12/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Una collega della Politkovskaya analizza l'omicidio alla luce della 'svolta' nelle indagini
Anna PolitkovskayaUna settimana fa ricorreva il primo anniversario della morte di Anna Politkovskaya, giornalista russa uccisa a colpi d'arma da fuoco nell'atrio di casa sua il 7 ottobre 2006. Quarantottenne, madre di due figli, rischiò spesso la vita per svelare gli intrighi di potere della mafia russa e raccontare gli abusi perpetrati dalle forze di sicurezza in Cecenia. Sul suo omicidio, che ha sollevato un'ondata di proteste in tutto il mondo per l'ennesimo attentato alla libertà di stampa nel Paese (nel 2004 fu assassinato Paul Klebnikov, dell'edizione russa di 'Forbes') sta indagando la Procura di Mosca. Finora, una decina di uomini appartenenti ai servizi segreti, al ministero degli Interni, alla polizia e agli ambienti politici ceceni, sono stati arrestati. Si conosce il nome del killer, ma non quello del committente. Mentre alcuni additano Putin come 'mandante politico', altri tirano in ballo la criminalità cecena e l'oligarca in esilio a Londra Berezovsky. Ma la verità sul caso è ancora lontana, come racconta a PeaceReporter una collega di Anna, Julia Latynina, come lei giornalista investigativa e commentatrice politica nello stesso giornale, la Novaya Gazeta.
 
Latynina, cosa le ha lasciato Anna Politkovskaya?
Il suo lavoro. Le sue inchieste. I suoi libri. Il suo coraggio.
 
Julia LatyninaChi l'ha uccisa, secondo lei?
A chi mi fa queste domande, io suggerisco sempre cautela. Non è possibile individuare un responsabile unico. Andiamo per gradi. All'inizio si pensava che il caso non sarebbe mai arrivato a una conclusione. Che non si sarebbe individuato il colpevole, o almeno il terminale di quello che si è rivelato un meccanismo molto più perverso di quello che si pensava. Il magistrato nominato dal Procuratore generale Yuri Chaika, Petros Garibyan, è un uomo di provata professionalità e competenza. Ha risolto parte del caso individuando gli assassini materiali di Anna. Abbiamo alcuni importanti dettagli,  che possono permetterci di disegnare un quadro d'insieme. Gli investigatori hanno trovato l'auto che il killer ha condotto fino alla casa di Anna. Sappiamo che l'auto non è stata distrutta, e questo forse è un indizio di scarsa professionalità, o di povertà di mezzi a sua disposizione. Sappiamo che prima dell'omicidio, il colonnello dell'Fsb (l'ex Kgb) Pavel Ryaguzov, che ha profondi e consolidati legami con gli ambienti ceceni, ha trasmesso l'indirizzo di Anna, contenuto nel database dei servizi segreti, a uno dei parenti di Shamil Burayev, uno dei 10 indagati. Questi è l'ex comandante del distretto di Achkoi-Martan, in Cecenia, candidato alla presidenza nel 2003 e molto leale ai federali e a Mosca. Burayev è stato colui che ha agito per conto di Ryaguzov, il suo intermediatore, l'esecutore di un suo ordine. L'indirizzo di Anna contenuto nei file dell'Fsb si rivelò però essere vecchio, e il killer, o i killer, dato che il magistrato parla di numerose persone, dovettero pedinare Anna per qualche tempo per capire dove abitava. Il Procuratore Chaika, nella sua esposizione, ha detto che vi erano due squadre 'di sorveglianza'. Una seguiva la giornalista, l'altra monitorava le azioni della prima. La mia prima domanda è: sarebbe stato così difficile, per i fratelli Makhmudov (gli altri due arrestati con l'accusa di omicidio, ndr) scoprire l'indirizzo di Anna?
 
Come avrebbero potuto farlo? Nessuno, a parte qualche collega, lo conosceva.
Mah, semplicemente scrivendo una lettera al direttore della Novaya Gazeta fingendo di essere un ipotetico Akhmed, ceceno, che vuol raccontare di come le autorità hanno torturato suo fratello, che so, a Khankala (città cecena dove furono ritrovate fosse comuni, ndr). Il resto va da sé: si organizza un incontro in un caffè e, all'uscita, indisturbato, Akhmed segue Anna fino a casa. Due ore di lavoro nel completo anonimato.
 
E invece?
Invece, se i killer avevano, come detto, scarsità di mezzi, come si spiega la presenza di così tante persone? Come possono permettersi i fratelli Makhmudov mezzi finanziari per pagare pedinatori che costano 100 dollari l'ora? Che necessità c'era di un secondo gruppo che registrava l'attività del primo? Forse per trasmetterla ad un superiore? Un delitto che coinvolge un tenente dei servizi e tre agenti del ministero degli Interni non fa certo onore nemmeno alla Procura generale, che per bocca di Chaika, poche settimane or sono, ha parlato di una 'svolta' nelle indagini. Se è questa la svolta, a me vien davvero da ridere.  
 
Forze speciali russe in CeceniaChi è il mandante, secondo lei?
Cautela, di nuovo. Dico solo che secondo me, la nomina di un magistrato di provata esperienza come Garibyan dimostra il reale interesse di Putin a chiudere il caso. C'è un perché. La conferenza stampa del Procuratore Chaika della settimana scorsa è stata organizzata per mettere a tacere le voci che circolavano a Mosca e all'estero sui presunti mandanti. E per far discutere la gente sui 'reali' killer e sui 'reali nemici della Russia'. La strategia ha funzionato. Credo che Putin conosca il nome dell'assassino. Ma noi non lo sapremo, almeno fino alla fine del suo mandato. Credo anche che, se potesse farlo immediatamente, Putin farebbe ricadere la responsabilità sull'oligarca Berezovsky, o sul boss ceceno del crimine Khoz-Akhmed Nukhayev.
 
Quindi, Putin non c'entra?
Le rispondo così: ci sono regimi democratici in cui il capo del governo non ordina l'assassinio dei giornalisti di opposizione. Poi ci sono dittature in cui il capo del governo ordina tali omicidi. Io non so come chiamare quel regime in cui il capo del governo mostra un genuino interesse nello scoprire chi ne sia l'autore, se la mano sinistra del regime o il suo piede destro.

La sua collega era una presenza molto scomoda per il Cremlino: infaticabile fustigatrice del potere, oppositrice della politica criminale russa in Cecenia, rivelatrice di numerose violazioni di diritti umani. Cosa possono fare i giornalisti, in Russia, per onorare il suo ricordo?

Banalmente e molto semplicemente, credo solo che basti fare bene il nostro lavoro.

Luca Galassi

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