Torna d'attualità un'eventuale invasione del nord dell'Iraq da parte dell'esercito
turco per dare la caccia ai separatisti del Partito dei Lavoratori Curdi (Pkk),
dopo che negli ultimi due giorni 14 soldati sono morti in scontri avvenuti nel
sud-est del Paese. Stamane l'ultimo episodio, con una mina azionata a distanza
che ha provocato la morte di un soldato e il ferimento di altri tre, nella provincia
di Diyarbakir. Dall'inizio dell'anno salgono così a più di cento le vittime turche
della guerra contro gli indipendentisti curdi, guerra che dal 1984 ha provocato
più di 40.000 morti.

Commentando gli scontri di ieri, quando 13 soldati erano morti nella provincia
di Sirnak, il premier Tayyip Erdogan aveva dichiarato che, d'ora in poi, la Turchia
avrebbe agito “in maniera differente” rispetto a quanto fatto finora, una poco
velata allusione alla possibilità di un'operazione militare nel Kurdistan iracheno,
dove secondo l'esercito turco il Pkk avrebbe le proprie basi e almeno 3.000 uomini.
Nei mesi scorsi, più volte la Turchia aveva ventilato l'ipotesi di un'azione,
ma era sempre stata bloccata dal rifiuto delle autorità irachene e, soprattutto,
dallo scetticismo degli Usa, poco propensi a destabilizzare l'unica zona dell'Iraq
relativamente pacifica. Proprio per questo, lo scorso 29 settembre, Turchia e
Iraq avevano siglato un patto di mutua assistenza contro i ribelli, che impegnava
i due governi a non fornire supporto logistico ed economico agli uomini del Pkk
ma non permetteva all'esercito turco di sconfinare. Un patto che, finora, non
ha dato i risultati sperati, anche perché le autorità irachene sembrano assorbite
da altri problemi e non danno eccessivo peso alla questione curda. Tutto il contrario
di quelle turche, sempre più sotto pressione per l'escalation di attacchi contro
il proprio esercito. Se gli scontri dovessero aumentare ancora, Ankara potrebbe
decidere di sacrificare le buone relazioni diplomatiche in nome della sicurezza
interna.