08/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La Giunta nomina un 'mediatore'. Ma per l'opposizione è l'ennesima farsa
La notizia che guadagna oggi le prime pagine dei quotidiani internazionali è la nomina, da parte della Giunta militare birmana, di un intermediario per il 'dialogo' con il Premio Nobel Aung San Suu Kyi, leader del partito di opposizione Nld (National League for Democracy), in carcere da 17 anni, undici dei quali ai domiciliari. Il gesto, interpretato come un'apparente concessione da parte del regime alle pressioni delle Nazioni Unite e della comunità internazionale non comporta, secondo gli analisti politici dell'opposizione, alcuna significativa novità nelle relazioni tra i militari e la San Suu Kyi. La notizia è stata diffusa dalla televisione del regime 'Mrtv': Aung Kyi, ex generale attualmente vice-ministro del Lavoro, sarà l'incaricato del Consiglio per la Pace e lo Sviluppo (come si fa chiamare la Giunta) che dovrà "continuare il rapporto con l'ex leader del partito di opposizione".
 
Soccorsi a un ferito nelle manifestazioni di settembreIpocrisia e falsità. "L'intento della Giunta - secondo quanto riferisce Moe Aye, un giornalista del 'Democratic Voice of Burma' - è di offrire l'impressione di accondiscendere alle richieste intoltrate dall'inviato Onu Ibrahim Gambari durante la sua visita". Tra queste, vi era appunto quella di scegliere un mediatore per eventuali, futuri colloqui con il Premio Nobel per la Pace. Il giornalista di Dvb smorza ogni entusiasmo circa una possibile strada verso la distensione: "Se si conoscesse la storia del nostro Paese - ha spiegato - si saprebbe che in numerose occasioni la Giunta ha avuto un cosiddetto 'mediatore' per 'dialogare' con la San Suu Kyi. E in ciascuna di queste circostanze, nell'arco di almeno dieci anni, non si è verificato nessuno sviluppo. Nessuna mediazione. Nessun dialogo".
 
Le precedenti missioni degli inviati Onu. Per sei anni la leader del Nld ha avuto un 'liaison officer' (l'equivalente di un 'ufficiale di collegamento', trattandosi di un regime militare), il colonnello Than Thun. Questi ha intrattenuto ripetuti colloqui con San Suu Kyi, senza mai raggiungere un accordo che consentisse di superare l'impasse tra le parti. Al fallimento del delegato della Giunta si è accompagnato nel tempo l'insuccesso degli inviati delle Nazioni Unite per il Myanmar, Sergio Pinheiro e Ismail Razali. La visita del primo nella casa dove la San Suu Kyi era agli arresti domiciliari si risolse con un nulla di fatto. Razali, che tentò una difficile mediazione nell'ottobre 2004, abbandonò il suo incarico dopo che la Giunta, l'anno successivo, gli proibì in diverse occasioni di entrare nel Paese.
 
Il commentatore del Democratic Voice of Burma, Moe Aye (foto di Luca Galassi)Il doppio volto del regime. Indignazione, più che scetticismo, ha provocato anche l'ultimo stratagemma propagandistico della Giunta guidata dal generale Than Shwe, che ieri ha pubblicizzato con grande risalto le azioni 'caritatevoli' del governo nei confronti dei monaci buddhisti di Rangoon: il quotidiano di regime 'New Light of Myanmar' ha reso noto che migliaia di dollari, cibo e medicinali sarebbero stati donati ad alcuni monasteri della capitale nel tentativo di riguadagnarsi il favore dei religiosi, in prima linea nelle manifestazioni di protesta brutalmente represse. Secondo il giornale, il generale Myint Shwe, responsabile del ministero della Difesa, avrebbe distribuito 8 mila dollari in contanti e 'grandi quantità di riso, olio alimentare, dentifricio e medicinali a 50 pagode nella zona nord di Rangoon'. "Falsità, menzogne che non fanno che dimostrare quanto subdolo e ipocrita sia il comportamento del governo  - spiega Moe Aye. - Da una parte uccidono i monaci che hanno partecipato alle manifestazioni, li imprigionano, li deportano, li cremano, dall'altra vogliono invece far credere che li stiano aiutando. Than Shwe sta mentendo non solo alla comunità internazionale, ma a tutto il popolo birmano".
 
Bandiera della Repubblica popolare cineseAttacco all'ambasciata cinese. Il giornalista del Democratic Voice of Burma ha riferito che piccole dimostrazioni si stanno ancora svolgendo in questi giorni nelle strade di Rangoon. Da Mandalay, invece, giunge la notizia non confermata di un attacco da parte di sconosciuti all'ambasciata cinese. Quattro o cinque persone avrebbero raggiunto l'edificio esplodendo alcuni colpi di arma da fuoco e fuggendo a bordo di motociclette. Il gesto, nel suo significato simbolico, non è che lo sfogo di un'insofferenza covata a lungo dai birmani nei confronti degli 'alleati' esteri della Giunta. Secondo molti, infatti, le pressioni di una comunità internazionale spesso superficiale, o volontariamente disattenta, dovrebbero spostarsi da Rangoon verso i Paesi confinanti, primo fra tutti la Cina, vero ago della bilancia di uno scenario geopolitico complesso come quelo del sud-est asiatico.

Luca Galassi

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