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L'ultimo Aarch. Dopo
un lungo giro per i tornanti delle montagne di questa regione
dell'Algeria, si giunge finalmente nel villaggio, ma le indicazioni
per trovare la casa di Idir sono scarse, anche perchè non ha
il telefono. Tocca fermarsi in una caffetteria, dove tutti gli
avventori sono impegnati nella sostituzione di un palo della luce
caduto in terra. “Se aspettiamo il governo di Algeri stiamo
freschi, qui siamo abituati a far da soli”, spiega sorridendo il
padrone del bar, rispondendo agli sguardi interrogativi dei
visitatori, sovrastato da una gigantografia di Zinedine Zidane,
campione francese di origini cabile. “Cercate Idir? Certo che lo
conosco, è l'unico che non si è venduto”. Idir
Ait Mammar è una celebrità in Cabilia. Dopo una laurea
in scienze politiche e un diploma di Stato in studi internazionali,
alla carriera diplomatica ha preferito restare a vivere nel suo
villaggio, con un modesto impiego da maestro di scuola media, pur di
continuare a combattere per la sua causa. La causa cabila, la lotta
per il riconoscimento di un'identità forte, della lingua e
della cultura berbera in Algeria.
La causa di Idir. Uno
dei più determinati. “Scusate il disordine, ma stiamo
imbiancando casa”, annuncia sorridendo ricevendoci sulla soglia
della sua casa. A prima vista non sembra un carismatico leader
poltico.
Un uomo comune, basso e stempiato, con un paio di
baffetti ben curati. Ci fa accomodare in casa, al riparo dal sole
cocente. Su un letto sistemato in un angolo della stanza è
seduta l'anziana mamma, che ci riserva una grande sorriso. Poco dopo,
accanto a lei, si accomoda un altro figlio, mentre per gli ospiti è
riservato un divano rosso fuoco, unico tocco di colore in una stanza
avvolta dalla penombra e arredata con morigeratezza. Di sicuro non si
è arricchito con il suo ruolo.
Quel che resta della rivolta. Ma
quale era lo spirito di quell’epoca, quale l'obiettivo che si
prefiggeva? “La lotta di quegli anni aveva una dimensione
nazionale, non etnica”, risponde Idir, “volevamo cambiare la
mentalità di questo paese, avviare un processo davvero
democratico nelle istituzioni. La rivendicazione dell'identità
cabila, la nostra lingua e la nostra cultura, sono solo un passaggio
verso la riforma di uno stato accentratore, che teme ogni
cambiamento. I cabili, in Algeria, non sono discriminati, non è
questo il punto. I giovani cabili hanno gli stessi sogni e le stesse
ambizioni dei giovani algerini arabofoni: un lavoro, una casa, una
famiglia. Ma ai problemi che condividono giovani cabili e arabi, per
quanto riguarda noi, si somma la frustrazione dell'identità e
della cultura negata. Loro hanno televisioni, radio e giornali che
esprimono la loro cultura di riferimento, noi no”.
Non è finita. La
lotta quindi non ha raggiunto i suoi obiettivi, e secondo Idir “la
causa è stata l'astuzia del governo nel gestire la crisi.
Quando nel 2003 ci siamo resi conto che le cose si mettevano male,
abbiamo formato una Commissione che doveva occuparsi di stilare un
documento politico autonomista. Il governo, preoccupato di
un'evoluzione politica delle rivendicazioni, ha fatto uscire di
galera tutti i cosiddetti prigionieri politici cabili. In realtà
si erano venduti, e così hanno fermato il movimento”. Le
idee restano però, e le specificità anche. “Continuiamo
la nostra vita, con la nostra visione delle cose, differenti dagli
arabi. Le faccio un esempio: i cabili, anche quando sono religiosi,
hanno una visione laica della politica. In Algeria è raro che
una donna non porti il velo, qui è raro il contrario”.
Incendi di Stato. “Questa storia
non mi convince”, attacca subito deciso Idir, “ad Algeri
continuano ad agitare lo spettro dei salafiti, ma intanto bruciano le
foreste dei cabili. Colpiscono la nostra più grande ricchezza,
il simbolo stesso di un'identità che non hanno mai voluto
accettare in pieno. E intanto, con questa scusa, militarizzano la
regione. Tempo fa i miliziani giravano liberamente, parlavano con la
gente”, racconta Idir, “addirittura una volta è stata
organizzata una partita di calcio tra loro e alcuni ragazzi di un
villaggio. Adesso nessuno li vede. Con questo non voglio e non posso
dire che qui non si nasconda nessuno, ma sono convinto che tutta
questa storia abbia anche degli altri obiettivi. Dopo l'ennesimo
incendio siamo andati a protestare con il governatore. Sa cosa ci
hanno risposto? Che siamo dei fiancheggiatori dei salafiti! Siamo nel
mezzo, schiacciati tra le trame del governo e l'integralismo
religioso, ma sono fiducioso. La Cabilia è sempre stata il
baluardo della laicità e della libertà in questo paese.
Non cederemo”. Christian Elia