05/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Pace e riconciliazione in Birmania: Gambari come Benedetto XVI. I commenti della stampa dissidente
Dal nostro inviato
Luca Galassi
 
Pace, dialogo, riconciliazione. Sono queste le esortazioni delle Nazioni Unite alla Giunta militare birmana. Rischiando di essere blasfemi, l'impressione che si è ricavata dal resoconto di Ibrahim Gambari, inviato Onu di ritorno dal Myanamar, è che, per la sua stringente analogia col messaggio 'urbi et orbi' che il Papa riserva ai fedeli in occasione della Pasqua, la sua esposizione ai membri dell'Onu dell'incontro con la Giunta sia stata redatta dal Segretario particolare di Benedetto XVI. Ovvero: un'accorata ma sterile invocazione alla concordia.
 
 
Nulla di nuovo. Così, la sincera commiserazione, da parte dell'inviato Onu, di un popolo "che ha sofferto troppo, e per troppo tempo", ha avuto l'effetto di una nota sin troppo dissonante, di fronte alla reale situazione e alle reali sofferenze subite dalla popolazione per mano di un regime il cui vocabolario non contempla parole come pace, dialogo e riconciliazione. Nulla di nuovo è stato detto. A nulla di produttivo è servita la visita. Gambari, dopo aver espresso la propria 'preoccupazione' per la situazione nel Paese asiatico, ha esposto ciò che già tutti sapevano da anni. Che vi sono abusi commessi da parte della sicurezza, che vi sono stati - e tutt'ora vi sono - blitz dell'esercito in case private, pestaggi, arresti arbitrari e persone scomparse. Che vi è stato un numero molto più alto di morti durante la repressione. Infine, l'inviato Onu ha fatto un generico riferimento alle 'serie ripercussioni internazionali' cui il Paese potrebbe andare incontro se non farà 'scelte coraggiose'. Mai come ieri queste parole, così come gli aggettivi 'aberrante' e 'inaccettabile' sono suonate così impoverite, svuotate. Si sapeva già tutto: dei diritti umani calpestati, delle azioni riprovevoli dei militari, del 'pedaggio di vittime' che potrebbe essere 'molto più alto', delle sofferenze di un Paese arretrato e isolato, delle 'ripercussioni' - sotto forma di sanzioni e di embargo - cui il Paese già è sottoposto da tempo dalla comunità internazionale. Tutto rimarrà come prima, con gli attori decisivi della partita, come per esempio la Cina, che si sono affrettati a liquidare la questione come 'un problema interno al Myanmar'. Come interni al Myanmar sono gli investimenti e gli interessi cinesi nell'ambito di un programma preferenziale di cooperazione economica, gli stabilimenti di estrazione di gas naturale indiani, le forniture nucleari russe.

L'ottimismo della ragione. "E' senz'altro un fatto positivo - spiega Aye Chan Naing, il direttore di 'Democratic Voice of Burma', l'organo di stampa della dissidenza in esilio a Oslo - che si sia discusso della questione birmana a livello internazionale, nel massimo organismo deputato a farlo. Il mio timore è però che si tratti solo di parole: tutte le esortazioni dell'inviato dell'Onu non sono che vuote richieste, a meno che non vengano sostenute da reali provvedimenti contro la Giunta. Il vero problema è costituito da Russia e Cina, dalla loro reazione all'intervento di Gambari, e dalle decisioni che verranno negoziate a porte chiuse. Se Russia e Cina si astengono dall'intervenire nelle questioni 'private' birmane, allora tutta la responsabilità ricadrà sugli altri membri del Consiglio di sicurezza. Ciò che è evidente è che la comunità internazionale non può aspettare Russia e Cina. Bisogna muoversi, e subito".
 
"Sono ottimista". L'appello di Gambari - chiediamo al direttore di 'Dvb', Aye Chan Naing - ha rivelato i suoi limiti proprio nel suo riferimento alla riconciliazione e al dialogo. Di che dialogo parla l'inviato Onu? "Questo è esattamente il punto. Ci sono state centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato pacificamente a Rangoon. Sono loro che hanno chiesto una riconciliazione pacifica col governo, facendo appello al dialogo. E cosa hanno ricevuto in cambio? Proprio durante i colloqui di Gambari con la Giunta, la stessa Giunta soffocava nel sangue le richieste pacifiche dei monaci e della popolazione". Che può fare la comunità internazionale? "Minacciare. Con minacce reali. Come l'inasprimento delle sanzioni, per esempio, o il congelamento dei beni e dei conti correnti delle gerarchie militari. Ma non in Europa o negli Stati Uniti, dove sono depositati pochi spiccioli, bensì in Asia. A Singapore, per esempio, dove il governo birmano ha investito parecchio". Azioni simili a quelle adottate nei confronti dei conti correnti della Corea del Nord a Macao, il cui congelamento ha costretto il regime a negoziare. "Certamente, mi sembra un paragone calzante". Qual'è la sua speranza? "Sono ottimista. Credo che la mobilitazione della comunità internazionale possa avere la sua efficacia. Ci sono però alcuni ostacoli, costituiti da Paesi come la Cina o la Russia. E' nel loro interesse rallentare quanto più possono il processo di distensione e di apertura. E, purtroppo, credo che lo faranno".

Luca Galassi

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