29/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Quaranta anni dopo, la natura distrugge ancora Dhanushkodi

MappaIl caso gioca spesso dei brutti, bruttissimi scherzi. Ma per i sopravvissuti di Dhanushkodi, sulla punta del lungo istmo di terra che dall’India si protende verso lo Sri Lanka, il maremoto dell’altro giorno è stato sicuramente vissuto come qualcosa di diverso. Qualcosa che va ben al di là delle coincidenze.
Esattamente quarant’anni prima della tragedia di domenica, il 24 dicembre 1964, un’altra apocalisse si era abbattuta su questo villaggio di pescatori e contrabbandieri. La furia delle onde scatenata da un uragano aveva cancellato Dhanushkodi dalle carte geografiche, uccidendo quasi la totalità dei suoi duemila abitanti.
La gente del posto non aveva dubbi: era la punizione divina per la malvagità dei dhanushkodini, noti all’epoca per la depravazione e la blasfemia che caratterizzava gli abitanti di quel luogo che il famoso poema epico Ramayana ha consacrato a Rama, avatar (incarnazione) del dio Vishnu.
L'avatar di Vishnu, Kalki Per i vishnuiti la fine del mondo arriverà con l’ultima incarnazione della loro divinità, Kalki, l’apocalittico dio dalla testa di cavallo bianco che porterà la distruzione sulla terra uccidendo milioni di peccatori per purificare il mondo mettendo fine all’attuale degenerata era del ferro (Kali Yuga) dominata dalla violenza e dalla corruzione.
Per Kali, il vecchio pescatore protagonista del reportage che vi riproponiamo di seguito, quel cavallo bianco era già passato per Dhanushkodi quarant’anni fa.
Chissà cosa pensa ora che il suo villaggio è stato nuovamente flagellato?
Chissà, più che altro, se Kali è riuscito a sopravvivere a questa nuova apocalisse?
E.P.


 
 
Dal nostro inviato
Enrico Piovesana 
 
 
Il vecchio KaliDhanushkodi (Tamil Nadu, Inida del Sud), 18 agosto 2004 - Un corpo scheletrico avvolto in vestiti sdruciti. Un viso immobile, che sembra di pietra, scolpito dal sole, dal vento e dal sale. Due occhi ancora vispi ingranditi dalle spesse lenti dei suoi vecchi occhiali da vista. Una lunga barba bianca raccolta sotto il mento in due trecce che scendono fino l'addome. Kali ha settantacinque anni. Ma a guardarlo sembra vecchio quanto il mondo, un matusalemme biblico vecchio quanto il mare. Quel mare che un tempo era la sua vita e che oggi evoca solo nostalgici ricordi di gioventù. Come quando lui, già considerato uno dei più bravi pescatori del posto, divenne famoso in tutto il distretto per aver attraversato a nuoto per tre volte, andata e ritorno, il burrascoso braccio di mare che separa Dhanushkodi, il suo villaggio, dallo Sri Lanka.  
 
Una capanna di DhanushkodiLo stesso percorso, come si legge nell'antico poema epico-religioso indiano del Ramayana, che Rama, incarnazione del dio Vishnu, fece per salvare la sua consorte, Sita, rapita d re di Lanka, Ravana. Una storia vecchia di duemilaquattrocento anni che, un po’ come l’Iliade e la vicenda di Menelao che assedia Troia per liberare Elena, narr a di una guerra realmente avvenuta, quella tra gli invasori ariani calati dall’Asia centrale attorno al 1.500 a.C. alla conquista dell'India e le popolazioni indigene dravidiche ch e abitavano da sempre il subcontinente indiano, compresa l’isola dello Sri Lanka, ultimo baluardo di resistenza di cui il Ramayana rico rda la caduta. Secondo le scritture fu proprio sulla spiaggia di Dhanushkodi (che significa ‘luogo della freccia’) che Rama, approdato vittorioso dalla sua missione, rese grazie al dio Shiva cui aveva chiesto aiuto. Estrasse dalla sua faretra una freccia per far sgorgare acqua e, con la sabbia umida, costruì un lingam, simbolo fallico di Shiva, cui poi sarebbe stato dedicato uno dei templi più sacri dell'India, nella vicina Rameswaram.  
 
Donne a DhanushkodiDhanushkodi, con la sua spiaggia da cartolina orlata di palme che facevano ombra alle capanne dei pescatori, con la sua chiesetta cristiana di pietra e corallo fatta costruire qui dagli inglesi all'inizio del Novecento, con il suo mercato del pesce e con la sua piccola stazione ferroviaria, era un paradiso. Le sue poche migliaia di abitanti se la passavano bene, grazie al commercio del pesce ma soprattutto grazie alla ricchezza derivante dal contrabbando via mare di ogni genere di merce col vicino Sri Lanka. Un’attività che crebbe a dismisura dopo l’indipendenza del 1947, quando non ci furono più le autorità britanniche a vigilare. Un’attività che, dicono oggi i locali, portò la corruzione dell'animo dei suoi abitanti. Dhanushkodi, si racconta, divenne sinonimo di furti, violenze, truffe, omicidi e traffici loschi di ogni genere. Questo villaggio di pescatori si fece pian piano la fama di un luogo di peccato abitato da gente malvagia che non rispettava più né le leggi dell'uomo né quelle divine. Nessuno andava più al tempio, nessuno offriva più doni agli dèi, contro le cui statue - si narra oggi - venivano lanciate con sacrilego disprezzo solo manciate di sabbia.
 
la chiesa di DhanushkodiNon tutti però. C’era anche chi, come Kali, disapprovava questo stato di cose, temendo che presto o tardi il karma negativo accumulato dal villaggio avrebbe portato su di esso grandi sventure e terribili punizioni divine.
Oggi il vecchio Kali si aggira come un fantasma tra le rovine insabbiate del suo villaggio, un villaggio fantasma anch’esso, morto la notte del 24 dicembre del 1964 assieme a quasi duemila persone. Quella notte un tremendo uragano si abbatté su Dhanushkodi. Onde mostruose piombarono come bombe sul villaggio per sei ore, distruggendo tutto, sradicando le palme, spazzando via le capanne dei pescatori e anche le case di pietra, come fossero di sabbia. Il ciclone marino rase al suolo anche la stazione ferroviaria, e divelse perfino i binari. Solo la vecchia chiesetta di pietra e corallo rimase in piedi, seppur senza tetto.
 
La vecchia LakshmiQuella notte, in quell’apocalisse di acqua, vento e detriti che vorticavano con furia distruttrice, Kali perse sua moglie, ma lottò strenuamente per salvare le vite di molte persone.
Tra queste Lakshmi, sua coetanea e amica, che perse però suo marito e che oggi, con i suoi capelli d’argento e i suoi lobi incredibilmente allungati da pesanti orecchini, fa la nonna del villaggio, prendendosi cura di tutti i bambini altrui, lei che non ha fatto in tempo ad averne. Oggi sono pochi, a parte Kali e Lakshmi, i superstiti che vivono tra le rovine di Dhanushkodi, frequentate più che altro dalla gente che viene dai villaggi vicini per usare i pozzi, ancora funzionanti. Ragazzi che si lavano e giocano con l’acqua, donne che lavano i panni e riempiono colorate brocche di plastica che poi portano a casa tenendole in equilibrio sulla testa.
Secondo la religione induista, nel corso dei millenni il dio Vishnu ha avuto, oltre a quella di Rama, altre otto incarnazioni, avatar. Nove in tutto. Più una decima, quella del dio dalla testa di cavallo, Kalki, di cui ancora si attende la venuta, in coincidenza con la fine del mondo. Ma a Dhanushkodi, secondo il vecchio Kali, l’apocalittica divinità equina è già passata quarant’anni fa.
 

 

Categoria: Popoli, Religione
Luogo: India