Non sono pepite, quelle che sognano quando setacciano a mani nude il fangodelle miniere di Lunda Norte: si tratta di diamanti, una delle risorse più importanti
e contese dell’Africa centro-meridionale. Chi trova queste pietre preziose intraprende, spesso a propria
insaputa, una sfida con la sorte che in alcuni casi può portare ricchezza e stabilità economica. O diventare
un incubo.
Sono migliaia i congolesi che ogni anno lasciano case e villaggi per cercare
fortuna oltreconfine, nelle regioni settentrionali dell’Angola. Arrivano dalla capitale Kinshasa, dal Kasai
occidentale, dal Bandundu e dal Katanga, senza un soldo e con un solo obiettivo: stabilirsi in territorio
angolano o tornare in patria con le tasche imbottite dei diamanti. Alcuni si fanno assumere e sottopagare da imprenditori locali. Altri sono costretti
a scegliere sotterfugi clandestini e a ricercare in proprio, con la speranza di tenere per sé il ricavato.
Ai margini del sentiero percorso da questi ultimi si annidano i rischi e le incognite
dell’illegalità: le leggi internazionali e angolane che regolano l’estrazione dei diamanti proibiscono
a chi non ha un’autorizzazione statale di appropriarsi delle gemme preziose e men che meno
di portarle fuori dal Paese per venderle.
Ma in regioni punteggiate da una vegetazione fitta, tra cui la popolazione patisce
fame e miseria, le regole sono difficilmente applicabili. E spesso si materializzano sotto forma di ufficiali
dell’esercito che sventagliano intimazioni di espulsione e rimpatrio immediati.
Dopo decine di chilometri percorsi a piedi fino al confine con la Repubblica
Democratica del Congo (nelle regioni interne di confine non ci sono mezzi di collegamento), i garimpeiros
clandestini devono vedersela con doganieri angolani corrotti e senza scrupoli che – come spesso succede nelle
località di frontiera africane – li sottopongono a un trattamento duro e crudele. Mani irrispettose frugano nelle borse, tra gli indumenti, nelle suole delle scarpe,
arraffando qualsiasi cosa abbia un minimo valore.
I garimpeiros sono costretti ad attese snervanti, mirate a farli rivelare dove
si trovano i diamanti nascosti. Poi, minacciati dalle guardie armate, devono svestirsi e subire una
lunga serie di abusi e violenze: a intimidazioni, minacce, percosse e furti seguono perquisizioni anali e vaginali.
Chi ha passato le frontiere di Kanhungula, Mangangi e Mawangu testimonia di aver visto scene di pestaggi
e stupri di gruppo contro donne povere, malnutrite e indifese.
“Stiamo parlando di zone periferiche, dove non c’è legge, non c’è sicurezza,
non ci sono controlli”, spiega da Kinshasa Alain Decoux, responsabile dell’organizzazione umanitaria Medicins
sans frontieres (Msf) nella Repubblica Democratica del Congo. “Per i pochi occidentali che vi si recano è
come il far west. E per i garimpeiros congolesi che lasciano l’Angola è l’inferno. Lasciano la Rdc in cerca
di lavoro laggiù. Quando i contratti di manovalanza scadono o devono rimpatriare, sono in balia delle autorità.
Non li lasciano andare finché non trovano qualcosa da rubare o arraffare e spartirsi. Decine, centinaia
di perquisizioni anali e vaginali effettuate con lo stesso guanto diventano presto stupri e torture. Non
c’è nessuno a tutelare o ad assistere questi disperati. Sono nelle mani di veri e propri briganti di confine”.
“Oltre a subire queste umiliazioni, il loro problema è che non hanno la possibilità
di tornare a casa”, continua Mike Geyser, un sudafricano che lavora con Msf tra Angola e Congo. “Devono
percorrere centocinquanta chilometri per raggiungere le postazioni di confine tra Angola e Rdc. Arrivano
sfiniti, provati e vulnerabili. Dopo aver subito la litania di soprusi da parte delle guardie devono camminare
per altri novanta chilometri fino a Tembo, la prima città congolese oltreconfine. E lì spesso si fermano in
attesa che passi un camion o un fuoristrada che dia loro un passaggio. Ma spesso le attese possono durare giorni,
settimane. Nel frattempo non hanno dove dormire, magiare, lavarsi. Le malattie sono in agguato, l’assistenza
medica è inadeguata e insufficiente. Il governo congolese non li considera profughi, ma semplici rimpatriati,
e non dà loro alcuna assistenza”.
Attiva sia sul versante congolese che su quello angolano, Msf ha lanciato un’appello
in difesa dei garimpeiros, chiedendo che vengano assistiti e protetti prima di attraversare
il confine e che sia fornito loro un mezzo di trasporto per tornare a casa, una volta in patria.
“La Repubblica Democratica del Congo è ricca di diamanti, ma quelli angolani
sono molto richiesti e rendono di più”, commenta dalla capitale canadese, Ottawa, Ian Smillie, scrittore e ricercatore
per la coalizione Pac(Partnership africa-canada). “Questo spiega perché molti congolesi si recano
in Angola a cercarli. Una volta in patria, se sono riusciti a superare i controlli di frontiera, possono rivenderli
ai gioiellieri e agli imprenditori di Kinshasa, che a loro volta li rivendono in Occidente. Ma nella
Rdc la tassa di esportazione sui diamanti è molto alta. Quindi, se i garimpeiros si prendono il rischio di
attraversare il fiume Congo e arrivare a Brazzaville, capitale della Repubblica del Congo, potranno rivendere
il ricavato delle loro ricerche estenuanti ad un prezzo più conveniente. Laggiù la tassa di esportazione
è quattro volte più bassa”.
Ma molti di loro non riescono nemmeno a superare il confine con l’Angola. Nelle
scorse settimane le autorità, spinte dalle pressioni della compagnia diamantifera nazionale, la Endiama, hanno
fatto rimpatriare oltre 60mila congolesi coinvolti nella ricerca e nel traffico illegale di diamanti.
Molti di loro, ancora scossi per le torture e i furti subiti sul confine, sono
ancora a Tembo, in attesa di un camion che li riporti a casa.
Pablo Trincia