Diciotto mesi. Tanto tempo è
passato dai primi arresti, nel 2006, del primo gruppo dei 600 eritrei
oggi detenuti nel transit centre di Misratah, in Libia, in
condizioni degradanti e a imminente rischio di espulsione. Grazie
all’associazione eritrea agenzia Habeshia abbiamo parlato
con i migranti, da cui ci arrivano gravi allarmi.
Come nei lager. Le condizioni
del carcere, già descritte altrove, non fanno che peggiorare
con il freddo della stagione. Di notte le temperature scendono ma non
ci sono coperte nelle celle. Alte le preoccupazioni per l’acqua da
bere. Ne vengono distribuiti tre barili al giorno, per 600 persone.
La gente fa a gara per prenderne un po’ appena la portano. Anche
perché dopo poche ore al caldo, diventa imbevibile. Solo la
solidarietà tra i detenuti permette alle circa 100 donne e ai
circa 50 bambini di poter bere. E ancora più grave è la
situazione delle donne incinte. Sono almeno cinque, ci informa la
nostra fonte, di cui tre partoriranno nelle prossime settimane, dopo
che già due bambini sono nati dietro le sbarre nei mesi
passati. Per loro, come per i malati di scabbia, bronchiti e tbc, non
è prevista nessuna assistenza medica. Lo scorso 28 settembre
il centro è stato visitato da una delegazione di autorità.
Per l’occasione gli agenti hanno cucinato riso e pietanze e hanno
dichiarato di trattare bene i detenuti, a cui però non è
stato concesso di rilasciare interviste. L’Unhcr non si vede da tre
settimane. E intanto fonti informate parlano dell’imminente arrivo
di altri 160 eritrei arrestati sulle rotte per Lampedusa.
Caccia all'uomo. Settanta
dovrebbero essere quelli arrestati la notte tra l’8 e il 9 luglio
scorso in una retata della polizia a Zawiyah - una città ad
ovest di Tripoli già balzata agli onori della cronaca per i
pogrom razzisti che nel 2000 costarono la vita ad oltre 500 migranti.
Al momento dell’arresto – denuncia
Amnesty International –
sono stati costretti dagli agenti a spogliarsi per poi essere
ripetutamente colpiti con delle catene di ferro, anche nei giorni
successivi.
Se rimpatriati, rischiano di fare la
fine dei 161 eritrei fucilati nel giugno 2005 (secondo Amnesty
International) per aver disertato le fila dell’esercito
impegnato a difendere la frontiera con l’Etiopia. La maggior parte
di loro sono infatti disertori e potenziali rifugiati politici. A
dire il vero almeno 150 di essi sono già stati riconosciuti
come rifugiati dall’Unhcr, ma nonostante questo rischiano di essere
rimpatriati e ammazzati, in nome degli accordi italo-libici in
materia di contrasto all’immigrazione clandestina.
Il governo eritreo è accusato di
gravi violazioni dei diritti umani da Amnesty International,
Human Rights Watch, Reporters sans Frontières,
Nazioni Unite, oltre che dalla stessa Unione Europea. Nonostante il
patto di non belligeranza firmato congiuntamente da Eritrea ed
Etiopia ad Algeri nel 2000, lo stato di guerra di fatto continua dal
1998. Ragazzi e ragazze, raggiunta la maggiore età, sono
obbligati alla coscrizione militare a tempo indeterminato e i
disertori sono puniti col carcere. Negli ultimi mesi la polizia
eritrea sta procedendo agli arresti, ad Asmara, dei familiari dei
giovani fuggiti dall'esercito. Le famiglie sono costrette a pagare
somme ingenti per evitare il carcere. Vengono inoltre perseguitati
giornalisti, obiettori di coscienza, uomini politici e leader
religiosi.
L'odissea degli eritrei. Una
sorte a cui sono scampati i 2.589 eritrei sbarcati lungo le coste
siciliane nel 2006. Il 12 percento dei 22.016 cittadini stranieri
sbarcati in Italia lo scorso anno, il 20,8 percento dei 10.438
richiedenti asilo dello stesso periodo.
La Libia ha già deportato
eritrei, nel 2006 e prima ancora nel 2004, a più riprese,
anche su un volo pagato dall’Italia. Il 27 agosto 2004 uno degli
aerei venne dirottato dai deportati eritrei a Khartoum, in Sudan. 60
dei 75 passeggeri vennero riconosciuti rifugiati politici dall’Alto
commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. Nel 2002 Malta
rimpatriò 223 eritrei. Oggi sono ancora detenuti nel carcere
di massima sicurezza di Dahlak Kebir, e molti di loro sono stati
uccisi. Qualora il piano del Commissario Ue Franco Frattini
diventasse operativo sin dal 2008, con la partecipazione della Libia
ai pattugliamenti europei di Frontex nel Canale di Sicilia e i
respingimenti in Libia di tutti i migranti intercettati, storie come
questa diventeranno ordinaria amministrazione di diritti negati, e di
abusi tollerati da un'Unione europea che in nome della guerra
all'immigrazione clandestina manderà a morire migliaia di
rifugiati.
Gabriele Del Grande