dal nostro inviato
Christian Elia
“La
chiesa cristiana? E' proprio dietro l'angolo, in fondo a quella
strada. Salutatemi Abdelkader”. Nel villaggio cabilo di Ouahdia, in
Algeria, tutti sanno dov'è il luogo di culto dei cristiani.
Nessuno si nasconde, nessuna paura. Lungo una strada polverosa, dopo
una serie di basse costruzioni tutte uguali, l'abitazione di
Abdelkader e della sua famiglia si riconosce subito, perché
sulla facciata troneggia una croce di vetro collocata in una nicchia
della parete.
Una fede riservata. Oltre un cancello di ferro, lungo un
piccolo viale attraversato da un gruppo di placide pecore, avanza un
uomo basso e sorridente, che tende cordiale la mano ai suoi
visitatori.
“Qui non abbiamo mai avuto problemi.
Neanche durante gli anni bui della guerra civile”, dice Abdelkader,
il leader della comunità cristiana di questo piccolo
villaggio, rispondendo allo stupore di chi è sorpreso di non
trovarsi di fronte una comunità che vive in fuga, nascosta
magari come i cristiani delle origini. I massacri, i fondamentalisti
e lo scontro di civiltà sembrano lontani dal giardino curato
di Abdelkader, attraversato dalle corse dei due figli piccoli, in
fuga dall'obiettivo indiscreto della macchina fotografica.
“La nostra è una piccola
comunità, quando ci siamo tutti siamo 50 persone, ma alcuni
vengono da altri villaggi”, racconta Abdelkader, “qui a Ouahdia
la comunità cristiana è composta da due famiglie.
Eravamo tre, ma una si è trasferita a Costantina, dove abbiamo
avuto il permesso di aprire un luogo di culto”. Abdelkader e gli
altri sono protestanti: metodisti, battisti, ortodossi ed evangelici.
“Siamo pochi, e lavoriamo tutti assieme, sulle cose che ci uniscono
e non su quelle che ci dividono. Non è come in Europa”,
sottolinea sorridendo, “qui ci diamo una mano a vicenda”.
Basso profilo. Un clima idilliaco insomma, che l'uomo
non smette di sottolineare mentre guida gli ospiti verso la palazzina
bassa che ospita la chiesa, a un centinaio di metri dalla casa.
L'ambiente è spoglio, ma pulito e ordinato. Una serie di
bianche panche di legno sono sistemate di fronte a un tavolino da
cucina, sul quale troneggia un vaso di fiori finti. “Più che
vere e proprie chiese sono delle abitazioni private”, si schernisce
Abdelkader, quasi giustificandosi, “sono molto più legate a
un approccio familiare alla fede, nello spirito del Vecchio
Testamento, dove ogni comunità si lega a un luogo”. Quanti
sono questi luoghi di culto? “In totale, solo nella provincia di
Tizi Ouzou, la città principale della Cabilia, ci sono 50
chiese. Poi c'è una comunità a Costantina, tre ad
Algeri e due a Orano. Niente nell'Algeria meridionale, perché
là sono in prevalenza cattolici”.
Una sproporzione
enorme: la Cabilia sembra il luogo di elezione prediletto per i
protestanti. E proprio da questa considerazione, non troppo tempo fa,
è nato qualche problema.
Un decreto del presidente algerino
Abdelaziz Bouteflika del febbraio 2006 prevede la prigione fino a 5
anni e multe di 5 mila euro per chi cerchi di convertire un
musulmano. La materia è delicata, perché la Cabilia,
berbera e non araba, è da sempre guardata con sospetto dagli
algerini. Un po' di pregiudizi ci sono sempre stati, e adesso non è
raro sentir dire che i cabili non sono mai stati buoni musulmani e
che si convertono a pagamento. Inoltre il governo ha imposto il
censimento dei luoghi di culto, che devono richiedere alle autorità
un'autorizzazione per esercitare.
A ciascuno il suo. Interpellato sulla questione,
all'improvviso, Abdelkader ha un sussulto. Svanisce il sorriso che
non lo aveva abbandonato neanche per un minuto. “In Italia e
altrove la legge è stata male interpretata. Avete scambiato
per repressione una normale misura organizzativa”, risponde come un
libro stampato, quasi avesse imparato a memoria il discorso. “L'idea
di creare una mappatura delle comunità religiose e dei luoghi
di culto, inquadrandole come associazioni, non è affatto
negativa. Il ministero degli Affari Religiosi non ha esitato un
attimo a concederci l'autorizzazione per aprire a Costantina, che
pure è una delle città più religiose del Paese”.
Fine del comunicato stampa. Ma le conversioni? “Di quello
preferirei non parlare”, taglia corto Abdelkader, che almeno ha
ripreso a sorridere, “lei deve capire che le zone arabofone in
Algeria sono più chiuse, continuano e esserci tanti, troppi
pregiudizi contro di noi. L'ignoranza gioca un ruolo determinante, ma
viviamo in tranquillità”.
La visita è finita,
Abdelkader si avvia verso il cancello, ma smette all'improvviso di
parlare. “La prego, le foto all'interno della chiesa vanno bene,
anche a me, ma non alla casa”, sottolinea con fermezza. La
tranquillità, per i cristiani in Algeria, è bene che
vada di pari passo con la discrezione.