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Sembra la trama di un romanzo di spionaggio, o dell’ultimo film di Michael Moore.
Un’isoletta al largo delle coste del Camerun, nelle acque dell’oceano Atlantico.
Una settantina di mercenari provenienti da mezzo mondo. Un dittatore da rovesciare.
Barili di petrolio, per i quali si ordisce una trama clandestina internazionale
che invece di metterci le mani ci cade dentro. L’onda che ne è nata ha travolto
alcuni paesi e personaggi illustri e lambito gli uffici del Pentagono.
Nel marzo di quest’anno le autorità aeroportuali dello Zimbabwe fermano un Boeing
727 che sta per lasciare la capitale Harare. “Aprite il portabagagli e mostrate
i documenti”, dicono annoiati gli agenti, che pochi minuti dopo si ritrovano di
fronte a un arsenale degno dei migliori colpi di stato, oltre a una variegato ventaglio
di nazionalità presenti sull’aereo: sudafricani, tedeschi, britannici, persino
armeni e kazaki. Tra le pagine dei passaporti spiccano nomi illustri di ex agenti
dell’Intelligence britannica, come Simon Mann. Le autorità zimbabweane capiscono
che non si tratta di una gita; i mercenari sostengono di essere diretti nelle
miniere della Repubblica Democratica del Congo, dove faranno le guardie alle miniere
di diamanti. Poche ore dopo le sbarre delle celle del carcere di Harare si chiudono
dietro di loro.
Dopo qualche giorno (la polizia di Robert Mugabe – secondo alcune denunce formulate
dagli stessi mercenari – non ci va leggera), spuntano le prime confessioni, che
parlano di un golpe in Guinea Equatoriale, mirato a rovesciare il presidente-dittatore
Theodore Obiang Nguema. Spunta il nome di un suo eventuale successore, Severo
Moto, leader dell’opposizione esiliato in Spagna.
Comincia a delinearsi un quadro che come tema centrale ha l’oro nero. L’ex colonia
spagnola galleggia su un mare di petrolio che, con la crisi in Medio Oriente e
il conseguente innalzamento dei prezzi, diventa un bene sempre più prezioso.
In agosto le autorità sudafricane bussano alla porta di Mark Thatcher, figlio
di quella Margaret che fu primo ministro della Gran Bretagna. Il cinquantunenne
uomo d’affari è accusato di aver svolto un ruolo nell’operazione e dovrà affrontare
un p rocesso. L’amicizia che lo lega a Simon Mann, nel frattempo condannato a sette
anni di carcere da una corte dello Zimbabwe, non lo aiuta.
Dalla capitale equatoguineana, Malabo, Theodore Obiang Nguema, da venticinque
anni padre padrone del minuscolo paese africano, accusa Inghilterra, Spagna, Sudafrica.
E Stati Uniti.
Il presunto coinvolgimento di questi ultimi nella vicenda, secondo il settimanale
Newsweek, sarebbe comprovato da uno scambio di parole avvenuto in un paio di occasioni
a Washington tra Theresa Whelan, responsabile della sezione per gli affari africani
del Pentagono e Greg Wales, businessman londinese nominato tra i sospetti del
maxi-complotto. I due si sarebbero incontrati poco prima del via alle operazioni
e avrebbero parlato proprio di Guinea Equatoriale.
Wales si è dichiarato estraneo alla faccenda, tuttavia avrebbe ricevuto a più
riprese pagamenti dagli organizzatori del colpo di stato. La Whelan ha smentito
qualsiasi allusione fatta da Whelan sul piano per rovesciare il regime della Guinea
Equatoriale.
Intanto se la passano male i mercenari, divisi tra la prigione di Malabo e quella
di Harare, dove uno di loro è morto per un attacco di malaria celebrale. Ora rischiano
la pena capitale.
Stati Uniti e Gran Bretagna, invece, devono difendersi dalla scomoda accusa di
essere stati la lunga mano che ha fornito un appoggio a un complotto internazionale.
Pablo Trincia