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Il caso gioca spesso dei brutti, bruttissimi scherzi. Ma per i sopravvissuti
di Dhanushkodi, sulla punta del lungo istmo di terra che dall’India si protende
verso lo Sri Lanka, il maremoto dell’altro giorno è stato sicuramente vissuto
come qualcosa di diverso. Qualcosa che va ben al di là delle coincidenze.
Per i vishnuiti la fine del mondo arriverà con l’ultima incarnazione della loro
divinità, Kalki, l’apocalittico dio dalla testa di cavallo bianco che porterà
la distruzione sulla terra uccidendo milioni di peccatori per purificare il mondo
mettendo fine all’attuale degenerata era del ferro (Kali Yuga) dominata dalla
violenza e dalla corruzione.
Chissà cosa pensa ora che il suo villaggio è stato nuovamente flagellato?
Chissà, più che altro, se Kali è riuscito a sopravvivere a questa nuova apocalisse?
Dhanushkodi (Tamil Nadu, Inida del Sud), 18 agosto 2004 - Un corpo scheletrico avvolto in vestiti sdruciti. Un viso immobile, che sembra
di pietra, scolpito dal sole, dal vento e dal sale. Due occhi ancora vispi ingranditi
dalle spesse lenti dei suoi vecchi occhiali da vista. Una lunga barba bianca raccolta
sotto il mento in due trecce che scendono fino l'addome. Kali ha settantacinque
anni. Ma a guardarlo sembra vecchio quanto il mondo, un matusalemme biblico vecchio
quanto il mare. Quel mare che un tempo era la sua vita e che oggi evoca solo nostalgici
ricordi di gioventù. Come quando lui, già considerato uno dei più bravi pescatori
del posto, divenne famoso in tutto il distretto per aver attraversato a nuoto
per tre volte, andata e ritorno, il burrascoso braccio di mare che separa Dhanushkodi,
il suo villaggio, dallo Sri Lanka.
Lo stesso percorso, come si legge nell'antico poema epico-religioso indiano del
Ramayana, che Rama, incarnazione del dio Vishnu, fece per salvare la sua consorte, Sita,
rapita d re di Lanka, Ravana. Una storia vecchia di duemilaquattrocento anni che,
un po’ come l’Iliade e la vicenda di Menelao che assedia Troia per liberare Elena,
narr a di una guerra realmente avvenuta, quella tra gli invasori ariani calati dall’Asia
centrale attorno al 1.500 a.C. alla conquista dell'India e le popolazioni indigene
dravidiche ch e abitavano da sempre il subcontinente indiano, compresa l’isola dello Sri Lanka,
ultimo baluardo di resistenza di cui il Ramayana rico rda la caduta. Secondo le scritture fu proprio sulla spiaggia di Dhanushkodi
(che significa ‘luogo della freccia’) che Rama, approdato vittorioso dalla sua
missione, rese grazie al dio Shiva cui aveva chiesto aiuto. Estrasse dalla sua
faretra una freccia per far sgorgare acqua e, con la sabbia umida, costruì un
lingam, simbolo fallico di Shiva, cui poi sarebbe stato dedicato uno dei templi
più sacri dell'India, nella vicina Rameswaram.
Dhanushkodi, con la sua spiaggia da cartolina orlata di palme che facevano ombra
alle capanne dei pescatori, con la sua chiesetta cristiana di pietra e corallo
fatta costruire qui dagli inglesi all'inizio del Novecento, con il suo mercato
del pesce e con la sua piccola stazione ferroviaria, era un paradiso. Le sue poche
migliaia di abitanti se la passavano bene, grazie al commercio del pesce ma soprattutto
grazie alla ricchezza derivante dal contrabbando via mare di ogni genere di merce
col vicino Sri Lanka. Un’attività che crebbe a dismisura dopo l’indipendenza del
1947, quando non ci furono più le autorità britanniche a vigilare. Un’attività
che, dicono oggi i locali, portò la corruzione dell'animo dei suoi abitanti. Dhanushkodi,
si racconta, divenne sinonimo di furti, violenze, truffe, omicidi e traffici loschi
di ogni genere. Questo villaggio di pescatori si fece pian piano la fama di un
luogo di peccato abitato da gente malvagia che non rispettava più né le leggi
dell'uomo né quelle divine. Nessuno andava più al tempio, nessuno offriva più
doni agli dèi, contro le cui statue - si narra oggi - venivano lanciate con sacrilego
disprezzo solo manciate di sabbia.
Non tutti però. C’era anche chi, come Kali, disapprovava questo stato di cose,
temendo che presto o tardi il karma negativo accumulato dal villaggio avrebbe
portato su di esso grandi sventure e terribili punizioni divine.
Quella notte, in quell’apocalisse di acqua, vento e detriti che vorticavano con
furia distruttrice, Kali perse sua moglie, ma lottò strenuamente per salvare le
vite di molte persone.