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Ipocrisia e falsità. "L'intento della Giunta - secondo quanto riferisce Moe Aye, un giornalista del
'Democratic Voice of Burma' - è di offrire l'impressione di accondiscendere alle
richieste intoltrate dall'inviato Onu Ibrahim Gambari durante la sua visita".
Tra queste, vi era appunto quella di scegliere un mediatore per eventuali, futuri
colloqui con il Premio Nobel per la Pace. Il giornalista di Dvb smorza ogni entusiasmo
circa una possibile strada verso la distensione: "Se si conoscesse la storia del
nostro Paese - ha spiegato - si saprebbe che in numerose occasioni la Giunta ha
avuto un cosiddetto 'mediatore' per 'dialogare' con la San Suu Kyi. E in ciascuna
di queste circostanze, nell'arco di almeno dieci anni, non si è verificato nessuno
sviluppo. Nessuna mediazione. Nessun dialogo".
Il doppio volto del regime. Indignazione, più che scetticismo, ha provocato anche l'ultimo stratagemma propagandistico
della Giunta guidata dal generale Than Shwe, che ieri ha pubblicizzato con grande
risalto le azioni 'caritatevoli' del governo nei confronti dei monaci buddhisti
di Rangoon: il quotidiano di regime 'New Light of Myanmar' ha reso noto che migliaia
di dollari, cibo e medicinali sarebbero stati donati ad alcuni monasteri della
capitale nel tentativo di riguadagnarsi il favore dei religiosi, in prima linea
nelle manifestazioni di protesta brutalmente represse. Secondo il giornale, il
generale Myint Shwe, responsabile del ministero della Difesa, avrebbe distribuito
8 mila dollari in contanti e 'grandi quantità di riso, olio alimentare, dentifricio
e medicinali a 50 pagode nella zona nord di Rangoon'. "Falsità, menzogne che non
fanno che dimostrare quanto subdolo e ipocrita sia il comportamento del governo - spiega Moe Aye. - Da una parte uccidono i monaci che hanno partecipato alle
manifestazioni, li imprigionano, li deportano, li cremano, dall'altra vogliono
invece far credere che li stiano aiutando. Than Shwe sta mentendo non solo alla
comunità internazionale, ma a tutto il popolo birmano".
Attacco all'ambasciata cinese. Il giornalista del Democratic Voice of Burma ha riferito che piccole dimostrazioni
si stanno ancora svolgendo in questi giorni nelle strade di Rangoon. Da Mandalay,
invece, giunge la notizia non confermata di un attacco da parte di sconosciuti
all'ambasciata cinese. Quattro o cinque persone avrebbero raggiunto l'edificio
esplodendo alcuni colpi di arma da fuoco e fuggendo a bordo di motociclette. Il
gesto, nel suo significato simbolico, non è che lo sfogo di un'insofferenza covata
a lungo dai birmani nei confronti degli 'alleati' esteri della Giunta. Secondo
molti, infatti, le pressioni di una comunità internazionale spesso superficiale,
o volontariamente disattenta, dovrebbero spostarsi da Rangoon verso i Paesi confinanti,
primo fra tutti la Cina, vero ago della bilancia di uno scenario geopolitico complesso
come quelo del sud-est asiatico.Luca Galassi