05/10/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La Ue approva il 3 ottobre nuove restrizioni alla Birmania. Che non avranno nessun effetto senza Pechino
di gianluca Ursini
 
L’Unione europea, mercoledì 3 ottobre, ha deciso di applicare nuove sanzioni commerciali e restrizioni al movimento nei confronti dei componenti della Giunta militare birmana, a seguito della repressione violenta in atto a Rangoon. Secondo i calcoli di PeaceReporter, e dei dissidenti birmani in esilio, la violenza adottata dai militari contro i pacifici 100mila e più manifestanti che chiedevano democrazia ha prodotto dal 26 settembre per i 5 giorni successivi almeno 7mila arresti arbitrari, 200 morti e quasi 2mila monaci in via di deportazione verso lager di lavori forzati.
 
Nessun cenno all'export mh.200 morti e 6mila arrestati.. che fare? il ministro degli Esteri finlandese I. A. Kanerva. Il Consiglio dei ministri
degli Esteri dell’Unione, - organo politico dei Paesi membri che raduna su singoli argomenti i ministri competenti in materia – ha deciso di indurire le sanzioni già applicate nei confronti del regime dittatoriale birmano: un bando totale al commercio di legname prezioso, gemme e metalli. Le sanzioni già applicate prevedevano l’interdizione a entrare in Europa per 386 membri influenti della Giunta dittatoriale e per i loro familiari, così come il blocco dei loro conti finanziari aperti in territorio europeo. Nessun cenno viene fatto all’export di Myanmar, come i dittatori chiamano la Birmania, composto principalmente di petrolio e gas naturale, esportato al 40 percento verso la Thailandia, e in parti uguali verso Cina, India e Malesia, che con Myanmar fanno parte dell’organizzazione regionale economica asiatica Asean. “Le sanzioni esistenti sono state amplificate e aumentate, fino ad includere i nomi precisi dei singoli individui e delle imprese statali con le quali l’Unione europea chiude ogni rapporto”, recita il comunicato ufficiale.
 
“Provvedimento patetico” L’associazione di attivisti per la democrazia in Birmania Burma Campaign Uk ha definito questo provvedimento “patetico”. La stessa organizzazione, con le simili Ong di Belgio, Germania, Svezia, Danimarca, Spagna, Olanda, Norvegia, Austria, Finlandia, aveva già presentato nel marzo 2004 una richiesta alla Commissione europea per sanzioni più efficaci, mirate al coinvolgimento delle Nazioni Unite. Il fine era arrivare a sanzioni che colpiscano la giunta comunista nei suoi commerci con qualunque stato membro Onu.
 
Il presidente della Commisione Ue J. M. Barroso e il segretario Generale Onu Ban Ki Mun“Misure inefficaci” PeaceReporter ha contatto il vice direttore di Euro Burma, una Associazione che si batte per portare la democrazia in Birmania, attraverso una azione mirata sulle istituzioni comunitarie, con un budget fornito dalla stessa Commissione europea, organo esecutivo Ue. Bawggi Zaw Win, vice direttore di Euro Burma, ha definito diplomaticamente “inefficaci” le misure disposte da Bruxelles mercoledì.
“Nessun membro della Giunta tiene i suoi proventi illeciti in banche europee, quindi il bando finanziario non ha nessuna efficacia. Nessuno membro della Giunta viaggia in Europa, dove non fanno affari, quindi il blocco sui visti non ha senso. E infine, i militari mantengono in vita il regime con l’esportazione di petrolio greggio e gas naturale verso i Paesi limitrofi, quindi impedire loro l’export di legname e gemme preziose verso l’Europa non sarà particolarmente efficace”. 
 
la commissione dei Diritti Umani delll'Onu a GinevraZaw Win, secondo lei sanzioni molto dure del Consiglio di Sicurezza Onu sono l’unica via che rimane?
 
Tutte le forze di opposizione al regime non la pensano così. Credono che al momento sia necessario coinvolgere quanti più attori internazionali a un tavolo di dialogo che possa mandare emissari credibili al regime dei militari; l'obiettivo è fare loro capire che il popolo birmano ha bisogno di una Transizione alla democrazia. Euro Burma lo sa perché mantiene costanti contatti sia con la Lega Nazionale della Democrazia (partito della pasionaria Aung San Suu Kii), principale partito democratico d’opposizione, così come con le minoranze etniche Shan e Karen, che non vogliono più essere represse dal regime militare.
 
Forse sarebbero più efficaci delle sanzioni anche verso la Cina, finchè non smetterà di fare affari con la Birmania. Per esempio, il Comitato Olimpico Internazionale potrebbe chiedere di boicottare le Olimpiadi di Pechino 2008 fin quando Pechino non cambia atteggiamento verso la Giunta?
“Noi non vogliamo fare pressione sulla Cina, perché crediamo che Pechino abbia tutto l’interesse a vedere sbloccata la situazione birmana, con un governo più stabile. Crediamo inoltre che nessuna soluzione si possa trovare senza la Cina, che va assolutamente coinvolta nel processo internazionale mirato a portare il dialogo tra militari e opposizione. Esercitare su di loro una pressione esagerata potrebbe ottenere l’effetto opposto.
 
Scusi, ma finora Pechino non si è dimostrata un partner internazionale affidabile quando parliamo di rispetto dei principi democratici e delle minoranze oppresse: si può fare l’esempio del Tibet, o le maniere forti dei governanti cinesi per affrontare il dissenso interno
 
Sono gli stessi governanti cinesi ad avere bisogno di una Birmania democratica. Più democrazia vuol dire più stabilità, Se Pechino analizza le possibilità economiche del nostro paese nel lungo periodo, vedrà come non può fare a meno del gas e del petrolio birmano. E un buon partner commerciale con cui trattare è quello che ha un governo stabile. Il governo dei militari ha dimostrato in questi giorni che non può garantire stabilità. Non solo le opposizioni democratiche non vogliono più essere governate dai militari, ma anche tutti i diversi gruppi etnici del Paese, dai Karen agli Shan, i Chin, i Kochin, chiedono che si apra una fase di Transizione democratica, con una reale Convenzione nazionale che raduni tutti i gruppi politici ed etnici per ponderare una nuova Costituzione Birmana. Ma non come la Convenzione-farsa conclusa tre settimane or sono a Nay Pyi Do dai militari, che vedeva escluse tutte le formazioni contrarie a questo regime.
 
Aung San Suu Kyi disse anni fa che i militari potevano anche tenere con loro “tutti i proventi illeciti del loro governo”, a patto di lasciare il governo del Paese
 
Credo che quell’affermazione sia ancora valida. Non ci sarà nessun colpo di mano, L’opposizione vuole una transizione democratica. Anche tutti gli affari finora conclusi dalla Giunta dovrebbero rimanere validi. E’ il caso della Total, che ha timore di interrompere i suoi affari in Birmania (La compagnia francese estrae il 25 percento del greggio nel Paese, ndr) perché sostiene che sia inapplicabile il divieto del presidente francese N. Sarkozy. Venerdì 28 settembre il primo citoyen ha chiesto a tutte le aziende francesi di interrompere le relazioni commerciali con i militari. Al loro posto subentrerebbero comunque aziende cinesi o indiane, sostengono gli alti dirigenti Total da Parigi. Io sono d’accordo con quanto dicon, e crediamo che nessuna azienda debba lasciare la Birmania adesso. Tutto quello di cui abbiamo bisogno è la volontà dei Paesi europei e delle Nazioni Unite di coinvolgere i principali attori internazionali a un tavolo di negoziati che porti la Giunta militare ad accettare la transizione democratica.
 
Ci dica cosa si attende di buono in futuro.
La Commissione europea si riunirà il 15 ottobre per decidere nuove azioni. In questa prospettiva, sarà fondamentale sentire cosa dirà l’inviato speciale Onu Ibrahim Gambari per Myanmar all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, venerdì 5 o lunedì 8 ottobre.
       
 

Gianluca Ursini

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