La Ue approva il 3 ottobre nuove restrizioni alla Birmania. Che non avranno nessun effetto senza Pechino
di gianluca Ursini
L’Unione europea, mercoledì 3 ottobre, ha deciso di applicare nuove sanzioni
commerciali e restrizioni al movimento nei confronti dei componenti della Giunta
militare birmana, a seguito della repressione violenta in atto a Rangoon. Secondo
i calcoli di PeaceReporter, e dei dissidenti birmani in esilio, la violenza adottata dai militari contro i
pacifici 100mila e più manifestanti che chiedevano democrazia ha prodotto dal
26 settembre per i 5 giorni successivi almeno 7mila arresti arbitrari, 200 morti
e quasi 2mila monaci in via di deportazione verso lager di lavori forzati.
Nessun cenno all'export
. Il Consiglio dei ministri
degli Esteri dell’Unione, - organo politico dei Paesi membri che raduna su singoli
argomenti i ministri competenti in materia – ha deciso di indurire le sanzioni
già applicate nei confronti del regime dittatoriale birmano: un bando totale al
commercio di legname prezioso, gemme e metalli. Le sanzioni già applicate prevedevano
l’interdizione a entrare in Europa per 386 membri influenti della Giunta dittatoriale
e per i loro familiari, così come il blocco dei loro conti finanziari aperti in
territorio europeo. Nessun cenno viene fatto all’export di Myanmar, come i dittatori
chiamano la Birmania, composto principalmente di petrolio e gas naturale, esportato
al 40 percento verso la Thailandia, e in parti uguali verso Cina, India e Malesia,
che con Myanmar fanno parte dell’organizzazione regionale economica asiatica Asean. “Le sanzioni esistenti sono state amplificate e aumentate, fino ad includere
i nomi precisi dei singoli individui e delle imprese statali con le quali l’Unione
europea chiude ogni rapporto”, recita il comunicato ufficiale.
“Provvedimento patetico” L’associazione di attivisti per la democrazia in Birmania Burma Campaign Uk ha definito questo provvedimento “patetico”. La stessa organizzazione, con le
simili Ong di Belgio, Germania, Svezia, Danimarca, Spagna, Olanda, Norvegia, Austria,
Finlandia, aveva già presentato nel marzo 2004 una richiesta alla Commissione
europea per sanzioni più efficaci, mirate al coinvolgimento delle Nazioni Unite.
Il fine era arrivare a sanzioni che colpiscano la giunta comunista nei suoi commerci
con qualunque stato membro Onu.
“Misure inefficaci” PeaceReporter ha contatto il vice direttore di Euro Burma, una Associazione che si batte per
portare la democrazia in Birmania, attraverso una azione mirata sulle istituzioni
comunitarie, con un budget fornito dalla stessa Commissione europea, organo esecutivo
Ue. Bawggi Zaw Win, vice direttore di
Euro Burma, ha definito diplomaticamente “inefficaci” le misure disposte da Bruxelles mercoledì.
“Nessun membro della Giunta tiene i suoi proventi illeciti in banche europee,
quindi il bando finanziario non ha nessuna efficacia. Nessuno membro della Giunta
viaggia in Europa, dove non fanno affari, quindi il blocco sui visti non ha senso.
E infine, i militari mantengono in vita il regime con l’esportazione di petrolio
greggio e gas naturale verso i Paesi limitrofi, quindi impedire loro l’export
di legname e gemme preziose verso l’Europa non sarà particolarmente efficace”.
Zaw Win, secondo lei sanzioni molto dure del Consiglio di Sicurezza Onu sono
l’unica via che rimane?
Tutte le forze di opposizione al regime non la pensano così. Credono che al momento
sia necessario coinvolgere quanti più attori internazionali a un tavolo di dialogo
che possa mandare emissari credibili al regime dei militari; l'obiettivo è fare
loro capire che il popolo birmano ha bisogno di una Transizione alla democrazia.
Euro Burma lo sa perché mantiene costanti contatti sia con la Lega Nazionale della Democrazia
(partito della pasionaria Aung San Suu Kii), principale partito democratico d’opposizione,
così come con le minoranze etniche Shan e Karen, che non vogliono più essere represse
dal regime militare.
Forse sarebbero più efficaci delle sanzioni anche verso la Cina, finchè non smetterà
di fare affari con la Birmania. Per esempio, il Comitato Olimpico Internazionale
potrebbe chiedere di boicottare le Olimpiadi di Pechino 2008 fin quando Pechino
non cambia atteggiamento verso la Giunta?
“Noi non vogliamo fare pressione sulla Cina, perché crediamo che Pechino abbia
tutto l’interesse a vedere sbloccata la situazione birmana, con un governo più
stabile. Crediamo inoltre che nessuna soluzione si possa trovare senza la Cina,
che va assolutamente coinvolta nel processo internazionale mirato a portare il
dialogo tra militari e opposizione. Esercitare su di loro una pressione esagerata
potrebbe ottenere l’effetto opposto.
Scusi, ma finora Pechino non si è dimostrata un partner internazionale affidabile
quando parliamo di rispetto dei principi democratici e delle minoranze oppresse:
si può fare l’esempio del Tibet, o le maniere forti dei governanti cinesi per
affrontare il dissenso interno
Sono gli stessi governanti cinesi ad avere bisogno di una Birmania democratica.
Più democrazia vuol dire più stabilità, Se Pechino analizza le possibilità economiche
del nostro paese nel lungo periodo, vedrà come non può fare a meno del gas e del
petrolio birmano. E un buon partner commerciale con cui trattare è quello che
ha un governo stabile. Il governo dei militari ha dimostrato in questi giorni
che non può garantire stabilità. Non solo le opposizioni democratiche non vogliono
più essere governate dai militari, ma anche tutti i diversi gruppi etnici del
Paese, dai Karen agli Shan, i Chin, i Kochin, chiedono che si apra una fase di
Transizione democratica, con una reale Convenzione nazionale che raduni tutti
i gruppi politici ed etnici per ponderare una nuova Costituzione Birmana. Ma non
come la Convenzione-farsa conclusa tre settimane or sono a Nay Pyi Do dai militari,
che vedeva escluse tutte le formazioni contrarie a questo regime.
Aung San Suu Kyi disse anni fa che i militari potevano anche tenere con loro
“tutti i proventi illeciti del loro governo”, a patto di lasciare il governo del
Paese
Credo che quell’affermazione sia ancora valida. Non ci sarà nessun colpo di mano,
L’opposizione vuole una transizione democratica. Anche tutti gli affari finora
conclusi dalla Giunta dovrebbero rimanere validi. E’ il caso della Total, che
ha timore di interrompere i suoi affari in Birmania (La compagnia francese estrae
il 25 percento del greggio nel Paese, ndr) perché sostiene che sia inapplicabile
il divieto del presidente francese N. Sarkozy. Venerdì 28 settembre il primo citoyen ha chiesto a tutte le aziende francesi di interrompere le relazioni commerciali
con i militari. Al loro posto subentrerebbero comunque aziende cinesi o indiane,
sostengono gli alti dirigenti Total da Parigi. Io sono d’accordo con quanto dicon,
e crediamo che nessuna azienda debba lasciare la Birmania adesso. Tutto quello
di cui abbiamo bisogno è la volontà dei Paesi europei e delle Nazioni Unite di
coinvolgere i principali attori internazionali a un tavolo di negoziati che porti
la Giunta militare ad accettare la transizione democratica.
Ci dica cosa si attende di buono in futuro.
La Commissione europea si riunirà il 15 ottobre per decidere nuove azioni. In
questa prospettiva, sarà fondamentale sentire cosa dirà l’inviato speciale Onu
Ibrahim Gambari per Myanmar all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, venerdì
5 o lunedì 8 ottobre.