Aldo Pavan, autore di "Birmania, i Sentieri dell'oppio", ci descrive i suoi passaggi birmani, guardato a vista dai militari
di gianluca Ursini
Aldo Pavan, fotoreporter veneto, il migliore dell’anno secondo la rivista ‘GenteViaggi’.
Anche l’ultimo italiano ad aver scattato foto in libertà dentro la Birmania. In
Giappone si celebravano lunedì i funerali del fotografo Kenji Nagai dell’agenzia
Kyodo. Ucciso dai militari birmani giovedì 27 a sangue freddo durante il primo
giorno di attacchi brutali a Rangoon, per fare vedere al mondo cosa stava accadendo
in quel paese. PeaceReporter ha contattato il reporter italiano che ha girato i quattro angoli del paese,
come riportato nel suo libro “Birmania Sui sentieri dell’oppio” (Feltrinelli traveller)
senza fermarsi davanti al set fotografico che il regime fa trovare già pronto
agli stranieri che cercano di penetrare la cortina di fumo imposta dalla dittatura.
Come poteva girare per il Paese, era sotto controllo?
Sono stato una mezza dozzina di volte in Birmania, senza mai chiedere il visto
giornalistico. Ho dovuto una volta richiedere un visto particolare, emanato da
una agenzia economica del governo, per visitare il ‘Ruby land, l’altopiano degli
Shan famoso per le miniere di rubini. In quel caso chi si occupa dello sfruttamento
economico e dell’estrazione delle gemme stabilisce anche chi può entrare nella
regione, perché gli stranieri non possono uscirne portandosi rubini. Appena arrivato
ho trovato ad aspettarmi una coppia di signori che per tutti i giorni successivi,
dandosi il cambio, mi ha controllato a stretta vista, perfino dormendo nella stanza
affianco la mia, all’erta nel caso decidessi di uscire nel pieno della notte.
Si sono presentati come le mie guide, perché la società che mi aveva rilasciato
il visto mi aveva anche fatto da agenzia viaggi. Con loro, su di una jeep governativa,
ho attraversato tutti i posti di blocco che isolano le miniere e attraverso i
quali da giornalista non sarei riuscito a passare
Una visione che ha scosso la sua coscienza ambientalista..
Un intero altopiano, per almeno 50 chilometri, traforato, rovinato da un susseguirsi
di miniere di rubini a cielo aperto. Oppure le cose peggiori sono quando i minatori
vanno in profondità: scavano fino a 40 metri. Un pozzo qualsiasi, senza nessuna
protezione. Vanno giù con una carrucola. Per non parlare delle condizioni dei
lavoratori. Lì sono riuscito a sfuggire al controllo dei miei accompagnatori e
parlare liberamente per pochi minuti con questi uomini, che occupano il gradino
più basso della società birmana, quelli che non hanno più niente da perdere. Ma
i miei finti agenti di viaggio hanno impedito che fotografassi le capanne lercie
dove li costringevano a dormire in camerate di letti a castelli addossate l’una
all’altra, dopo che si erano accollati turni da 12 ore e avevano mangiato appena
una ciotola di riso scotto..
.. tutto finisce in mano ai generali..
..o meglio ai cinesi, che hanno ottenuto la concessione per lo sfruttamento dei
metalli. Come ogni altra attività economica in Birmania. Ovunque io sia andato,
dallo stato Karen al Triangolo d’Oro al confine con Laos e Thailandia, ho sempre
visto tutto in mano ai cinesi.. tranne il traffico d’oppio, ancora saldamente
in mano ai generali. La rete dei loro interessi è tale che io sono scettico sulla
possibilità che lascino il potere, perché perderebbero la rete di business che
hanno costruito in questi anni, legali o illegali, che crollerebbe se non avessero
più il potere
Chi ha in mano il traffico dell’oppio?
L’etnia Wa nell’oriente del Paese ha in mano il passaggio del grezzo in Thailandia
e in Cina. So che vicino il Triangolo d’Oro è nata – chiaramente una notizia tutta
da verificare – una intera nuova città sotto il controllo Wa, dove si vive solo
del traffico d’oppio, vicino il confine Thailandese. Adesso il loro prossimo business
sarà provare a raffinare in proprio il coltivato per ottenere l’eroina. L’arrivo
dei mercanti cinesi di oppio ha sconvolta la vita di città come Mong La, più a
nord, che adesso vivono solo del traffico dei cinesi che arrivano solo per comprare
la droga, o procurarsi prostitute o giocare d’azzardo. Una economia parallela
che finisce per ingrossare anche le tasche dei generali