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Una lunga scia di sangue.
Vengono chiamati così, dagli algerini laici, i guerriglieri
islamisti che, dopo la fine della guerra civile degli anni Novanta,
costata la vita in poco più di sei anni ad almeno 150mila
persone (in gran parte civili), non si sono arresi. La storia è
nota: dicembre 1991, Il Fronte Islamico di Salvezza (Fis) si
aggiudica il primo turno delle elezioni legislative. L'esercito,
invalidando l'esito delle urne e annullando il secondo turno, prende
il controllo del Paese. A gennaio 1992, scoppia la guerra, che vede
contrapposti i militari ai miliziani del Gruppo Islamico Armato
(Gia), gli islamisti che non hanno accettato il golpe. Entrambi si
macchiano di stragi d'innocenti e lo stato di diritto muore,
sporcando di sangue le bianche facciate delle case algerine. Nel 1998
la guerra finisce e, con l'avvento al potere dell'attuale presidente
Abdelaziz Bouteflika, viene inaugurata la stagione della
riconciliazione. Che tradotto suona più o meno come impunità
in cambio di pace. Tutti i militari e i guerriglieri, almeno quelli
che accettano di deporre le armi, sono graziati. Comincia una
stagione di calma relativa, interrotta solo dal pianto inconsolabile
delle madri dei 'desaparecidos', che si radunano ogni mercoledì
davanti alla sede del ministero dell'Interno di Algeri chiedendo
inutilmente giustizia, e dagli attacchi del Gruppo Salafita per la
Predicazione e il Combattimento (Gspc), ultimo nucleo di irriducibili
della lotta armata, che si rifugiano tra le montagne della Cabilia.
Nel nome di al-Qaeda. Attacchi
sporadici contro polizia o esercito, intervallati da rapine a banche
e uffici postali per autofinanziarsi. Questo era quello che restava
della guerra civile, e i militari parevano riuscire a tenere sotto
controllo i salafiti. Poi, alla fine del 2006, la svolta inattesa.
Con un comunicato diffuso sul web, l'emiro Abdul Wadud, ritenuto il
leader del Gspc, annuncia al mondo che il gruppo armato cambia nome e
diventa al-Qaeda in Maghreb, entrando nel network internazionale del
terrore. Lo stesso al-Zawahiri, il medico egiziano ritenuto il
braccio destro di Osama bin Laden, benedice l'ingresso dei fratelli
maghrebini nella 'grande famiglia'. Una svolta improvvisa e profonda,
visto che la strategia del Gspc è sempre stata nazionale
(rovesciare il governo e istituire una repubblica islamica) e, dopo
il 1998, non ha mai colpito i civili. Tutto il contrario di al-Qaeda,
che punta a colpire gli interessi occidentali tout-court, anche
quando a pagare è la popolazione.
Fichi, incendi e check-point.
Percorrendo in auto la strada che porta da Algeri a Tizi Ouzou,
principale cittadina cabila, l'atmosfera si fa pesante: i posti di
blocco s'intensificano e, dietro ogni tornante disegnato dalla strada
che sale, o in prossimità di uno svincolo importante, c'è
un check – point, annunciato da blocchi di cemento bianchi e rossi
che costringono le auto a rallentare disegnando una serpentina tra
cavalli di frisia e filo spinato. Chiusi nelle loro garitte,
abbracciati ai kalashnikov, i militari (quasi tutti giovanissimi)
scrutano intimoriti all'interno della auto che transitano.
Strategia mutata. “Hanno
cambiato strategia: adesso non si fanno più vedere. Tutti
sanno che, fin dai tempi della guerra d'indipendenza, le montagne
della Cabilia sono piene di piccoli rifugi e di nascondigli, ma un
tempo questa gente veniva a rifornirsi di cibo in paese. Adesso
nessuno li vede più. Durante la guerra facevano i posti di
blocco per la strada, e li vedevamo in faccia”, racconta
aggiustandosi gli occhiali, che scivolano sul naso e sorridendo sotto
i baffi sale e pepe, Amad, scrittore e insegnante, inguaribile
comunista ottantenne, vera e propria memoria storica del villaggio di
At Yani. “Io credo che ci siano, ma non saprei dire quanti sono e
chi sono. In questa situazione il governo può dire quello che
vuole, quello che gli è più utile – continua Amad -
Il presidente Bouteflika sta per cambiare la Costituzione, come
paladino della sicurezza nazionale si garantirà la possibilità
di un altro mandato. Credo che ci siano gruppi di miliziani nascosti
tra le montagne, ma credo anche che ingigantire il pericolo serva al
governo. Che intanto, come unica soluzione, brucia i nostri boschi.
Questa è una battaglia combattuta sulla testa dei Cabili, tra
islamisti e governo. Anche perché i 'barbuti' hanno tentato di
imporre la loro visione dell'Islam in alcuni villaggi, ma hanno
subito capito che con noi non attacca. Se un villaggio veniva
importunato, reagivamo armandoci, e loro non potevano permettersi il
lusso di avvelenare l'unica retrovia sicura che avevano nel paese. Ci
lasciano in pace quindi, mentre il governo continua a bruciare tutto
e a tenere la Cabilia in un angolo”, conclude Amed.
Mistero sempre più
fitto. I dubbi dei Cabili, che ritengono la strategia della
tensione del governo uno strumento di controllo del territorio da
parte di Algeri, non è l'unico dubbio attorno alla svolta
'qaedista' dei salafiti. Il 3 ottobre scorso, secondo il quotidiano
algerino al-Khabar, l'emiro Abdul Wadud sarebbe stato rimosso
dall'incarico. La decisione sarebbe stata presa durante un direttivo
del gruppo, che ha sfiduciato Wadud in favore di Ahmad Harun. Motivo
della contesa intestina al gruppo sarebbe stata la scelta di Wadud di
colpire Mustafa Kartali, ex leader del Fis, che ha accettato il piano
di riconciliazione del governo. Il religioso è stato oggetto
di un attentato, al quale è sopravvissuto. Nelle prime ore
dopo l'attacco, al-Qaeda in Maghreb aveva preso le distanze
dall'accaduto, definendolo un errore. Sembra quindi emerso una
rottura all'interno del gruppo, tra coloro che portano rispetto alla
vecchia anima della lotta integralista in Algeria e i nuovi, i
fedelissimi di al-Qaeda, che facevano riferimento a Wadud,
determinati a eliminare la vecchia guardia. Il messaggio all'emiro
era peraltro già stato inviato nei mesi scorsi, quando il
padre di Wadud è stato decapitato davanti alla sua casa. Il 2
ottobre peraltro, confermando che il momento è molto delicato,
il ministro della Giustizia algerino ha annunciato che lo storico
capo del Gspc, Hassan Hattab, è nelle mani delle forze
dell'ordine algerine. Hattab aveva lasciato la lotta armata, proprio
per dissidi con Wadud sulla svolta 'qaedista' impressa da
quest'ultimo alla guerra in Algeria. E non è chiaro se
l'arresto è avvenuto per caso, oppure perché Hattab ha
trattato la resa in cambio dell'amnistia, diventando così un
collaboratore delle autorità di Algeri.
Le paure dell'imam. Sembra
insomma che in pochi abbiano gradito il cambio di campo del Gspc,
anche perchè tutto il mondo segue con il fiato sospeso la
situazione, considerato che l'Algeria è un partner strategico
dell'Occidente grazie alle sue ricche risorse energetiche.
Christian Elia
Parole chiave: christian elia, algeria, gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, gspc, al-qaeda in maghreb, cabilia