Ogni anno, in Cabilia, si celebra la cultura berbera. Anche senza l'aiuto di Algeri
dal nostro inviato
Christian Elia
Possono
esistere due manifesti, che pubblicizzano la stessa iniziativa, ma la
chiamano in due modi differenti. In Algeria, quando c'è di
mezzo la Cabilia, tutto è possibile. E' così per il
festival “Cultura di Montagna – Cultura di Resistenza”, che si
tiene in Cabilia ormai da quattro anni, nella seconda metà di
luglio.
Lotta di sopravvivenza culturale. Il
titolo per esteso, però, è visibile solo nelle
locandine che si trovano in Cabilia, perché ad Algeri, o
altrove in Algeria, il titolo è stato epurato della seconda
parte. Ma il senso rimane, e tra le impervie montagne della regione,
costellata di boschi lussureggianti, la lingua amazigh, la lingua dei
berberi, e le loro tradizioni, ogni anno si dedicano una kermesse,
aperta ad artisti e intellettuali stranieri, perché qui
resistere non significa chiudersi, ma al contrario contaminarsi e
nutrirsi dello scambio reciproco di contributi differenti.
I
padri di questa iniziativa sono due: il cabilo di razza Hassan
Metref, funzionario del ministero dello Sport e della Gioventù
algerina, e Denis Martinez, pittore algerino, figlio di emigranti
spagnoli che, al momento dell'indipendenza dell'Algeria, ha scelto la
nazionalità d'adozione. Fino a quando, durante gli anni più
bui della guerra, ha lasciato il paese per trasferirsi in Francia. Ma
non ha mai smesso di lavorare per la terra che ha accolto i suoi
genitori.
“L'idea
è nata quattro anni fa. Ero deluso dal fatto che una fiera
dell'artigianato cabilo, che avveniva ogni anno da dieci anni, fosse
morta per mancanza di fondi. Ho incontrato Denis e anche lui voleva
organizzare qualcosa, per far rivivere certe tradizioni della
Cabilia, un patrimonio culturale immenso che rischiava di andare
perduto. Con mezzi scarsi ci siamo inventati il festival”, racconta
soddisfatto Hassan, che si guarda attorno, mentre la Casa della
Gioventù del villaggio cabilo di Ouahdia, che funge da
quartier generale della manifestazione, brulica di giovani
indaffarati nel rendersi utili per l'organizzazione. “Sono loro la
nostra forza”, racconta l'organizzatore, “il governo centrale non
ci aiuta se non in minima parte, e i soldi degli sponsor sono pochi e
a volte non arrivano neanche. Tutto funziona grazie all'impegno della
collettività, perchè ognuno contribuisce a rendere
possibile questo festival, che tramanda la cultura popolare cabila”.
Non solo Cabilia. E
così, nella seconda metà di luglio, i villaggi della
Cabilia si animano di mostre fotografiche e di fumetti, laboratori
teatrali e concerti, serate di racconti in piazza e proiezioni di
documentari.
Con
la partecipazione di ospiti graditi. Uno su tutti, lo stesso
Martinez. Un autentico mattatore: alto e robusto, con un sorriso
sornione incastonato in una massa ingovernabile di capelli bianchi
come i baffoni. “Arrivo in un posto e studio la gente, entro in
contatto con loro e la stora di un luogo”, racconta mentre si
prepara per una performance, “solo così riesco a lavorare.
Collaborando”.
Il
programma di giornata prevede un 'intervento artistico', come lo
chiama Martinez, in una piscina naturale, formata dal letto di un
fiume. Il posto è bellissimo, lo chiamano 'l'antro della
strega', per una vecchia leggenda. Martinez, con un attore cabilo, si
tolgono le scarpe e si arrotolano i pantaloni entrando in acqua e
invitando tutti i presenti a fare lo stesso. Giovani e vecchi, donne
e bambini accorrono in massa. Non tutti trovano spazio nello specchio
d'acqua, e tutti gli altri si inerpicano su qualsiasi appiglio
forniscano le rocce circostanti o sul ponticello che attraversa il
fiume. Con i due interpreti entra in scena un gruppo di musicisti
gnawa, una confraternita
religiosa che suona musiche tradizionali. Con il sottofondo degli
strumenti, Denis e compagnia cominciano a recitare stornelli, in
francese e in amazigh, che raccontano la vita di tutti i giorni e le
storie del passato, attingendo a un bagaglio della tradizione orale
che costituisce lo spirito stesso dei cabili, allergici alla
tradizione scritta, anche perchè osteggiati nell'uso della
lingua dalla maggioranza arabofona del paese.
Ma
questo è solo uno degli appuntamenti del festival, che come
detto si avvale anche di ospiti stranieri. Come Maurice Chaudiere, un
apicoltore francese. “Sono tornato in Algeria solo due anni fa”,
racconta quest'uomo minuto, quasi nascondendosi dietro gli occhiali e
il cappellino di paglia, “sono andato via nel 1962. Sono uno dei
'pieds- noirs', un colono che si era innamorato di questa
terra. Sa, io sono un appassionato di botanica, e studio le piante
perché hanno molto da insegnarci. La Francia qui ha sbagliato
tutto, perché ha cercato di clonare. La natura rifiuta la
clonazione, ma integra gli innesti. Non siamo riusciti a contaminarci
in Algeria, ed è andata a finire come sappiamo”. Maurice è
legato a questa terra, e coglie l'occasione del festival per
scambiare le sue conoscenze con i ragazzi del luogo, ai quali insegna
le sue tecniche per allevare le api. Che qui non è un insetto
come gli altri.
La simbologia dell'ape. “L'ape
è il simbolo della vita. Fino a quando ci saranno le api,
l'uomo sopravviverà. E poi le api sono il simbolo di una
comunità che tenta di sopravvivere. Come i cabili”. Na
Tassadit è una donna di ottanta anni. Un corpicino minuscolo,
ma solido come il marmo. E' un'artista, depositaria di una tradizione
antichissima. In Cabilia infatti le donne decoravano gli interni
delle case, utilizzando una simbologia misteriosa, che ruota attorno
alla figura delle api. Un mosaico di segni, patrimonio esclusivo
dell'universo femminile, tramandati di madre in figlia, dal quale gli
uomini sono esclusi. Per tre giorni interi Na Tassadit è
rimasta chiusa con Denis Martinez in una casupola sulla vetta di una
montagna. Era una scuola religiosa, poi i francesi, quando hanno
conquistato l'altura, ne hanno fatto una torre di guardia, vista la
posizione strategica che permette di dominare tutta la valle. Dopo
l'indipendenza la costruzione era rimasta abbandonata. “Oggi
realizzo un sogno”, racconta Na Tassadit, con le lacrime agli
occhi, “ho lottato tanto, da sola, perché questo luogo
tornasse a essere un patrimonio comune e non andasse perduto, ma
nessuno mi aiutava. Oggi come oggi sono rimasta l'unica a portare
avanti la tradizione della decorazione. Poi, da molto lontano, è
arrivato questo grande uomo. E oggi sono felice”. L'anziana,
avvolta nel suo colorato vestito tradizionale, salta al collo di
Denis e assieme ridono spensierati. “L'aspetto più bello”,
dice Martinez, “è che molte ragazze giovani del villaggio ci
hanno aiutato, contribuendo così a mantenere viva un'usanza
importante. All'inizio dell'intervento ho chiesto a tutti di fare un
punto sulle pareti dove io e Na Tassadit avremmo lavorato, in modo
che ci fosse un contributo anche minimo da parte di ciascuno. Oggi
chiudiamo questo intervento, riconsegnando al villaggio un luogo che
vive ancora”. Il pittore, mentre i ragazzi del villaggio cantano a
cappella canzoni della tradizione cabila, dipinge sulla parete una
poesia fatta giungere apposta da Lounis Ait Menguellet, bardo
dell'identità della Cabilia, prima che venga servito in un
grande recipiente un gustoso cous – cous, preparato da Na Tassadit,
come lei stessa tiene a precisare.
Una settimana di resistenza. Per
una settimana, a turno, tutti i villaggi ospitano recital di poesia,
raduni di cantori di storie della tradizione popolare, ai quali
partecipano anche gli ospiti stranieri. Capita così, in una
piazzetta piccolissima, illuminata da un cielo stellato, di vedere i
clown francesi Paul Schiffer e Michel Terral, giunti per un
laboratorio sull'arte di strada, unirsi alle donne cabile che
raccontano le storie della tradizione. Contaminazione a parte però,
il festival resta dedicato alla cultura e alla vita quotidiana di
questo popolo. In un altro villaggio, nella piazza principale, viene
allora montato uno schermo dove si proietta un documentario girato
intervistando tutti gli anziani del posto che raccontano la storia
della comunità. Tra le risate degli spettatori, i dibattiti
improvvisati, e le richieste dei più piccoli che premono per
vedere la partita di calcio, va in scena una specie di Nuovo Cinema
Paradiso, dove tutta la comunità si ritrova attorno a un
focolare ideale a raccontarsi storie.
Tutto
accade mentre nei boschi circostanti l'esercito da la caccia ai
guerriglieri integralisti, che secondo loro si nascondono nella
boscaglia. Posti di blocco e incendi appiccati per stanare il nemico.
“Noi andiamo avanti”, commenta Hassan, “non ci facciamo fermare
da nessuno. Ogni tanto vengono i militari, rompono le scatole
sostenendo che gli stranieri non devono uscire la sera, perché
potrebbero diventare obiettivo di un rapimento da parte dei
'barbuti'. Ma qui non succede nulla, e sono convinto che sia un modo
come un altro del potere di Algeri per ostacolare ogni manifestazione
dell'identità cabila. E noi andiamo avanti”.
Magari
riprendendosi quelle stesse montagne teatro delle operazioni
militari, organizzando gite e passeggiate lungo i sentieri contesi
tra i miliziani e i soldati di Algeri.
L'evento
che chiude il festival è la grande parata per le strade di
Ouahdia. Tutti i bambini, con pezzi di stoffa colorati, si sono
creati un vestito. I musicisti gnawa suonano
all'impazzata mentre cabili e stranieri, uniti nello stesso ballo, si
riversano nel teatro cittadino per i saluti finali. Unica nota
stonata i poliziotti, con i kalashnikov, che si tengono in disparte
mantenendo un contegno serioso. Non disturbano nessuno però,
sono tutti troppo impegnati a 'resistere'.