad ogni modo, ovunque si sta cercando
di applicare le leggi sulla protezione. Per quanto riguarda Malta,
quelli che arrivano nel nostro paese hanno fiducia e sanno che
verranno applicate le regole sulla protezione. Ma non sanno che al
loro arrivo saranno detenuti. Ci sono casi in cui queste persone
devono attendere dodici mesi o anche di più, diciotto mesi,
nel caso dei richiedenti ai quali viene respinta la richiesta.
Si tratta di una sfida per ognuno di
noi e per tutti gli stati europei che si trovano a fronteggiare
questo problema. È necessario che tutti combattiamo insieme
per raggiungere l’obbiettivo comune di garantire a chi ne ha
bisogno una cultura dell'accoglienza e della protezione..
Prima ha detto che a Malta non tutti
colgono il significato del lavoro suo e del Jrs. Nel 2006 è
stata vittima di due attentati incendiari, contro la sua auto e la
sua casa. E' così pericoloso fare il suo lavoro a Malta?
Continuo a non ritenere quell'episodio
un attentato contro la mia persona, ma un attacco all’attività
che svolgo per la difesa dei diritti umani e al lavoro del Jrs.
Questo premio rappresenta un tributo a tutti coloro che svolgono un
lavoro ingrato e difficile, persino rischioso, per aiutare le persone
in difficoltà. Spero che questo premio serva ad attirare
l'attenzione sulla sofferenza che provoca la detenzione di migliaia
di innocenti qui a Malta e altrove.