Nonostante voci su una possibile tregua, nell'est del Congo continuano gli scontri
Se qualcuno aveva
ancora fiducia nel processo di pace nell'est della Repubblica
Democratica del Congo, gli avvenimenti degli ultimi giorni hanno
fugato ogni speranza. Da sabato scorso, l'esercito congolese e i
circa 5.000 uomini del generale dissidente Laurent Nkunda sono di
nuovo in guerra. La tregua, raggiunta un mese fa grazie alla
mediazione della Monuc (la missione Onu nel Paese), è già
lettera morta, nonostante il leader dei dissidenti abbia fatto un'apertura nei
confronti del governo nelle ultime ore. Gli scontri hanno costretto alla fuga
mezzo milione
di persone dallo scorso dicembre.

Secondo
l'emittente congolese Radio Okapi, nella sola giornata di martedì,
i morti provocati dai combattimenti sarebbero 85 tra gli uomini di
Nkunda e 16 tra i soldati. Non si hanno, invece, notizie di vittime
civili. Le Forze Armate congolesi starebbero guadagnando terreno
sugli insorti, dopo aver conquistato le località di Karuba e
Muremure, a circa 40 km a sud-est della città di Goma.
Inoltre, l'esercito avrebbe conquistato anche Ngingo, Kisisi e
Nyange, teatro di scontri dallo scorso sabato. Per il momento
“l'offensiva attiva”, lanciata da Nkunda lo scorso lunedì,
non sembra aver portato risultati. La situazione umanitaria, intanto,
peggiora di giorno in giorno e, a causa dei problemi di sicurezza, le organizzazioni
internazionali non riescono a garantire
un'assistenza capillare ai centinaia di migliaia di civili in fuga .
Tanto più
che riportare al tavolo delle trattative le due parti non è impresa facile: dopo
la fine della tregua, dovuta secondo
Nkunda ai continui attacchi delle forze congolesi,
il governo ha reso noto di non voler più trattare con il
generale dissidente, salvo fare marcia indietro oggi. Dopo la perdita della città
chiave di Karuba, infatti, Nkunda si è detto disposto a ritirare i propri uomini
e a riprendere il programma di integrazione dei proprio uomini nell'esercito.
Che l'apertura possa concretizzarsi in un nuovo accordo è tutto da vedere. Intanto,
l'esercito ha imposto a Nkunda di cessare le ostilità entro il 15 ottobre.

Insorti ed esercito si accusano a vicenda di atrocità nei
confronti dei civili, atrocità che comprendono esecuzioni
sommarie, saccheggi e distruzioni di villaggi, mentre gli uomini
della Monuc, 17.000 per tutto il Congo, non riescono a controllare
l'intera regione del Kivu.
Le accuse
reciproche riguardano anche il sostegno esterno ai belligeranti:
mentre Nkunda accusa l'esercito di essere in combutta con le Forces
Democratiques de Liberation du Rwanda, eredi delle milizie Hutu
rifugiatesi nell'est del Congo alla fine del genocidio Tutsi del
1994, il governo ritiene che a sostenere Nkunda siano le autorità
ruandesi, nel cui esercito Nkunda ha combattuto negli anni
precedenti la guerra in Congo.

Le frizioni tra
l'esercito e Nkunda, il quale si è eretto a difensore delle
popolazioni Tutsi congolesi nei confronti delle milizie Hutu,
stanziatesi nel Paese 13 anni fa, risalgono al 2004. In quell'anno,
gli insorti infersero un pesante scacco all'esercito e ai
peacekeepers dell'Onu, occupando la città di Bukavu per
alcuni giorni. Non che, negli anni successivi, le prestazioni
dell'esercito siano migliorate, anzi. Gli uomini di Nkunda hanno più
volte sconfitto i contingenti delle Forze Armate, anche se le
vittorie non sono arrivate senza un costo: sulla testa di Nkunda
pende infatti un mandato di cattura internazionale per crimini contro
l'umanità.
A quattro anni
dalla fine ufficiale della guerra in Congo, che ha provocato 4
milioni di vittime, l'est del Paese rimane ancora terra di nessuno:
il programma di disarmo non ha impedito ad alcune formazioni armate
di rimanere attive, mentre la presenza dello stato è
impalpabile. La guerra, invece, è sempre viva e vegeta.