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Nulla di nuovo. Così, la sincera commiserazione, da parte dell'inviato Onu, di un popolo "che
ha sofferto troppo, e per troppo tempo", ha avuto l'effetto di una nota sin troppo
dissonante, di fronte alla reale situazione e alle reali sofferenze subite dalla
popolazione per mano di un regime il cui vocabolario non contempla parole come
pace, dialogo e riconciliazione. Nulla di nuovo è stato detto. A nulla di produttivo
è servita la visita. Gambari, dopo aver espresso la propria 'preoccupazione' per
la situazione nel Paese asiatico, ha esposto ciò che già tutti sapevano da anni.
Che vi sono abusi commessi da parte della sicurezza, che vi sono stati - e tutt'ora
vi sono - blitz dell'esercito in case private, pestaggi, arresti arbitrari e persone
scomparse. Che vi è stato un numero molto più alto di morti durante la repressione.
Infine, l'inviato Onu ha fatto un generico riferimento alle 'serie ripercussioni
internazionali' cui il Paese potrebbe andare incontro se non farà 'scelte coraggiose'.
Mai come ieri queste parole, così come gli aggettivi 'aberrante' e 'inaccettabile'
sono suonate così impoverite, svuotate. Si sapeva già tutto: dei diritti umani
calpestati, delle azioni riprovevoli dei militari, del 'pedaggio di vittime' che
potrebbe essere 'molto più alto', delle sofferenze di un Paese arretrato e isolato,
delle 'ripercussioni' - sotto forma di sanzioni e di embargo - cui il Paese già
è sottoposto da tempo dalla comunità internazionale. Tutto rimarrà come prima,
con gli attori decisivi della partita, come per esempio la Cina, che si sono affrettati
a liquidare la questione come 'un problema interno al Myanmar'. Come interni al
Myanmar sono gli investimenti e gli interessi cinesi nell'ambito di un programma
preferenziale di cooperazione economica, gli stabilimenti di estrazione di gas
naturale indiani, le forniture nucleari russe.
L'ottimismo della ragione. "E' senz'altro un fatto positivo - spiega Aye Chan Naing, il direttore di 'Democratic
Voice of Burma', l'organo di stampa della dissidenza in esilio a Oslo - che si
sia discusso della questione birmana a livello internazionale, nel massimo organismo
deputato a farlo. Il mio timore è però che si tratti solo di parole: tutte le
esortazioni dell'inviato dell'Onu non sono che vuote richieste, a meno che non
vengano sostenute da reali provvedimenti contro la Giunta. Il vero problema è
costituito da Russia e Cina, dalla loro reazione all'intervento di Gambari, e
dalle decisioni che verranno negoziate a porte chiuse. Se Russia e Cina si astengono
dall'intervenire nelle questioni 'private' birmane, allora tutta la responsabilità
ricadrà sugli altri membri del Consiglio di sicurezza. Ciò che è evidente è che
la comunità internazionale non può aspettare Russia e Cina. Bisogna muoversi,
e subito".
"Sono ottimista". L'appello di Gambari - chiediamo al direttore di 'Dvb', Aye Chan Naing - ha
rivelato i suoi limiti proprio nel suo riferimento alla riconciliazione e al dialogo.
Di che dialogo parla l'inviato Onu? "Questo è esattamente il punto. Ci sono state
centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato pacificamente a Rangoon.
Sono loro che hanno chiesto una riconciliazione pacifica col governo, facendo
appello al dialogo. E cosa hanno ricevuto in cambio? Proprio durante i colloqui
di Gambari con la Giunta, la stessa Giunta soffocava nel sangue le richieste pacifiche
dei monaci e della popolazione". Che può fare la comunità internazionale? "Minacciare.
Con minacce reali. Come l'inasprimento delle sanzioni, per esempio, o il congelamento
dei beni e dei conti correnti delle gerarchie militari. Ma non in Europa o negli
Stati Uniti, dove sono depositati pochi spiccioli, bensì in Asia. A Singapore,
per esempio, dove il governo birmano ha investito parecchio". Azioni simili a
quelle adottate nei confronti dei conti correnti della Corea del Nord a Macao,
il cui congelamento ha costretto il regime a negoziare. "Certamente, mi sembra
un paragone calzante". Qual'è la sua speranza? "Sono ottimista. Credo che la mobilitazione
della comunità internazionale possa avere la sua efficacia. Ci sono però alcuni
ostacoli, costituiti da Paesi come la Cina o la Russia. E' nel loro interesse
rallentare quanto più possono il processo di distensione e di apertura. E, purtroppo,
credo che lo faranno".Luca Galassi