08/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Viaggio in Cabilia, tra la popolazione schiacciata da Algeri e i barbuti
dal nostro inviato
Christian Elia

“In Cabilia vi ci porto, ma dobbiamo tornare prima del tramonto”. L'autista è cordiale, ma sull'argomento non sente ragioni: troppo pericoloso viaggiare di notte sulle strade di montagna della regione algerina. Basta dare un'occhiata in giro, tra la gente assiepata nei caffè della casbah di Algeri, per capire: non c'è giornale che non parli dell'ultima operazione dell'esercito in Cabilia, sulle tracce dei 'barbuti'.

donne a passeggio nella casbah di algeri - foto di stefano barazzettaUna lunga scia di sangue. Vengono chiamati così, dagli algerini laici, i guerriglieri islamisti che, dopo la fine della guerra civile degli anni Novanta, costata la vita in poco più di sei anni ad almeno 150mila persone (in gran parte civili), non si sono arresi. La storia è nota: dicembre 1991, Il Fronte Islamico di Salvezza (Fis) si aggiudica il primo turno delle elezioni legislative. L'esercito, invalidando l'esito delle urne e annullando il secondo turno, prende il controllo del Paese. A gennaio 1992, scoppia la guerra, che vede contrapposti i militari ai miliziani del Gruppo Islamico Armato (Gia), gli islamisti che non hanno accettato il golpe. Entrambi si macchiano di stragi d'innocenti e lo stato di diritto muore, sporcando di sangue le bianche facciate delle case algerine. Nel 1998 la guerra finisce e, con l'avvento al potere dell'attuale presidente Abdelaziz Bouteflika, viene inaugurata la stagione della riconciliazione. Che tradotto suona più o meno come impunità in cambio di pace. Tutti i militari e i guerriglieri, almeno quelli che accettano di deporre le armi, sono graziati. Comincia una stagione di calma relativa, interrotta solo dal pianto inconsolabile delle madri dei 'desaparecidos', che si radunano ogni mercoledì davanti alla sede del ministero dell'Interno di Algeri chiedendo inutilmente giustizia, e dagli attacchi del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc), ultimo nucleo di irriducibili della lotta armata, che si rifugiano tra le montagne della Cabilia.

un villaggio cabilo - foto di stefano barazzettaNel nome di al-Qaeda. Attacchi sporadici contro polizia o esercito, intervallati da rapine a banche e uffici postali per autofinanziarsi. Questo era quello che restava della guerra civile, e i militari parevano riuscire a tenere sotto controllo i salafiti. Poi, alla fine del 2006, la svolta inattesa. Con un comunicato diffuso sul web, l'emiro Abdul Wadud, ritenuto il leader del Gspc, annuncia al mondo che il gruppo armato cambia nome e diventa al-Qaeda in Maghreb, entrando nel network internazionale del terrore. Lo stesso al-Zawahiri, il medico egiziano ritenuto il braccio destro di Osama bin Laden, benedice l'ingresso dei fratelli maghrebini nella 'grande famiglia'. Una svolta improvvisa e profonda, visto che la strategia del Gspc è sempre stata nazionale (rovesciare il governo e istituire una repubblica islamica) e, dopo il 1998, non ha mai colpito i civili. Tutto il contrario di al-Qaeda, che punta a colpire gli interessi occidentali tout-court, anche quando a pagare è la popolazione.
A gennaio comincia una stagione di pesanti attentati, come mai era accaduto in precedenza dalla fine della guerra civile. Vengono colpite caserme della polizia e dell'esercito, ma l'11 aprile scorso un attentato ad Algeri ha ucciso più di trenta persone, tutti civili. E sono stati tanti gli attacchi contro operai stranieri che lavorano per le aziende estere in Algeria. Tutte azioni rivendicate da comunicati su internet, che ricopiano in pieno un'iconografia già vista: il capo che parla di fronte alla camera, con il fucile appoggiato nelle vicinanze, in un luogo impervio. Dall'inizio dell'anno a oggi sono più di duecento le vittime di questa guerra sempre più intensa, e cento di loro solo nel mese di settembre. Cosa succede in Cabilia?

un check-point dell'esercito algerino in cabilia - foto di stefano barazzettaFichi, incendi e check-point. Percorrendo in auto la strada che porta da Algeri a Tizi Ouzou, principale cittadina cabila, l'atmosfera si fa pesante: i posti di blocco s'intensificano e, dietro ogni tornante disegnato dalla strada che sale, o in prossimità di uno svincolo importante, c'è un check – point, annunciato da blocchi di cemento bianchi e rossi che costringono le auto a rallentare disegnando una serpentina tra cavalli di frisia e filo spinato. Chiusi nelle loro garitte, abbracciati ai kalashnikov, i militari (quasi tutti giovanissimi) scrutano intimoriti all'interno della auto che transitano.
La Cabilia, regione a maggioranza berbera, è da sempre terra off-limits per il governo di Algeri. Le rivendicazioni dei berberi, che chiedono il riconoscimento ufficiale della loro lingua e della loro cultura, hanno portato a scontri duri con il potere centrale e, nel 2001, sono state almeno cento le vittime dei disordini in tutta la regione. Adesso, i rapporti sono più sereni, ma la tensione è tornata a salire per la presenza, vera o supposta, dei 'barbuti'. Tutta l'area è costellata dagli alberi di fico e dagli ulivi, ma in macchina penetra un odore acre di bruciato.
“Sono gli incendi appiccati dall'esercito”, spiega la nostra guida Karim, cabilo di razza, “tentano così di stanare i fondamentalisti nascosti nella vegetazione”. Più si sale, oltre Tizi Ouzou, verso i villaggi cabili arroccati sulle alture, più aumentano i focolai dei rastrellamenti dell'esercito. “Di miliziani ne prendono pochi però”, commenta Karim, “ma intanto bruciano migliaia dei nostri alberi”. E per i cabili gli alberi sono importanti, in quanto il bosco è il simbolo stesso dell'identità di questa popolazione berbera, che vive in simbiosi con la natura. “Non si rendono neanche conto di quanto sia rischiosa questa strategia”, commenta Karim, “con i venti che ci sono tra queste valli il controllo di un incendio si può perdere in un attimo”. Karim, suo malgrado, è stato buon profeta, e il 30 agosto scorso otto persone sono morte a causa di un incendio pauroso che ha travolto la regione, impegnando fino a 700 vigili del fuoco, mentre bruciavano 21mila ettari di foreste.
In cima alle alture della Cabilia, sono arroccati tutti i villaggi che, per motivi strategici connessi alle cicliche invasioni subite da questa terra, hanno preferito dominare le valli sottostanti da un buon punto d'osservazione. Lungo i sentieri utilizzati dai miliziani per nascondersi nelle montagne grigie della Cabilia, che si stagliano contro il cielo come monoliti silenziosi, un asino bruca l'erba, solitario, mentre due donne nel loro colorato costume tradizionale cabilo portano masserizie accatastate contro la legge di gravità in equilibrio sulla testa. Fichi e olivi lasciano il passo a pini secolari. Basta camminare su questi sentieri per rendersi conto di quanto sarebbe agevole per qualcuno nascondersi qui, dove solo rare sorgenti d'acqua che formano piscine naturali interrompono la fitta rete di alberi e piante.

montagna cabila - foto di stefano barazzettaStrategia mutata. “Hanno cambiato strategia: adesso non si fanno più vedere. Tutti sanno che, fin dai tempi della guerra d'indipendenza, le montagne della Cabilia sono piene di piccoli rifugi e di nascondigli, ma un tempo questa gente veniva a rifornirsi di cibo in paese. Adesso nessuno li vede più. Durante la guerra facevano i posti di blocco per la strada, e li vedevamo in faccia”, racconta aggiustandosi gli occhiali, che scivolano sul naso e sorridendo sotto i baffi sale e pepe, Amad, scrittore e insegnante, inguaribile comunista ottantenne, vera e propria memoria storica del villaggio di At Yani. “Io credo che ci siano, ma non saprei dire quanti sono e chi sono. In questa situazione il governo può dire quello che vuole, quello che gli è più utile – continua Amad - Il presidente Bouteflika sta per cambiare la Costituzione, come paladino della sicurezza nazionale si garantirà la possibilità di un altro mandato. Credo che ci siano gruppi di miliziani nascosti tra le montagne, ma credo anche che ingigantire il pericolo serva al governo. Che intanto, come unica soluzione, brucia i nostri boschi. Questa è una battaglia combattuta sulla testa dei Cabili, tra islamisti e governo. Anche perché i 'barbuti' hanno tentato di imporre la loro visione dell'Islam in alcuni villaggi, ma hanno subito capito che con noi non attacca. Se un villaggio veniva importunato, reagivamo armandoci, e loro non potevano permettersi il lusso di avvelenare l'unica retrovia sicura che avevano nel paese. Ci lasciano in pace quindi, mentre il governo continua a bruciare tutto e a tenere la Cabilia in un angolo”, conclude Amed.

un ritratto di matoub lounes, simbolo cabilo - -foto di stefano barazzettaMistero sempre più fitto. I dubbi dei Cabili, che ritengono la strategia della tensione del governo uno strumento di controllo del territorio da parte di Algeri, non è l'unico dubbio attorno alla svolta 'qaedista' dei salafiti. Il 3 ottobre scorso, secondo il quotidiano algerino al-Khabar, l'emiro Abdul Wadud sarebbe stato rimosso dall'incarico. La decisione sarebbe stata presa durante un direttivo del gruppo, che ha sfiduciato Wadud in favore di Ahmad Harun. Motivo della contesa intestina al gruppo sarebbe stata la scelta di Wadud di colpire Mustafa Kartali, ex leader del Fis, che ha accettato il piano di riconciliazione del governo. Il religioso è stato oggetto di un attentato, al quale è sopravvissuto. Nelle prime ore dopo l'attacco, al-Qaeda in Maghreb aveva preso le distanze dall'accaduto, definendolo un errore. Sembra quindi emerso una rottura all'interno del gruppo, tra coloro che portano rispetto alla vecchia anima della lotta integralista in Algeria e i nuovi, i fedelissimi di al-Qaeda, che facevano riferimento a Wadud, determinati a eliminare la vecchia guardia. Il messaggio all'emiro era peraltro già stato inviato nei mesi scorsi, quando il padre di Wadud è stato decapitato davanti alla sua casa. Il 2 ottobre peraltro, confermando che il momento è molto delicato, il ministro della Giustizia algerino ha annunciato che lo storico capo del Gspc, Hassan Hattab, è nelle mani delle forze dell'ordine algerine. Hattab aveva lasciato la lotta armata, proprio per dissidi con Wadud sulla svolta 'qaedista' impressa da quest'ultimo alla guerra in Algeria. E non è chiaro se l'arresto è avvenuto per caso, oppure perché Hattab ha trattato la resa in cambio dell'amnistia, diventando così un collaboratore delle autorità di Algeri.

un fedele prega in moschea ad algeri - foto di stefano barazzettaLe paure dell'imam. Sembra insomma che in pochi abbiano gradito il cambio di campo del Gspc, anche perchè tutto il mondo segue con il fiato sospeso la situazione, considerato che l'Algeria è un partner strategico dell'Occidente grazie alle sue ricche risorse energetiche. Ma il pericolo è anche quello di un Islam diverso, che si potrebbe diffondere, anche in una terra tradizionalmente laica come la Cabilia. Questo è il timore di Sheik Noureddine, l'imam di At Yani. “Creda a me: il pericolo vero è la fascinazione che esercitano i soldi su tanti giovani disoccupati”, racconta aggiustandosi la lunga veste che, come gli occhiali sgangherati, non ne vuol sapere di calzare a dovere. “Prima gli integralisti nei nostri villaggi erano quattro gatti. Adesso comincio a vedere delle derive che non mi piacciono. Bisogna agire in fretta”, raccomanda l'imam, camminando per le viuzze sassose del villaggio, tra una stretta di mano e una carezza a un bambino. “Per questo lavoro alla fondazione di una zaouia, una scuola religiosa, dove si possa insegnare il Corano vero, non quello della famiglia reale saudita, che ne tradisce lo spirito tollerante. E' l'ignoranza il problema – conclude l'imam - Voglio tradurre in amazigh il Corano, la Bibbia e la Torah, perché la gente è ignorante qui, e si bevono le menzogne che certi personaggi gli raccontano. E' l'ignoranza, la povertà che alimenta il fondamentalismo”.
 

Christian Elia

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