28/09/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Una spy-story tutta africana, o quasi

Mappa della Guinea EquatorialeSembra la trama di un romanzo di spionaggio, o dell’ultimo film di Michael Moore. Un’isoletta al largo delle coste del Camerun, nelle acque dell’oceano Atlantico. Una settantina di mercenari provenienti da mezzo mondo. Un dittatore da rovesciare. Barili di petrolio, per i quali si ordisce una trama clandestina internazionale che invece di metterci le mani ci cade dentro. L’onda che ne è nata ha travolto alcuni paesi e personaggi illustri e lambito gli uffici del Pentagono.

Nel marzo di quest’anno le autorità aeroportuali dello Zimbabwe fermano un Boeing 727 che sta per lasciare la capitale Harare. “Aprite il portabagagli e mostrate i documenti”, dicono annoiati gli agenti, che pochi minuti dopo si ritrovano di fronte  a un arsenale degno dei migliori colpi di stato, oltre a una variegato ventaglio di nazionalità presenti sull’aereo: sudafricani, tedeschi, britannici, persino armeni e kazaki. Tra le pagine dei passaporti spiccano nomi illustri di ex agenti dell’Intelligence britannica, come Simon Mann. Le autorità zimbabweane capiscono che non si tratta di una gita; i mercenari sostengono di essere diretti nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo, dove faranno le guardie alle miniere di diamanti. Poche ore dopo le sbarre delle celle del carcere di Harare si chiudono dietro di loro.

I mercenari sotto processoDopo qualche giorno (la polizia di Robert Mugabe – secondo alcune denunce formulate dagli stessi mercenari – non ci va leggera), spuntano le prime confessioni, che parlano di un golpe in Guinea Equatoriale, mirato a rovesciare il presidente-dittatore Theodore Obiang Nguema. Spunta il nome di un suo eventuale successore, Severo Moto, leader dell’opposizione esiliato in Spagna.
Comincia a delinearsi un quadro che come tema centrale ha l’oro nero. L’ex colonia spagnola galleggia su un mare di petrolio che, con la crisi in Medio Oriente e il conseguente innalzamento dei prezzi, diventa un bene sempre più prezioso.

In agosto le autorità sudafricane bussano alla porta di Mark Thatcher, figlio di quella Margaret che fu primo ministro della Gran Bretagna. Il cinquantunenne uomo d’affari è accusato di aver svolto un ruolo nell’operazione e dovrà affrontare un p rocesso. L’amicizia che lo lega a Simon Mann, nel frattempo condannato a sette anni di carcere da una corte dello Zimbabwe, non lo aiuta. Theodore Obiang Nguema

Dalla capitale equatoguineana, Malabo, Theodore Obiang Nguema, da venticinque anni padre padrone del minuscolo paese africano, accusa Inghilterra, Spagna, Sudafrica. E Stati Uniti.
Il presunto coinvolgimento di questi ultimi nella vicenda, secondo il settimanale Newsweek, sarebbe comprovato da uno scambio di parole avvenuto in un paio di occasioni a Washington tra Theresa Whelan, responsabile della sezione per gli affari africani del Pentagono e Greg Wales, businessman londinese nominato tra i sospetti del maxi-complotto. I due si sarebbero incontrati poco prima del via alle operazioni e avrebbero parlato proprio di Guinea Equatoriale.
Wales si è dichiarato estraneo alla faccenda, tuttavia avrebbe ricevuto a più riprese pagamenti dagli organizzatori del colpo di stato. La Whelan ha smentito qualsiasi allusione fatta da Whelan sul piano per rovesciare il regime della Guinea Equatoriale.

Intanto se la passano male i mercenari, divisi tra la prigione di Malabo e quella di Harare, dove uno di loro è morto per un attacco di malaria celebrale. Ora rischiano la pena capitale.

Stati Uniti e Gran Bretagna, invece, devono difendersi dalla scomoda accusa di essere stati la lunga mano che ha fornito un appoggio a un complotto internazionale.

Pablo Trincia

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