
Stamane, 22 ministri su 33 hanno minacciato di sfiduciare il premier Mohammed
Gedi, il cui governo sembra avere i giorni contati. Il
premier, giunto due giorni fa a Baidoa per colloqui con il
Parlamento, sta per finire nel peggiore dei modi il suo braccio
di ferro con il presidente Abdullahi Yusuf, con il quale è ai ferri
corti da mesi. Difficilmente Gedi riuscirà a
ottenere da Yusuf un nuovo mandato per formare il prossimo governo,
aprendo così la strada a una nuova personalità
politica, due anni dopo l'inizio del processo di transizione.
La resa dei conti tra i due leader somali era prevista e annunciata da giorni.
Gli screzi tra Gedi e Yusuf erano
cominciati a fine settembre, quando il generale Abdullahi Dahir,
vicino al presidente, era stato costretto a dimettersi dopo aver
ordinato l'arresto del capo della corte suprema Yusuf Ali Haru e del
giudice Mohammed Nur, accusati di corruzione. I due sono ritenuti
vicini a Gedi.
La vicenda evidenzia come la classe politica somala
sia divisa al suo interno, con alleanze tra gruppi di interesse e
clan che hanno spesso minato l'unità dell'esecutivo. Un
recente
accordo, siglato dal premier Gedi con i leader storici del
clan degli Hawiye nella capitale Mogadiscio, era stato interpretato
dagli analisti come un modo per rafforzare la sua posizione nei
confronti del presidente. Oltre alle divisioni interne alla sua formazione, Gedi
paga anche le accuse di corruzione all'esecutivo mossegli da alcuni parlamentari,
e gli scarsi successi nel pacificare Mogadiscio. Negli anni scorsi, il premier
era già sopravvissuto a due mozioni di sfiducia, sempre grazie all'appoggio di
Yusuf.
Difficile ora poter prevedere il futuro
scenario politico della Somalia, dilaniata da una guerra civile
che dura dal 1991 e con gli insorti vicini alle ex-Corti islamiche
che continuano a combattere le forze di sicurezza somalo-etiopi.
Ieri, lo stesso Gedi è sopravvissuto a un attacco suicida che
ha provocato la morte di almeno due soldati.