10/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Ogni anno, in Cabilia, si celebra la cultura berbera. Anche senza l'aiuto di Algeri
dal nostro inviato
Christian Elia
 
Possono esistere due manifesti, che pubblicizzano la stessa iniziativa, ma la chiamano in due modi differenti. In Algeria, quando c'è di mezzo la Cabilia, tutto è possibile. E' così per il festival “Cultura di Montagna – Cultura di Resistenza”, che si tiene in Cabilia ormai da quattro anni, nella seconda metà di luglio.
 
na tassadit, l'artista alla quale era dedicato il festival - foto di stefano barazzettaLotta di sopravvivenza culturale. Il titolo per esteso, però, è visibile solo nelle locandine che si trovano in Cabilia, perché ad Algeri, o altrove in Algeria, il titolo è stato epurato della seconda parte. Ma il senso rimane, e tra le impervie montagne della regione, costellata di boschi lussureggianti, la lingua amazigh, la lingua dei berberi, e le loro tradizioni, ogni anno si dedicano una kermesse, aperta ad artisti e intellettuali stranieri, perché qui resistere non significa chiudersi, ma al contrario contaminarsi e nutrirsi dello scambio reciproco di contributi differenti.
I padri di questa iniziativa sono due: il cabilo di razza Hassan Metref, funzionario del ministero dello Sport e della Gioventù algerina, e Denis Martinez, pittore algerino, figlio di emigranti spagnoli che, al momento dell'indipendenza dell'Algeria, ha scelto la nazionalità d'adozione. Fino a quando, durante gli anni più bui della guerra, ha lasciato il paese per trasferirsi in Francia. Ma non ha mai smesso di lavorare per la terra che ha accolto i suoi genitori.
“L'idea è nata quattro anni fa. Ero deluso dal fatto che una fiera dell'artigianato cabilo, che avveniva ogni anno da dieci anni, fosse morta per mancanza di fondi. Ho incontrato Denis e anche lui voleva organizzare qualcosa, per far rivivere certe tradizioni della Cabilia, un patrimonio culturale immenso che rischiava di andare perduto. Con mezzi scarsi ci siamo inventati il festival”, racconta soddisfatto Hassan, che si guarda attorno, mentre la Casa della Gioventù del villaggio cabilo di Ouahdia, che funge da quartier generale della manifestazione, brulica di giovani indaffarati nel rendersi utili per l'organizzazione. “Sono loro la nostra forza”, racconta l'organizzatore, “il governo centrale non ci aiuta se non in minima parte, e i soldi degli sponsor sono pochi e a volte non arrivano neanche. Tutto funziona grazie all'impegno della collettività, perchè ognuno contribuisce a rendere possibile questo festival, che tramanda la cultura popolare cabila”.
 
una performance artistica all'aperto - foto di stefano barazzettaNon solo Cabilia. E così, nella seconda metà di luglio, i villaggi della Cabilia si animano di mostre fotografiche e di fumetti, laboratori teatrali e concerti, serate di racconti in piazza e proiezioni di documentari. Con la partecipazione di ospiti graditi. Uno su tutti, lo stesso Martinez. Un autentico mattatore: alto e robusto, con un sorriso sornione incastonato in una massa ingovernabile di capelli bianchi come i baffoni. “Arrivo in un posto e studio la gente, entro in contatto con loro e la stora di un luogo”, racconta mentre si prepara per una performance, “solo così riesco a lavorare. Collaborando”. Il programma di giornata prevede un 'intervento artistico', come lo chiama Martinez, in una piscina naturale, formata dal letto di un fiume. Il posto è bellissimo, lo chiamano 'l'antro della strega', per una vecchia leggenda. Martinez, con un attore cabilo, si tolgono le scarpe e si arrotolano i pantaloni entrando in acqua e invitando tutti i presenti a fare lo stesso. Giovani e vecchi, donne e bambini accorrono in massa. Non tutti trovano spazio nello specchio d'acqua, e tutti gli altri si inerpicano su qualsiasi appiglio forniscano le rocce circostanti o sul ponticello che attraversa il fiume. Con i due interpreti entra in scena un gruppo di musicisti gnawa, una confraternita religiosa che suona musiche tradizionali. Con il sottofondo degli strumenti, Denis e compagnia cominciano a recitare stornelli, in francese e in amazigh, che raccontano la vita di tutti i giorni e le storie del passato, attingendo a un bagaglio della tradizione orale che costituisce lo spirito stesso dei cabili, allergici alla tradizione scritta, anche perchè osteggiati nell'uso della lingua dalla maggioranza arabofona del paese.
Ma questo è solo uno degli appuntamenti del festival, che come detto si avvale anche di ospiti stranieri. Come Maurice Chaudiere, un apicoltore francese. “Sono tornato in Algeria solo due anni fa”, racconta quest'uomo minuto, quasi nascondendosi dietro gli occhiali e il cappellino di paglia, “sono andato via nel 1962. Sono uno dei 'pieds- noirs', un colono che si era innamorato di questa terra. Sa, io sono un appassionato di botanica, e studio le piante perché hanno molto da insegnarci. La Francia qui ha sbagliato tutto, perché ha cercato di clonare. La natura rifiuta la clonazione, ma integra gli innesti. Non siamo riusciti a contaminarci in Algeria, ed è andata a finire come sappiamo”. Maurice è legato a questa terra, e coglie l'occasione del festival per scambiare le sue conoscenze con i ragazzi del luogo, ai quali insegna le sue tecniche per allevare le api. Che qui non è un insetto come gli altri.
 
musicisti della tradizione cabila - foto di stefano barazzettaLa simbologia dell'ape. “L'ape è il simbolo della vita. Fino a quando ci saranno le api, l'uomo sopravviverà. E poi le api sono il simbolo di una comunità che tenta di sopravvivere. Come i cabili”. Na Tassadit è una donna di ottanta anni. Un corpicino minuscolo, ma solido come il marmo. E' un'artista, depositaria di una tradizione antichissima. In Cabilia infatti le donne decoravano gli interni delle case, utilizzando una simbologia misteriosa, che ruota attorno alla figura delle api. Un mosaico di segni, patrimonio esclusivo dell'universo femminile, tramandati di madre in figlia, dal quale gli uomini sono esclusi. Per tre giorni interi Na Tassadit è rimasta chiusa con Denis Martinez in una casupola sulla vetta di una montagna. Era una scuola religiosa, poi i francesi, quando hanno conquistato l'altura, ne hanno fatto una torre di guardia, vista la posizione strategica che permette di dominare tutta la valle. Dopo l'indipendenza la costruzione era rimasta abbandonata. “Oggi realizzo un sogno”, racconta Na Tassadit, con le lacrime agli occhi, “ho lottato tanto, da sola, perché questo luogo tornasse a essere un patrimonio comune e non andasse perduto, ma nessuno mi aiutava. Oggi come oggi sono rimasta l'unica a portare avanti la tradizione della decorazione. Poi, da molto lontano, è arrivato questo grande uomo. E oggi sono felice”. L'anziana, avvolta nel suo colorato vestito tradizionale, salta al collo di Denis e assieme ridono spensierati. “L'aspetto più bello”, dice Martinez, “è che molte ragazze giovani del villaggio ci hanno aiutato, contribuendo così a mantenere viva un'usanza importante. All'inizio dell'intervento ho chiesto a tutti di fare un punto sulle pareti dove io e Na Tassadit avremmo lavorato, in modo che ci fosse un contributo anche minimo da parte di ciascuno. Oggi chiudiamo questo intervento, riconsegnando al villaggio un luogo che vive ancora”. Il pittore, mentre i ragazzi del villaggio cantano a cappella canzoni della tradizione cabila, dipinge sulla parete una poesia fatta giungere apposta da Lounis Ait Menguellet, bardo dell'identità della Cabilia, prima che venga servito in un grande recipiente un gustoso cous – cous, preparato da Na Tassadit, come lei stessa tiene a precisare.
 
una scena del carnevale finale - foto di stefano barazzettaUna settimana di resistenza. Per una settimana, a turno, tutti i villaggi ospitano recital di poesia, raduni di cantori di storie della tradizione popolare, ai quali partecipano anche gli ospiti stranieri. Capita così, in una piazzetta piccolissima, illuminata da un cielo stellato, di vedere i clown francesi Paul Schiffer e Michel Terral, giunti per un laboratorio sull'arte di strada, unirsi alle donne cabile che raccontano le storie della tradizione. Contaminazione a parte però, il festival resta dedicato alla cultura e alla vita quotidiana di questo popolo. In un altro villaggio, nella piazza principale, viene allora montato uno schermo dove si proietta un documentario girato intervistando tutti gli anziani del posto che raccontano la storia della comunità. Tra le risate degli spettatori, i dibattiti improvvisati, e le richieste dei più piccoli che premono per vedere la partita di calcio, va in scena una specie di Nuovo Cinema Paradiso, dove tutta la comunità si ritrova attorno a un focolare ideale a raccontarsi storie.
Tutto accade mentre nei boschi circostanti l'esercito da la caccia ai guerriglieri integralisti, che secondo loro si nascondono nella boscaglia. Posti di blocco e incendi appiccati per stanare il nemico. “Noi andiamo avanti”, commenta Hassan, “non ci facciamo fermare da nessuno. Ogni tanto vengono i militari, rompono le scatole sostenendo che gli stranieri non devono uscire la sera, perché potrebbero diventare obiettivo di un rapimento da parte dei 'barbuti'. Ma qui non succede nulla, e sono convinto che sia un modo come un altro del potere di Algeri per ostacolare ogni manifestazione dell'identità cabila. E noi andiamo avanti”. Magari riprendendosi quelle stesse montagne teatro delle operazioni militari, organizzando gite e passeggiate lungo i sentieri contesi tra i miliziani e i soldati di Algeri.
L'evento che chiude il festival è la grande parata per le strade di Ouahdia. Tutti i bambini, con pezzi di stoffa colorati, si sono creati un vestito. I musicisti gnawa suonano all'impazzata mentre cabili e stranieri, uniti nello stesso ballo, si riversano nel teatro cittadino per i saluti finali. Unica nota stonata i poliziotti, con i kalashnikov, che si tengono in disparte mantenendo un contegno serioso. Non disturbano nessuno però, sono tutti troppo impegnati a 'resistere'.

Christian Elia

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