Una collega della Politkovskaya analizza l'omicidio alla luce della 'svolta' nelle indagini

Una settimana fa ricorreva il primo anniversario della morte di Anna Politkovskaya,
giornalista russa uccisa a colpi d'arma da fuoco nell'atrio di casa sua il 7 ottobre
2006. Quarantottenne, madre di due figli, rischiò spesso la vita per svelare gli
intrighi di potere della mafia russa e raccontare gli abusi perpetrati dalle forze
di sicurezza in Cecenia. Sul suo omicidio, che ha sollevato un'ondata di proteste
in tutto il mondo per l'ennesimo attentato alla libertà di stampa nel Paese (nel
2004 fu assassinato Paul Klebnikov, dell'edizione russa di 'Forbes') sta indagando la
Procura di Mosca. Finora, una decina di uomini appartenenti ai servizi segreti,
al ministero degli Interni, alla polizia e agli ambienti politici ceceni, sono
stati arrestati. Si conosce il nome del killer, ma non quello del committente.
Mentre alcuni additano Putin come 'mandante politico', altri tirano in ballo la
criminalità cecena e l'oligarca in esilio a Londra Berezovsky. Ma la verità sul
caso è ancora lontana, come racconta a
PeaceReporter una collega di Anna, Julia Latynina, come lei giornalista investigativa e commentatrice
politica nello stesso giornale, la
Novaya Gazeta.
Latynina, cosa le ha lasciato Anna Politkovskaya?
Il suo lavoro. Le sue inchieste. I suoi libri. Il suo coraggio.
Chi l'ha uccisa, secondo lei?
A chi mi fa queste domande, io suggerisco sempre cautela. Non è possibile individuare
un responsabile unico. Andiamo per gradi. All'inizio si pensava che il caso non
sarebbe mai arrivato a una conclusione. Che non si sarebbe individuato il colpevole,
o almeno il terminale di quello che si è rivelato un meccanismo molto più perverso
di quello che si pensava. Il magistrato nominato dal Procuratore generale Yuri
Chaika, Petros Garibyan, è un uomo di provata professionalità e competenza. Ha
risolto parte del caso individuando gli assassini materiali di Anna. Abbiamo alcuni
importanti dettagli, che possono permetterci di disegnare un quadro d'insieme.
Gli investigatori hanno trovato l'auto che il killer ha condotto fino alla casa
di Anna. Sappiamo che l'auto non è stata distrutta, e questo forse è un indizio
di scarsa professionalità, o di povertà di mezzi a sua disposizione. Sappiamo
che prima dell'omicidio, il colonnello dell'Fsb (l'ex Kgb) Pavel Ryaguzov, che
ha profondi e consolidati legami con gli ambienti ceceni, ha trasmesso l'indirizzo
di Anna, contenuto nel database dei servizi segreti, a uno dei parenti di Shamil
Burayev, uno dei 10 indagati. Questi è l'ex comandante del distretto di Achkoi-Martan,
in Cecenia, candidato alla presidenza nel 2003 e molto leale ai federali e a Mosca.
Burayev è stato colui che ha agito per conto di Ryaguzov, il suo intermediatore,
l'esecutore di un suo ordine. L'indirizzo di Anna contenuto nei file dell'Fsb si
rivelò però essere vecchio, e il killer, o i killer, dato che il magistrato parla
di numerose persone, dovettero pedinare Anna per qualche tempo per capire dove
abitava. Il Procuratore Chaika, nella sua esposizione, ha detto che vi erano due
squadre 'di sorveglianza'. Una seguiva la giornalista, l'altra monitorava le azioni
della prima. La mia prima domanda è: sarebbe stato così difficile, per i fratelli
Makhmudov (gli altri due arrestati con l'accusa di omicidio, ndr) scoprire l'indirizzo di Anna?
Come avrebbero potuto farlo? Nessuno, a parte qualche collega, lo conosceva.
Mah, semplicemente scrivendo una lettera al direttore della Novaya Gazeta fingendo di essere un ipotetico Akhmed, ceceno, che vuol raccontare di come
le autorità hanno torturato suo fratello, che so, a Khankala (città cecena dove
furono ritrovate fosse comuni, ndr). Il resto va da sé: si organizza un incontro
in un caffè e, all'uscita, indisturbato, Akhmed segue Anna fino a casa. Due ore
di lavoro nel completo anonimato.
E invece?
Invece, se i killer avevano, come detto, scarsità di mezzi, come si spiega la
presenza di così tante persone? Come possono permettersi i fratelli Makhmudov
mezzi finanziari per pagare pedinatori che costano 100 dollari l'ora? Che necessità
c'era di un secondo gruppo che registrava l'attività del primo? Forse per trasmetterla
ad un superiore? Un delitto che coinvolge un tenente dei servizi e tre agenti
del ministero degli Interni non fa certo onore nemmeno alla Procura generale,
che per bocca di Chaika, poche settimane or sono, ha parlato di una 'svolta' nelle
indagini. Se è questa la svolta, a me vien davvero da ridere.
Chi è il mandante, secondo lei?
Cautela, di nuovo. Dico solo che secondo me, la nomina di un magistrato di provata
esperienza come Garibyan dimostra il reale interesse di Putin a chiudere il caso.
C'è un perché. La conferenza stampa del Procuratore Chaika della settimana scorsa
è stata organizzata per mettere a tacere le voci che circolavano a Mosca e all'estero sui
presunti mandanti. E per far discutere la gente sui 'reali' killer e sui 'reali
nemici della Russia'. La strategia ha funzionato. Credo che Putin conosca il nome
dell'assassino. Ma noi non lo sapremo, almeno fino alla fine del suo mandato.
Credo anche che, se potesse farlo immediatamente, Putin farebbe ricadere la responsabilità
sull'oligarca Berezovsky, o sul boss ceceno del crimine Khoz-Akhmed Nukhayev.
Quindi, Putin non c'entra?
Le rispondo così: ci sono regimi democratici in cui il capo del governo non ordina
l'assassinio dei giornalisti di opposizione. Poi ci sono dittature in cui il capo
del governo ordina tali omicidi. Io non so come chiamare quel regime in cui il
capo del governo mostra un genuino interesse nello scoprire chi ne sia l'autore,
se la mano sinistra del regime o il suo piede destro.
La sua collega era una presenza molto scomoda per il Cremlino: infaticabile fustigatrice
del potere, oppositrice della politica criminale russa in Cecenia, rivelatrice
di numerose violazioni di diritti umani. Cosa possono fare i giornalisti, in Russia,
per onorare il suo ricordo?
Banalmente e molto semplicemente, credo solo che basti fare bene il nostro lavoro.